Dona Adesso
Jesus Heals The Blind Man by Duccio di Buoninsegna (1260-1318)

WIKIMEDIA COMMONS

“Coraggio”, ti ripetono oggi gli Apostoli, “il Maestro ti chiama”

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) – 25 ottobre 2015

Buongiorno “Bartimeo”… E questo il tuo nome oggi, no? Forse neanche ti sei accorto che è da una vita che la tua relazione matrimoniale è un grigio e infruttuoso “mendicare” come lui uno spicciolo di stima e considerazione.

Prova a scrutare il rapporto con il tuo fidanzato, e comincia a contare le volte che ti avvicini a lui allungando le mani per mendicare il suo affetto con le parole, gli sguardi, i compromessi, il detto e non detto, gli ammiccamenti, perfino con i regali e l’aiuto che gli offri, e il tuo corpo che per paura di perderlo non induci a far rispettare.

Guarda al rapporto che hai con gli amici e i colleghi di lavoro, alle foto che posti su Facebook e Instagram, istantanee della tua vita messe in vetrina per mendicare un “mi piace” e un commento che inietti una goccia di vita nel tuo cuore assetato d’affetto.

Guardiamo anche al nostro modo d’essere preti, ai salti mortali di splendida carità, alle omelie e alle catechesi, e scopriremo quanto siamo abili ad elemosinare il prestigio e il successo pastorale che diano senso al nostro ministero.

Sì, fratelli, facciamo di tutto per ripararci dalla solitudine che, nel Vangelo, appare oggi sotto forma di “cecità”. Un cieco, infatti, è isolato dagli altri perché non li vede ed è obbligato ad entrare in relazione con loro solo attraverso un triste mendicare.

Come “Bartimeo”, del quale S. Agostino afferma: “Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada”. Cieco e decaduto dunque, come Adamo ed Eva dopo il peccato, e come Sansone, il famoso personaggio dell’Antico Testamento.

Nato da una donna sterile era un “nazireo”, ovvero un consacrato a Dio chiamato a vivere seguendo rigidi precetti di vita, come quello di non tagliarsi i capelli, nei quali, proprio per questo, risiedeva la sua forza attraverso la quale compiva la sua missione di giudice per Israele. Ma, irretito dal demonio, aveva peccato con i suoi occhi lasciandosi sedurre da Dalila, una donna pagana, immagine del mondo ostile a Dio e della vita secondo la carne. 

Per i rabbini Dalila è, secondo il significato del nome, colei che indebolisce, perché gli aveva fatto perdere le tre facoltà fondamentali di un uomo: il corpo, lo spirito e la volontà. Troppo sicuro di sé Sansone non resiste alla concupiscenza, che lo conduce a svelare il segreto della sua forza, a denudare cioè la propria anima e “consegnare le perle ai porci”, la primogenitura che lo rendeva illuminato e forte come un “piccolo sole” (è il significato del nome Sansone).

Per questo, dopo avergli tagliato i capelli, i pagani lo accecano; dicevano i Padri della Chiesa, che il demonio lo aveva accecato sull’amore di Dio e su quello dei fratelli gettandolo nella solitudine dell’incredulità. Sansone aveva guardato e desiderato le donne che gli erano proibite, pecca nel cuore e con la carne, e comincia a sperimentare l’incredulità, il glaucoma che brucia la retina del cuore dove Dio riflette il suo amore incarnato nella storia.

Se il demonio riesce a offuscare l’evidenza del suo amore inducendoci a dubitare, ci ritroveremo ogni giorno più ciechi, come, secondo i rabbini erano tanti “ebrei ai tempi dell’esilio”, quando, volendosi costruire un futuro a Babilonia increduli alle parole dei profeti, “la malta cadde nei loro occhi e furono accecati” (Bamidbar Raba 7,1). Ormai esiliati e lontani da Gerusalemme, cioè dalla volontà di Dio, ci illudiamo di costruire la nostra storia senza accorgerci che quella che stiamo guardando non è più la vita reale pensata da Dio, perché gli eventi e le persone saranno avvolti nella menzogna: la moglie sarà solo un’isterica, il marito un egoista inguaribile, i genitori dei fossili lontani anni luce dai problemi dei figli, i figli dei capricciosi imbelli, gli amici sono approfittatori, i colleghi subdoli nemici, e tutto sembrerà coalizzarsi contro di noi.

Questo modo di vedere la storia è proprio la cecità! Come Sansone, ci ritroviamo in mezzo ai pagani, costretti a far girare una macina, obbligati cioè a mendicare un frammento di affetto girando intorno a noi stessi e ai nostri desideri, per cercare di non morire.

Sì, fratelli, come Sansone abbiamo perduto la forza per vivere liberi e non soccombere dinanzi al mondo e alle sue lusinghe perché abbiamo perduto la nostra unica ricchezza, Cristo, dimenticandolo senza accorgercene.

Ma coraggio, Gesù sta “passando” oggi “insieme ai discepoli” proprio accanto a te. Non ti giudicare, ascolta! Spera la salvezza, anche se come Bartimeo te ne stai prostrato nell’accidia della routine senza sperare nulla. Non devi fare chissà che cosa, come lui, che si trovava in quel momento in quel posto che era la sua realtà di indigenza.

È Gesù che fa tutto, che “passa” oggi proprio dove tu sei schiacciato su te stesso. È Gesù che attraverso la predicazione della Chiesa che cammina con Lui ti illumina sulla tua realtà bisognosa di “pietà”, ti fa “sentire” che è accanto a te per salvarti, e depone in te quell’embrione di fede nel quale puoi “gridare” a Lui.

La fede, infatti, viene dalla predicazione, e per questo nel “grido” di Bartimeo appare già “la fede che lo salva”. In quel momento ha riaperto gli occhi del cuore perché la stessa storia sulla quale si erano chiusi divenendo così per lui un’oscura notte di solitudine, al passaggio di Gesù, ridiviene luminosa di speranza, luogo di forza e gioia che sembravano perdute; come recita il salmo 64: “A te, che ascolti la preghiera, viene ogni mortale. Pesano su di noi le nostre colpe, ma tu perdoni i nostri peccati. Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atrii. Con i prodigi della tua giustizia, tu ci rispondi, o Dio, nostra salvezza, speranza dei confini della terra. Tu visiti la terra e la disseti: la ricolmi delle sue ricchezze. Così prepari la terra: Ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli. Coroni l’anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l’abbondanza”. 

E proprio attraverso la sua storia, Dio aveva “preparato” la “terra” di Bartimeo, umiliandolo sino alla cecità perché sapesse accogliere la “visita” di Gesù. Come la nostra storia difficile, zolle gettate di qua e di là che sembra un gran macello. E invece ogni persona e ogni fatto ci hanno condotto sino ad oggi per fare parte del “resto” che Dio sta salvando come una primizia per le Nazioni.

Così la tua famiglia, come ogni famiglia cristiana, “partita tante volte nel pianto” per l’esilio più duro, quello lontano da Gerusalemme, che significa festa, gioia, pienezza, compimento. Un giudizio, ed eccoci passare le giornate nel rancore, mentre ci erano state donate per amare.

Ma oggi viene il Signore nella sua Chiesa, si spinge fino all’estremità della terra, dove abbiamo scelto di mendicare e scivolare pur di non umiliarci. Viene Cristo ed ti chiede: “Che cosa vuoi che io ti faccia?”. Ti ha lasciato libero, non ti ha ostacolato; ti aveva avvertito con i profeti, questo sì. Ma senza moralismi.

Libero sino in fondo di “provare quanto sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere per l’altrui scale” (Dante). Ma proprio in questa amarezza che brucia dentro, possiamo scoprire l’amore sconcertante di Dio. Siamo ciechi per poter rispondere a questa domanda decisiva di Gesù.

La cecità, infatti, è l’esito del peccato, ovvero della scelta libera di ribellarci a Dio. Ebbene, proprio dentro la conseguenza amara di dolore e solitudine che è l’esilio dal Paradiso, risuona oggi come mai la domanda di Gesù: “Che cosa vuoi che io ti faccia?”.

Ora sei libero davvero, perché puoi rispondere senza i condizionamenti della menzogna satanica. Ora hai tra le mani il nulla, il fallimento, la cecità. Vuoi continuare a mendicare? Sarebbe irragionevole, no? Allora, l’unica risposta, che significa la prima professione di fede, è l’unico desiderio autentico: “che io veda”. Cioè, che io “ti” veda, che riabbia la vita che ho perduto, il senso, la gioia e la festa, il compimento e la pienezza.

Allora, ascolta e lascia che la “Pasqua” di Gesù ti scuota dal torpore e dalla sorda disperazione per ridestare in te il seme incorruttibile seminato nel battesimo. Capisci? Questo “anno”, ovvero la nostra vita sino ad oggi, è stato “coronato dai benefici” del Signore!

Tutti gli avvenimenti che ci sono accaduti e che non siamo stati capaci di discernere e contro i quali abbiamo lottato “mendicando” miseramente, erano “benefici” di Dio che hanno preparato misteriosamente il miracolo della vista. 

Ciò significa che anche il tempo che ci sembra scorrere inutile e grigio, senza vedere soluzioni ai problemi, senza incontrare la persona con cui condividere la vita, senza lavoro, senza apparente via di sbocco per figli o amici, anche il lungo tempo di cecità può essere il seno fecondo che prepara l’incontro con il Signore.

Perché proprio il “mendicante” umiliato che spera dagli uomini quello che solo Dio può dare, è la persona più idonea a ricevere il seme della fede. Cristo, infatti, al suo “passaggio” fa “stillare l’abbondanza” che tutti desideriamo e mendichiamo dalla carne, perché ci convertiamo. Lasciamoci trafiggere il cuore e gridiamo “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

Così accadde a Bartimeo, che è immagine del “catecumeno”, Come affermato da Benedetto XVI: “Questo racconto, nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche Illuminazione. La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore”.

Per giungere all’incontro decisivo con il Signore dobbiamo “gridare” più forte di quanti vorrebbero far tacere l’embrione di fede che Lui ha smosso in noi. “Coraggio” ti ripetono oggi gli Apostoli, “il Maestro ti chiama” ad incontrarlo nella comunità. Se lo ascolti potrai “alzarti” in virtù del potere della sua Parola, ovvero “risuscitarti” secondo il greco originale.

“Balza in piedi” come chi ha saputo di aver vinto alla lotteria, e “getta via il mantello” della superbia con cui ha creduto di difenderti, e corri da Lui che ti sta aspettando per far cadere le mura delle nostre Gerico, immagine della menzogna che ci rinchiude nell’orgoglio, per aprire gli occhi sul suo amore celato in ogni istante della nostra vita.

About Antonello Iapicca

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione