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Con la Brexit la Gran Bretagna ha tutto da perdere?

A pochi giorni del referendum, un’analisi pubblicata da “La Civiltà Cattolica” sui danni economici, politici e sociali che il Regno Unito subirebbe uscendo dall’Unione Europea

Il  23 giugno si voterà nel Regno Unito (RU) il referendum per la permanenza o meno nell’Unione Europea.

La questione è controversa, le ragioni del sì e del no all’uscita dall’Ue sono al centro di un infuocato dibattito.

In questo contesto padre Fernando de la Iglesia Viguiristi S.I. ha scritto una analisi su La Civiltà Cattolica n. 3982 del 28 maggio.

Per una più accurata conoscenza ne riportiamo alcune parti.

Ha scritto padre Fernando de la Iglesia Viguiristi S.I.:

“Sulla scorta delle concessioni che l’accordo del Consiglio europeo ha fatto al RU, il referendum convocato offre due opzioni.

Il ‘sì’ alla permanenza consolida lo statu quo speciale del RU nella UE, dove spicca la partecipazione del RU al mercato unico europeo, ma non all’eurozona né allo spazio di Schengen, come pure le speciali prerogative del RU in materia di bilancio, di giustizia e di cooperazione politica.

Il «no» alla permanenza, invece, significa l’ingresso del RU in un terreno sconosciuto, sul quale, in assenza di riscontri concreti (al di là delle vaghe affermazioni sul recupero di sovranità nei confronti di Bruxelles), si possono ipotizzare vari scenari:

1) L’uscita del RU dalla UE, con la sua permanenza nel mercato unico europeo.

In questo scenario, fuori dalle istituzioni comunitarie e per minimizzare le ripercussioni economiche e finanziarie dell’uscita, il RU dovrebbe negoziare con la UE l’accesso al mercato unico europeo, accettando le regole e gli standard stabiliti in esso senza la possibilità di influire sulla loro elaborazione.

2) L’uscita dalla UE e anche dal mercato unico europeo, con la conseguente negoziazione di molteplici accordi di libero commercio con la UE e con i partner commerciali del resto del mondo.

Ciascuno di questi scenari darebbe luogo a un periodo complesso di trattative commerciali con i partner commerciali e finanziari del RU — gli europei e quelli del resto del mondo —, di incerto risultato”.

Dal punto di vista economico l’uscita del RU dalla UE porterebbe enorme danno agli inglesi”.

Prosegue l’analisi de La Civiltà Cattolica:

“Il RU è uno dei grandi Paesi della UE. Terzo per popolazione e per Pil, il suo Pil per abitante (principale fonte del reddito pro capite) è chiaramente superiore alla media UE. La distribuzione territoriale della sua popolazione e della sua produzione mostra una grande concentrazione nelle regioni di Londra e del Sud-Est, e il Pil per abitante di Londra è molto sbilanciato verso l’alto. Secondo dati Eurostat, il RU ha disparità economiche ed esclusione sociale inferiori alla media UE.

Nel sistema produttivo britannico spicca l’orientamento a servizi ad alta intensità di risorse umane qualificate, ad alta produttività (servizi finanziari, assicurazioni, informazione e comunicazione, servizi per le imprese).

Al centro dell’economia britannica si pone la City londinese, centro finanziario internazionale di prim’ordine per ogni tipo di operazioni finanziarie (a pronti e a termine) in valuta, azioni, obbligazioni, derivati ecc.

Nel contesto europeo sono rilevanti anche il settore educativo (università) e le attività di ricerca e sviluppo; e non va dimenticato che il RU è la maggiore potenza militare d’Europa. In contrasto con il grande sviluppo dei servizi, l’industria britannica ha un peso ridotto (tranne che nell’ambito dei prodotti farmaceutici ed elettronici), e l’apporto del settore agricolo è minimo, molto inferiore alla media UE.

Accanto alla forza dei servizi, nell’economia britannica sono rilevanti le cifre del mercato del lavoro, per l’altissima partecipazione della popolazione ad esso e l’indice di disoccupazione nettamente inferiore alla media europea per tutte le età.

È significativa anche la stabilità dei posti di lavoro in situazioni diverse (espansione e crisi), al punto che queste incidono pochissimo sull’occupazione.

La stabilità del lavoro britannico è conseguenza della sua specializzazione produttiva in campi di attività poco volatili e poco intensivi nell’ambito del lavoro non qualificato. Nel mercato lavorativo britannico spiccano inoltre l’alta diffusione del lavoro a tempo parziale (che facilita l’equilibrio tra vita e lavoro), la bassa percentuale del lavoro temporaneo (precario) e l’età media più elevata dei pensionamenti.

La bilancia dei pagamenti dei conti correnti riflette chiaramente i punti di forza e di debolezza dell’economia britannica. La bilancia commerciale è in forte deficit, fedele riflesso della debolezza industriale; invece la bilancia dei servizi fornisce un surplus significativo (per i servizi finanziari, assicurativi e per le imprese), che in parte compensa il grande passivo nello scambio commerciale. Infine, anche i redditi da capitale sono in attivo. Nel complesso, la bilancia dei pagamenti si chiude in perdita, dando luogo a un indebitamento dell’economia britannica.

Al di fuori dell’eurozona, il RU dispone di flessibilità sia monetaria sia per quanto riguarda il tasso di cambio, e può gestire, a seconda delle circostanze, il tasso di interesse, la base monetaria e il tasso di cambio. Tutto questo, nelle situazioni di crisi, l’ha salvato dai problemi finanziari relativi al premio per il rischio”.

In conclusione secondo padre Fernando de la Iglesia Viguiristi S.I. “in una prospettiva meramente commerciale, se il Regno Unito uscisse dall’Unione Europea, pagherebbe un costo proporzionato all’accordo commerciale che fosse in grado di sottoscrivere con l’Europa.

Negli ultimi anni, l’economia britannica sembra avere frenato, e persino invertito, il suo lungo processo di disindustrializzazione, di cui la pratica sparizione della sua industria automobilistica è stata il caso più notorio.

Al giorno d’oggi c’è stato un recupero, ma in buona misura esso dipende tuttora dall’accesso al mercato unico europeo.

Il RU, fuori dalla UE, riuscirebbe a proseguire il recupero del suo nerbo industriale (e il riequilibrio della sua bilancia commerciale), appoggiandosi sulle esportazioni? In una prospettiva finanziaria, sarebbe decisivo l’accordo che il RU riuscisse a contrarre per quanto riguarda l’accesso del proprio sistema finanziario al mercato unico europeo.

In caso di Brexit, la City riuscirebbe a mantenere la propria egemonia di centro finanziario europeo e mondiale?

Bisogna inoltre considerare che in gioco, in questo referendum, c’è dell’altro e di più. In esso avranno un peso non soltanto il commercio, gli investimenti esteri diretti e le finanze, ma anche considerazioni legate alla cultura inglese, nella quale si verifica una singolare mescolanza, in cui spiccano il pragmatismo, l’empirismo e il nazionalismo.

Pertanto, non pochi abitanti del RU — in quale proporzione? qui sta il dubbio — potrebbero preferire un’opzione favorevole a Brexit, nonostante i più che prevedibili costi economici e finanziari che si troverebbero ad affrontare”.

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