Dona Adesso

Cesare Colombo, la rivoluzione dell’amore

di padre Piero Gheddo*

ROMA, martedì, 23 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il 13 marzo scorso, nel Teatro della Società di Lecco, si è svolta un’assemblea cittadina organizzata dal Laboratorio missionario di Lecco, per commemorare il centenario della nascita di padre Cesare Colombo (1910-1980), missionario lecchese del Pime in Birmania, medico-chirurgo, fondatore e direttore del lebbrosario di Kengtung.

Vi hanno partecipato mons. Roberto Busti, vescovo di Mantova e parroco emerito di Lecco, mons. Franco Cecchin, attuale parroco, varie autorità civili e un 250-300 amici del Laboratorio missionario. Mons. Busti ha aperto l’assemblea ricordando i suoi molti incontri con padre Cesare; poi ho tenuto la commemorazione ufficiale del missionario e infine suor Maria Viganò, delle suore di Maria Bambina, ha dato una toccante testimonianza dell’influsso che padre Cesare ha avuto nella sua vita. Ecco in sintesi quanto ho detto più a lungo:   

Padre Cesare Colombo è andato in Birmania nel 1935, nella prefettura apostolica di Kengtung, ai confini con Thailandia, Laos e Cina. Si interessa subito dei lebbrosi, che allora erano tanti e abbandonati a se stessi, non curati in nessun modo, anzi scacciati dei villaggi, portati in foresta perché morissero. Il suo amore per il popolo birmano si esprimeva soprattutto verso i lebbrosi e tutti i poveri che battevano alla sua porta. Già nel 1936 aveva cominciato a raccogliere i lebbrosi, gli handicappati, quelli cacciati via dai villaggi. “Quando parlava dei lebbrosi piangeva”, ricordavano i confratelli. Nella casa di riposo del Pime a Lecco, una volta gli ho chiesto: “Perché si è messo ad assistere i lebbrosi?”. Mi ha risposto: “Perché erano i più abbandonati, quelli che nessuno voleva”. Nasce il lebbrosario di Kengtung con le suore di Maria Bambina come infermiere e mamme dei lebbrosi.

Durante la seconda guerra mondiale padre Cesare è mandato con altri missionari italiani e tedeschi in un campo di concentramento in India e quando ritorna a Kengtung nel 1945 riprende la guida del lebbrosario, che le suore avevano sempre mantenuto aperto. Nel 1953 viene in Italia per laurearsi in medicina e chirurgia a Padova e poi realizza a Kengtung alcune rivoluzioni nel trattamento e cura dei lebbrosi, che gli meritano diversi premi internazionali e il riconoscimento dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità), agenzia delle Nazioni Unite.   

Nel 1966 quella che lui definiva seriamente  “la mia prima morte”. I militari (che ancora governano la Birmania) espellono tutti i missionari più giovani, entrati nel paese dopo l’indipendenza del 1948. Padre Cesare, quando era rientrato in Italia per laurearsi, aveva poi richiesto il permesso di soggiorno e quindi risultava entrato in Birmania nel 1957. Il 1° gennaio 1967 giunge in Italia e per anni continua il calvario dei molti tentativi di poter ritornare nella sua missione e tra i suoi lebbrosi. Interessa anche l’ONU e l’Organizzazione mondiale della sanità, ma è costretto a rimanere in Italia, dove continua la sua opera a favore dei suoi lebbrosi.  

Ho visitato due volte quel villaggio di ammalati “che nessuno voleva” (con 1500 degenti). Era davvero diventato “la città della gioia”, come dice il titolo del documentario cinematografico del regista americano William Deneen realizzato alla fine degli anni Cinquanta. All’inizio degli anni Cinquanta padre Cesare inizia, con molto coraggio e contro il parere di diversi esperti, a rinnovare il sistema di vita nel lebbrosario. Partendo dalla convinzione che il lebbroso è un ammalato come gli altri e il terrore della lebbra in gran parte assurdo e superstizioso, realizza gradualmente queste innovazioni rivoluzionarie:

 1) Non più il lebbrosario chiuso con filo spinato, ma aperto con libertà per tutti di entrare ed uscire nel villaggio.

2) Non più i lebbrosi curati lontano dalle famiglie, ma tutta la famiglia del lebbroso ospitata nel lebbrosario, compresi i bambini che vanno a scuola; si forma così non un lazzaretto o un carcere, ma un normale villaggio.

3) Non più il ricovero di tutti i colpiti dalla lebbra, ma solo di quelli incurabili nei loro villaggi. Quando padre Colombo parte nel 1966 per l’Italia, ospitava nel lebbrosario circa 1.500 lebbrosi, ma ne curava, lui con le suore e i suoi aiutanti para-medici, altri 4-5.000 nei loro villaggi.

4) Non più il lebbroso passivo, in attesa solo di cibo e medicine, ma la cura attraverso il lavoro. Nel lebbrosario di Kengtung (dove sono andato due volte, 1983 e 2002) tutti lavorano nei campi, nell’artigianato e in altri mestieri utili al villaggio stesso; non solo, ma sono corresponsabili nella gestione del villaggio, con l’elezione del capo-villaggio e di altri membri del consiglio e dei vari servizi.

5) Infine, ultima rivoluzione, la più grande di tutte: non più il lebbroso costretto a lasciare la moglie (o il marito) o a non sposarsi, ma il matrimonio anche per loro, anche per le ragazze lebbrose, dato che i figli dei lebbrosi non nascono lebbrosi e non lo diventano se si prendono alcune precauzioni. Padre Colombo era severissimo sulle norme igieniche e ripeteva spesso che nel suo lebbrosario nessuno dei bambini figli di lebbrosi era diventato lebbroso!

Oggi queste norme sono adottate ufficialmente dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) dell’Onu, ma il padre Cesare Colombo è stato il primo a “inventarle” e applicarle a Kengtung, con risultati che lasciavano stupiti gli esperti in visita alla “città felice” sui monti birmani! Quando Cesare era ormai in Italia e senza più speranza di poter tornare in Birmania, oltre a impegnarsi al massimo per mandare aiuti ai suoi poveri, era a volte intervistato e invitato a parlare a congressi medici e di leprologia sulla sua “rivoluzione dell’amore” a Kengtung. La sua avventura di missionario meritava una biografia e infatti un’autrice americana la scrisse col bel titolo “The Touch of his Hand” (Il tocco della sua mano) ([1]); ma padre Cesare non volle fosse tradotta in italiano, “perché diceva, mi rende un eroe, mentre sono solo un missionario come gli altri”.

——

*Padre Piero Gheddo (www.gheddopiero.it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l’Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.

[1] Pitrone Jean Maddern, “The Touch of his Hand”, Alba House, Staten Island, 1970; Agostoni M., Il tocco della sua mano, EMI, 1985; Mondini L., La città felice, EMI 1989.

About Redazione

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione