Pontificia Università Antonianum 

ROMA, giovedì, 2 agosto 2012 (ZENIT.org) - L’enciclica Caritas in veritate offre diverse prospettive di lettura, tuttavia importante è tenere sempre in considerazione la formazione culturale di Benedetto XVI, che è prevalentemente teologica. Per questo risulta fondamentale considerare il suo pensiero espresso negli scritti precedenti alla elezione pontificia, confrontandoli con il testo della suddetta enciclica.

Nella Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione Libertatis conscientia del 22 marzo 1986 che porta la firma dell’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ossia il cardinal Hoseph Ratzinger, al paragrafo dall’eloquente titolo “Peccato e strutture d’ingiustizia” si afferma: «Divenuto centro di sé stesso, l'uomo peccatore tende ad affermarsi e a soddisfare il suo desiderio di infinito, servendosi delle cose: ricchezze, poteri e piaceri, senza preoccuparsi degli altri uomini che ingiustamente spoglia e tratta come oggetti o strumenti. Così, da parte sua, egli contribuisce a creare quelle strutture di sfruttamento e di schiavitù, che peraltro pretende di denunciare».

Ancora «Alla luce del Vangelo molte leggi e strutture appaiono portare il segno del peccato, di cui prolungano l'oppressiva influenza nella società». Quindi strutture segnate dal peccato.

Continuando il medesimo documento che porta la firma del cardinal Joseph Ratzinger afferma: «Questi criteri consentono, altresì, di giudicare il valore delle strutture. Queste sono l'insieme delle istituzioni e delle prassi che gli uomini trovano già esistenti o creano, sul piano nazionale e internazionale, e che orientano o organizzano la vita economica, sociale e politica. Di per sé necessarie, esse tendono spesso a irrigidirsi e a cristallizzarsi in meccanismi relativamente indipendenti dalla volontà umana, paralizzando in tal modo o stravolgendo lo sviluppo sociale, e generando l'ingiustizia. Esse, tuttavia, dipendono sempre dalla responsabilità dell'uomo, che le può modificare, e non da un presunto determinismo storico [...] Si può, dunque, parlare di strutture segnate dal peccato, ma non si possono condannare le strutture in quanto tali».

Ribadendo lo stesso concetto continua: «Il primato dato alle strutture e all'organizzazione tecnica sulla persona e sulle esigenze della sua dignità è espressione di un'antropologia materialistica, ed è contrario all'edificazione di un giusto ordine sociale. Tuttavia, la priorità riconosciuta alla libertà e alla conversione del cuore non elimina in alcun modo la necessità di un cambiamento delle strutture ingiuste. È, dunque, pienamente legittimo che coloro i quali soffrono per l'oppressione da parte dei detentori della ricchezza o del potere politico si adoperino, con i mezzi moralmente leciti, per ottenere strutture e istituzioni, in cui i loro diritti siano veramente rispettati.

Resta, nondimeno, che le strutture messe in atto per il bene delle persone sono da sole incapaci di procurarlo e di garantirlo. Ne è prova la corruzione, che colpisce in certi Paesi i dirigenti e la burocrazia di Stato, e che distrugge qualsiasi onesta vita sociale. La dirittura morale è condizione per una società sana. Bisogna, dunque, operare a un tempo per la conversione dei cuori e per il miglioramento delle strutture, perché il peccato, che è all'origine delle situazioni ingiuste, è, in senso proprio e primario, un atto volontario che ha la sua sorgente nella libertà della persona. È solo in un senso derivato e secondario che esso si applica alle strutture, e che si può parlare di "peccato sociale"».

Volendo chiarire il rapporto tra strutture e libertà umana già precedentemente sempre la Congregazione per la dottrina della fede con l’Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della Liberazione” Libertatis nuntius firmata dal cardinal Joseph Ratzinger il 6 agosto 1984 sostiene che «neppure è possibile localizzare il male principalmente e unicamente nelle cattive "strutture" economiche, sociali o politiche, come se tutti gli altri mali trovassero in esse la loro causa, sicché la creazione di un "uomo nuovo" dipenderebbe dall’instaurazione di diverse strutture economiche e socio-politiche.

Certamente esistono strutture ingiuste e generatrici di ingiustizia, che occorre avere il coraggio di cambiare. Frutto dell’azione dell’uomo, le strutture, buone o cattive, sono delle conseguenze prima di essere delle cause. La radice del male risiede dunque nelle persone libere e responsabili, che devono essere convertite dalla grazia di Gesù Cristo, per vivere e agire come creature nuove, nell’amore del prossimo, nella ricerca efficace della giustizia, nella padronanza di se stesse e nell’esercizio delle virtù».

Di conseguenza «l’urgenza di riforme radicali delle strutture che ingenerano la miseria e costituiscono in se stesse delle forme di violenza non deve far perdere di vista che la sorgente delle ingiustizie risiede nel cuore degli uomini. Quindi soltanto facendo appello alle capacità etiche della persona e alla continua necessità di conversione interiore si otterranno dei cambiamenti sociali che saranno veramente al servizio dell’uomo. Infatti man mano che collaboreranno liberamente, di propria iniziativa e solidarmente, per questi cambiamenti necessari, gli uomini, risvegliati al senso della loro responsabilità, si realizzeranno sempre più come uomini. Tale capovolgimento tra moralità e strutture è pregnante di una antropologia materialista incompatibile con la verità sull’uomo.

Quindi è un’illusione mortale anche credere che delle nuove strutture daranno vita, per se stesse, ad un "uomo nuovo", nel senso della verità dell’uomo. Il cristiano non può dimenticare che la sorgente di ogni vera novità è lo Spirito Santo, che ci è stato dato, e che il signore della storia è Dio. Così pure, il rovesciamento delle strutture generatrici d’ingiustizia mediante la violenza rivoluzionaria non è ipso facto l’inizio dell’instaurazione di un regime giusto. Tutti coloro che vogliono sinceramente la vera liberazione dei loro fratelli devono riflettere su un fatto di grande rilevanza del nostro tempo. Milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari e atei che si sono impadroniti del potere per vie rivoluzionarie e violente, proprio in nome della liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo: proprio con la pretesa di portare loro la libertà, si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell’uomo. Coloro che, forse per incoscienza, si rendono complici di simili asservimenti tradiscono i poveri che intendono servire».

Quindi è la libertà dell’uomo, con le sue scelte di bene o male che decide dell’esito delle sue azioni e di conseguenze delle strutture a cui si dà vita; nel caso che il cuore dell’uomo è dominato dal male l’esito non può essere che “strutture di peccato”.

Se il problema non sono le strutture in se stesse, ma il cuore dell’uomo che le edifica, ecco che importante è rinnovare la persona umana così che possa diventare costruttrice di strutture di carità nella verità. In questa opera di rinnovamento una importanza particolare è riconosciuta alle indulgenze mediante cui il cuore dell’uomo viene purificato.

Come si può constatare i decreti della Penitenzieria Apostolica che durante il pontificato di Benedetto XVI hanno concesso indulgenze, plenarie o parziali, son stati molteplici. Tutto ciò è importante da tenere in considerazione qualora si voglia comprendere appieno l’enciclica Caritas in veritate per cui fondamentale è una umanità rinnovata che sappia gestire le risorse umane, comprese quelle economiche, con una nuova modalità, ossia in prospettiva del bene comune. Non più quindi struttur e di peccato, ma strutture della grazia. Ma questo è possibile soltanto se l’uomo accetta di essere redento, ossia di accogliere i frutti della Redenzione che la Chiesa trasmette attraverso i sacramenti e con la concessione delle indulgenze.

Quindi possiamo dire che secondo Benedetto XVI, in continuità con il suo pensiero espresso quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è anche grazie alle indulgenze che è possibile vivere da redenti, ossia secondo caritas in veritate.

L’indulgenza plenaria è legata anche a uno dei luoghi principali della esperienza cristiana di Francesco d’Assisi, ossia la Porziuncola, attualmente custodita nella grandiosa Basilica di Santa Maria degli Angeli. Al nome di san Francesco le fonti legano la indulgenza della Porziuncola, che nei secoli successivi prenderà il nome di “Perdono di Assisi”. Grazie ad essa è possibile ai pellegrini ottenere l’indulgenza plenaria, e così essere liberati dalla colpa e dalla pena del peccato.

Se l’uomo peccatore costruisce strutture di peccato, colui che si lascia redimere diventa capace con la grazia di Dio di costruire strutture di bene, ossia quel mondo riconciliato testimoniato dallo stesso frate Francesco nel Cantico di frate sole.

In una prospettiva francescana si potrebbe quindi riscoprire il nesso tra “indulgenza della Porziuncola” e la “carità nella verità”, possibilità di una autentica proposta di liberazione e rinnovamento a partire da ciò che si può denominare come “spirito del Perdono di Assisi”.

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Per un ulteriore approfondimento, con bibliografia, cfr. P. Messa, Caritas in veritate di un mondo redento, in Italia Francescana. Rivista della Conferenza dei Ministri Provinciali dei Frati minori Cappuccini, 85/1 (2010), p. 51-61.