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Con il cuore immerso nella festa del perdono paterno

Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima – Laetare, Anno C — 6 marzo 2016

“Bisognava far festa”. Ma dov’è la festa nella nostra vita? Shows televisivi, discoteche, e alcool e droghe, e fine settimana sulla neve, e le liturgie delle domeniche allo stadio, e compleanni per stupire, e molto altro per ritrovarsi a festeggiare senza festa, mentre la vita rimane un angolo buio rischiarato ad intermittenza. L’incombere della fine, della morte, infatti, non ci abbandona neanche nei momenti più lieti: “Ora, soltanto se c’è una risposta alla morte, l’uomo può essere veramente contento. Ma, se esiste questa risposta, allora è essa l’effettiva e valida autorizzazione alla gioia, ciò che può veramente costituire il fondamento di una festa” (Joseph Ratzinger).

Proprio la risposta alla morte è il cuore del vangelo di oggi, espressa nella gioia del ritrovamento del figlio da parte del Padre. Il figlio più giovane cercava la pienezza della vita, e per questo ha tagliato con suo padre allontanandosi dalla sua casa. Si è avviato però su un cammino che lo ha condotto alla morte. S’era perduto progressivamente esaurendo l’eredità ricevuta, perdendo con essa la sua identità, al punto di non riconoscersi più neanche come figlio. In casa lo era, poteva aprire il frigorifero e mangiare a sazietà, la sua dignità di figlio ne costituiva l’essere e il ruolo, era ed ora non è più. E’ morto.

Ma quello che a prima vista sembra un esito tragico e definitivo, si rivela il momento decisivo per il suo cuore inquieto. La ricerca della felicità si infrange sulla rivelazione cruda e amara della menzogna che lo aveva sedotto. Ritrova così un brandello della propria dignità, e una consapevolezza misteriosa lo fa sperare d’essere riaccolto. E rientra in se stesso.

La misericordia di Dio non lo aveva abbandonato, era lì accanto a lui, non lo aveva limitato, aveva rispettato la sua libertà, anche a costo di vederlo precipitare nell’inferno. Il Padre non aveva smesso un istante di essere padre, anche mentre il figlio aveva rifiutato di essere figlio; ma, per quanto egli si fosse allontanato sfigurando la somiglianza con suo padre, era comunque rimasto suo figlio: proprio perché libero era figlio, anche se ha usato la libertà per farsi e fare del male: figlio libero di un Padre libero.

E’ questo il più grande paradosso che rivela l’essenza del cristianesimo: nell’abisso del male provocato dalla perversione della libertà appare più fulgido l’immutabile amore di Dio. Proprio perché creato a immagine e somiglianza del Dio libero, accanto al proprio compimento nell’amore, all’uomo si presenta sempre anche la possibilità di peccare interpretando e usando perversamente della libertà che lo fa somigliante al Creatore; come è accaduto ai progenitori, creato per amare nella libertà di chi nulla difende, sedotto dal demonio, l’uomo può peccare, “fallire il bersaglio” secondo l’etimologia ebraica del termine, difendendosi e chiudendosi agli altri per soddisfare le concupiscenze della carne: essa è, infatti, “espressione della assolutizzazione dell’io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto.

L’io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà”; ma questa idolatria dell’io che lo rende sovrano assoluto dell’esistenza “è degradazione dell’uomo, non è conquista della libertà: è piuttosto il fallimento della libertà” (Benedetto XVI). Ma se l’uomo è stato libero di rivolgersi contro il suo Creatore, Dio è libero di amarlo ancor di più, di guardarlo con una più grande misericordia, e con essa, strapparlo al destino di morte che si è preparato. Lo sguardo del padre che, nell’attesa, scrutava alla finestra il ritorno del figlio prodigo, era andato ben oltre l’orizzonte dove giunge l’occhio umano.

Come la nube della Presenza-shekinà di Dio aveva accompagnato il Popolo sui sentieri dell’esilio, quello sguardo d’amore e gravido di misericordia aveva accompagnato il figlio con una pazienza a noi sconosciuta. La misericordia di Dio, infatti, non ha misura, supera infinitamente quella dei farisei, i più puri e intransigenti religiosi, ai quali la parabola era rivolta. Essa risplende negli occhi del Padre che erano sempre stati fissi su quel suo figlio perduto, sino a farsi in lui memoria e nostalgia proprio mentre scendeva in quel letamaio dove era precipitata la sua vita.

Rientrando in se stesso” il figlio ritrova la traccia di quell’amore, un’ombra forse di quello sguardo paterno che lo attirava a sé. Confuso nel deserto della sua anima, il ragazzo percepisce la voce paterna che parla al suo cuore e lo fa “levare”, risuscitare secondo l’originale greco, per tornare da lui. Non si riconosce più come figlio, ma riconosce il Padre. Di se stesso aveva ritrovato solo quell’ultimo brandello di dignità che lo legava alla vita, ma tanto è bastato. Non era importante chi e che cosa egli fosse diventato, quanto chi era suo Padre.

Risuscitato dall’inferno il figlio si pone allora in cammino, sospinto nella conversione dalla memoria paterna riaccesa in lui dalla Grazia. E in quel cammino, a che punto non ci è dato sapere perché esso è quello pensato e diverso per ciascun uomo, il Padre accorre ad abbracciare e accogliere “il figlio smarrito e ritrovato, morto e ritornato in vita”. In quell’abbraccio di misericordia si compie e materializza quello invisibile che lo aveva accompagnato istante dopo istante, impercettibile perché rispettoso della libertà del figlio.

La parabola del vangelo illumina il nostro cammino quaresimale di conversione, spingendoci nella stanchezza e nella prova, nella certezza che, proprio sui passi del ritorno a casa, molto prima di quanto potremmo immaginare, sentiremo posarsi sulle nostre spalle le braccia del Padre che sigilleranno il ritrovamento e la misericordia. In essa siamo stati creati, ad essa anela il nostro spirito, anche nei momenti più dolorosi, e si fa nostalgia più intensa e struggente proprio nell’angoscia figlia del peccato.

La misericordia di Dio è l’unica e reale origine della festa, mistero che attira e muove il cuore alla conversione. E’ la pedagogia di Dio che non si pente di aver creato l’uomo libero, ma che lo segue con pazienza sulle tracce dei suoi fallimenti, perché in essi intercetti la bellezza e pienezza originarie della libertà compiuta in amore: Dio scende con ogni uomo nella schiavitù, per riaccendere in lui la luce della verità, strappando la libertà alla perversione e così orientarla di nuovo alla giustizia, alla comunione con il Padre, all’amore: “non offrite più le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio… Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, per l’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione” (Rom. 6).

La vicenda del figlio prodigo rivela come la misericordia di Dio conduce e accompagna l’uomo nella sua discesa all’acqua battesimale; in essa, nudo d’ogni ipocrisia e schiavitù della carne, seppellisce l’uomo vecchio e ritrova la dignità perduta; risorto a vita nuova può “rivestirsi della veste più bella, la veste bianca battesimale, che risplende del candore sfolgorante di Cristo risorto; e rinnovare, per pura Grazia, l’alleanza spezzata nel tradimento orgoglioso, e ricevere “l’anello” della nuova ed eterna alleanza sigillata nel sangue preziosissimo di Cristo. Nell’incontro con il padre si compie per il figlio la Pasqua, il banchetto celeste che può gustare solo chi è ritornato a casa, dove mangiare “il vitello grasso” riservato per i momenti indimenticabili.

Il “figlio maggiore”, rimasto in casa senza amare e conoscere realmente suo padre, è incapace di far festa, non trova nella sua vita alcuna ragione per gioire, perché non ha sperimentato il perdono. Come tanti che sono chiamati a vivere nell’intimità di Dio e passano il tempo a mormorare, schiavi della carne più subdolamente e più pericolosamente del “figlio minore”, peccatore smascherato e, per questo, umiliato e aperto alla conversione.

Tutti noi  – preti, religiosi o consacrate, catechisti o impegnati in parrocchia – corriamo il pericolo di vivere senza conoscere Colui che pensiamo di servire. Ma in fondo siamo mercenari, e riteniamo dei diritti le Grazie, a cui neanche facciamo più caso.  E ritrovarci così gonfi di mormorazione, stolti e ciechi sulla nostra identità e sull’amore che ci ha chiamati e salvati.

Dio non ci basta, Gesù non colma di allegria e pace la nostra vita, perché non abbiamo ancora sperimentato il suo amore. Ci riteniamo giusti, peccatori da poco, mentre il legalismo ci ha indurito il cuore, e buttiamo le giornate nell’invidia sottile e perniciosa dei peccatori da molto che, in fondo, pensiamo che se la godano più di noi, perché siamo stoltamente ignari della morte che accompagna il peccato. E invece, anche se non abbiamo rubato, violentato, ucciso, proprio perché il nostro cuore desidera nascostamente il peccato, siamo esattamente come “il figlio minore”, o forse peggio: nel segreto dell’interno albergano la rapina e l’iniquità dei farisei che hanno tagliato con Dio ogni relazione d’amore.

Anche se all’esterno appariamo onesti e inappuntabili, anche se ci battiamo il petto, senza rendercene conto, siamo usciti dalla casa di nostro Padre anche noi, con il cuore all’interno lontano da Dio: accettare d’essere peccatori, riconoscere oggi di essere rimasti, per invidia, fuori dalla festa preparata dal padre, è il primo passo sul cammino della conversione. Tutti noi siamo questo figlio ferito, perduto e ritrovato perché egli è, innanzi tutto, immagine del Figlio di Dio crocifisso e trafitto da ogni peccato, perduto nell’oscurità della tomba, ritrovato nella risurrezione.

Il Padre lo ha atteso al ritorno dagli inferi, e in Lui ha riabbracciato ciascuno di noi. La Madre, la Vergine Maria sotto la Croce, lo ha atteso, seguendolo nel suo strazio, e una spada a trapassarle l’anima senza però cancellare in Lei la certezza della risurrezione, come la Chiesa che ci segue senza disperare mai della nostra salvezza, anche quando non vogliamo avere nulla a che fare con lei: la Chiesa, infatti,  “rappresenta la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misure. Ma come una persona senza memoria ha perso la propria identità, così anche un’umanità senza memoria perderebbe la propria identità” (Benedetto XVI).

Nella Comunità dei figli perduti e ritrovati possiamo contemplare l’opera della misericordia di Dio capace di riaccendere la memoria della nostra identità; attraverso l’ascolto della Parola e della predicazione, i sacramenti e la dolcezza della comunione con i fratelli, possiamo “levarci” dalla morte, dal peccato e dal fallimento. Tutto nella Chiesa ci rivela e realizza per noi il Mistero Pasquale del Signore: Egli ha percorso lo stesso nostro cammino, sino a farsi peccato per noi. Per questo solo in Lui possiamo convertirci e ritornare all’amore del Padre. In questo cammino di ritorno impariamo a vivere ogni relazione, ad essere padri e madri, figli, sposi e spose, amici, fidanzati: con gli occhi del cuore e della mente incollati invincibilmente su chi ci è vicino e si allontana, ci rifiuta, nelle piccole come nelle grandi cose, per seguirlo con amore e misericordia; senza smettere di riconoscere in lui l’identità di figlio libero di un Padre libero; senza dimenticare l’amore nel quale siamo stati riscattati e perdonati noi per primi, per attendere con pazienza la sua conversione, fosse anche sino all’ultimo istante della vita, nella speranza che è certezza della vittoria di Dio su ogni peccato.

Siamo chiamati a guardare tutti con il cuore immerso nella festa del perdono paterno, sperando e desiderando per chi ci è accanto la stessa gioia che non ha fine, riconoscendo nei loro passi il cammino che ad essa conduce, accompagnando l’abbraccio misericordioso e paziente del Padre che non abbandona nessuno: come ci ricordava l’allora Cardinal Ratzinger, “Tommaso d’Aquino ha coniato in uno dei suoi inni per il Corpus Domini: «Quantum potes, tantum aude», devi osare tutto ciò che puoi per tributargli la lode dovuta… “Cristo è risorto”…. sfrutta tutto lo splendore del bello, se si tratta di esprimere la gioia delle gioie. L’amore è più forte della morte; in Gesù Cristo Dio è in mezzo a noi”. Questa è la nostra vita, un osare tutto quello che possiamo, offrendo la bellezza di Cristo incarnata in noi, per attirare questa generazione nella gioia delle gioie, la festa del Padre che ritrova suo Figlio risorto, la festa preparata dalla misericordia di Dio per ciascuno dei suoi figli dispersi, perché “Ogni penitenza dell’uomo è il coronamento di una speranza di Dio” (Charles Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù).

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