Ogni stagione ha le sue impressioni poetiche. Fatte di emozioni immateriali ma anche di sensazioni epidermiche, che incidono sui nostri canali percettivi corporei inducendo, a loro volta, nuove sequenze di stati d’animo.
L’estate rappresenta un momento di pienezza di vita, con la natura al culmine del suo dispiegamento e l’intensità della luce che favorisce il benessere psicofisico. Mentre la maggiore densità dei raggi solari svolge un ruolo di regolatore biologico che influenza positivamente l’umore.
Noi esseri umani siamo fatti così: siamo naturalmente immersi nell’ambiente e con l’ambiente abbiamo una continua interazione, secondo un’alternanza di stimoli. Possediamo un sistema nervoso sensitivo e una vita emotiva complessa. Senza che ce ne rendiamo conto, fisica e metafisica sono in noi costantemente all’opera.
Accade così che il nostro sguardo sia colpito dal colore del mare e, al tempo stesso, la nostra pelle sia percorsa da un sottile brivido mentre ci tuffiamo fra le onde per sottrarci alla calura estiva. Oppure assaporiamo la carezza dei raggi solari mentre una leggera brezza alimenta, per contrasto, un senso di frescura.
Una miriade di neurotrasmettitori sono all’opera per propagare queste sottili impressioni. Siamo dei naturali recettori di sensazioni ed emozioni e quindi, in qualche misura, anche di poesia. Se non fossimo oppressi da un fitto strato di inibizioni di origine culturale, psicologica e sociale, ci verrebbe facile rintracciare la poesia in molte circostanze della vita. Il poeta è una persona che ha compiuto un lavoro su se stessa per superare questi fattori di inibizione.
Ed è così che il caldo e l’afa che imperversano da molti giorni sulla penisola, alimentati dalle correnti subtropicali africane, diventano l’occasione, per Giancarlo Castagna, per esprimere in versi una metafora della vita. Suscitando, per contrasto, un desiderio di fresco materiale e spirituale…
LE FOGLIE DEI PIOPPI
di Giancarlo Castagna
Son le foglie dei pioppi verdi e bianche
a seconda del vento che le muove
e sembran salutar con dita stanche
il giorno che si muore.
Il sole tutto il giorno ha dardeggiato
la lombarda pianura: il caldo e l’afa
tregua non danno al passegger fugace
che fresco ed ombra cerca ma dispera
pace trovar, finché non giunga sera.
potrà portar ristoro al corpo
esausto e chino:
e in quest’attesa il giorno si trascina
col pensier della notte ormai vicina.
Potesse questo vento desiato
anche all’anima triste toglier pena,
all’afa del peccato
donar brezza leggera,
alla smorta speranza ridar lena
e fresca luce al cuore.
Allora, allor potrà nel Tuo ristoro
trovare alfine la ragion di vita
che solo l’amor Tuo le può donare.
Nelle Tue mani alfine riposare
e come bimbo che, d’angoscia il pianto
alfin quietato s’abbandona e giace,
anch’io trovar la pace.
***
Pensando alla poesia d’estate, il pensiero corre al paesaggio visivo e sonoro dal quale scaturì la grande opera montaliana. È la celebre zona delle “Cinque Terre”: una sfida alla natura e, al tempo stesso, un armonico disegno in sintonia con essa: “Paesaggio roccioso e austero – scriveva il poeta – simili ai più forti di Calabria, asilo di pescatori e contadini, nuda, solenne cornice di paesi asserragliati fra le rupi e il mare”.
MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO
di Eugenio Montale
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
***
Il fascino di questa poesia nasce dal dualismo fra la bellezza abbacinante della natura, che sembra rinviare a una bellezza che trascende le cose, e i “cocci aguzzi di bottiglia” che costellano ad ogni passo la vita. Un contrasto che si ripropone drammaticamente ai nostri giorni, dove quel mare estivo che costituisce per noi un ambiente di piacevoli sensazioni, rappresenta, al tempo stesso, un teatro di sconvolgenti drammi umani. Barconi alla deriva di migranti che fuggono dalla povertà e dalla guerra. Troppo spesso inascoltati, rifiutati, se non fosse per una voce: papa Francesco.
“Un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine – scrive il Santo Padre nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato – e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno”.
A questa istanza dà voce una poesia di Giancarlo Ramanzini, prete comboniano che ha trascorso 36 anni nel Sudan come missionario. “Il mio interesse è sempre stato l’essere umano nella sua sofferenza – ci scrive Ramanzini – la mia esperienza è stata per anni tra i rifugiati scappati dalle zone di guerra dal 1983 al 2001, nel campi profughi attorno a Khartoum. Vi mando questi versetti perché penso che possano essere capiti da persone che hanno sofferto tanto nella loro vita”.
PIEGÀTI SUL NOSTRO GIORNO
di Giancarlo Ramanzini
Piegàti sul nostro giorno,
urliamo da dentro il cuore:
Tu o Vivente hai vissuto,
non invano ieri per noi,
il tuo canto d’amore.
Oggi e domani,
noi con passione continueremo
a comporre,
noi tua carne,
per il nostro tempo,
in tua presenza
melodie nuove di vita.
***
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