Impressioni dal Marocco

di padre Renato Zilio*

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RABAT, mercoledì, 24 agosto 2011 (ZENIT.org).- Se vuoi conoscere un uomo entra nella sua dimora, raccomanda un proverbio arabo. E ciò fa capire l’importanza di conoscere la terra e la cultura di origine di tanti emigranti in Europa provenienti dal Marocco. Visitare, allora, città come Fes, Meknes, Taroudant … è sempre l’occasione di entrare in un altro mondo, di comprendere altri esseri umani, di vivere accanto a un’altra fede.

Ora, in piena estate, passato il grande calore del giorno, sul fare della sera ogni cosa si anima; una piazza diventa un salotto animatissimo fino a tarda notte con fila di uomini, di donne, di bambini seduti dappertutto dove capita. Antico spirito da clan che riprende vita ed è una scena che si contempla ovunque. Passando invece al mattino accanto alle moschee vi sorprenderà la cantilena sillabata, un salmodiare di bambini alla scuola coranica, che ripetono a memoria brani del Corano. Si radicano, così, già nell’educazione più tenera, entrano nel corpo, si iscrivono nella memoria e nelle fibre più intime, senza passare per la comprensione, l’analisi o la critica. La lingua araba gutturale, ossuta, melodiosa e, in un certo senso affascinante, richiama il volto dellabitante di questa terra dallo sguardo vivo, mobilissimo, dai contorni precisi, privo di ricercatezza ma non di fascino. Ed è lingua divina che non chiede di essere compresa, ma semplicemente accolta. È parola che viene da Dio. Dappertutto, poi, incontrerete due personaggi sempre insieme, anche senza darsi la mano: l’uomo e il suo asino. Avanzano lentamente aiutati dalla stessa fede in Allah, dolce emulazione dove l’uno imita l’altro. Hanno la stessa sabr pazienza classica di un popolo che dà loro la forza di affrontare l’asprezza del cammino, il calore del sole, la durezza della vita. Ma la pazienza, vi diranno, come pure lo humour, non è che uno dei volti della fiducia in Dio. Procedono come contando i passi, quasi recitassero lentamente la litania dei nomi di Allah. L’asino è strumento di lavoro, di trasporto e di spostamento, ma per l’uomo anche un compagno nella buona e nella cattiva sorte. In fondo, non ci sarà proprio un paradiso per lui?

E poi, in ogni angolo delle città, bambini. Poca infatti è la scolarizzazione; li intravedete, bambini di ogni età, anche in atelier di quattro-cinque metri quadrati nei numerosi mini-laboratori o retrobotteghe di tessuti, di cuoio, di tappeti, di ogni tipo di lavoro con adulti. O li incontrate in negozietti di alimentari aperti fino a notte. Oppure nei souk, con un precoce senso degli affari, un self-control serioso e invidiabile e la simpatia accattivante del venditore. Sono, così, sollecitati a farsi presto adulti e guadagnare qualcosa privandosi forse di unadolescenza, di una scuola e di un gioco pur legittimo.

Contraddizioni in una società in rapida evoluzione… ma che ha ancora il senso dello splendore di un Paese con un sultano o attualmente un giovane re e un regno indipendente da più di un millennio. Ma avere un capo importante – prestigio e identità qui da secoli – è spesso una cascata conseguente di altri piccoli capi come in una società feudale. Il tessuto sociale si spartisce come gli strati geologici di queste montagne in fasce parallele e traversali, portando con sé spesso arbitrio, senso di dominio o corruzione. Lo si nota anche nelle abitazioni: un succedersi di abitacoli e dimore prive di quasi tutto, con riad, abitazioni belle e immense, cieche, circondate da un alto muro e aperte al cielo allinterno. Perché, come vuole la tradizione araba, la casa, come lanima, deve essere protetta dallo sguardo altrui. Lo spazio aperto più frequentato ed animato è invece il souk. Qui scopri l’anima commerciale e artigianale di questa società, dove trovare merce di ogni tipo, un mondo di gente, di colori, di odori, e dove le spezie aromatissime si fondono con odori meno nobili. Ceste copiosissime di datteri, di fichi secchi, di olive nere o verdi si offrono allo sguardo, alla polvere e alla mano svelta dei ragazzini. Un universo stranissimo per uno straniero, immagine di un universo culturale, simbolico, relazionale molto differente.

Ciononostante, un mondo umano che ha pure uno strano fascino. Dove il rapporto ha il privilegio esclusivo e la merce si fa personaggio che danza con i due che si incontrano in un trio che appassiona. Dove l’artigianato delle stoffe, dei tappeti, delle pelli, del vasellame coltivato da secoli dimostra l’amore dell’uomo per la materia, la maestria del contatto e il profondo senso estetico. Dove l’occhio e la mano ritrovano una complicità sorprendente e una creatività che non è tale, perché non vi è che un unico Creatore, raccomanda il Corano. Ma è un ripetere minuzioso ed estenuante di ciò che generazioni hanno simbolizzato e definito. Una grande raffinatezza e un’enorme pazienza, così, fanno uscire dalle mani dell’artigiano dei capolavori domestici. Come un capolavoro è il thè alla menta. È una liturgia che la donna impara fin da bambina: fare il dolcissimo thè alla menta fresca, acquistata al mattino al souk, è un vero rito. E un rito è il matrimonio tra due realtà che si amano talmente da diventare una cosa sola: come il presente e il passato, l’istante in cui lo si compie e i secoli che l’hanno preceduto, la sua precisione minuziosa e l’ampiezza cosmica del suo valore. Così, la donna versa in un lunghissimo filo portando alta la teiera al di sopra della testa… Dall’alto scroscia sul vostro bicchiere schiumando e, ossigenandosi, si amalgamano perfettamente il thè, lo zucchero e la menta. Ed è qualcosa di miracoloso: pur essendo caldissimo con il clima arroventato di qui vi spegnerà completamente dopo qualche istante la sete. Il thè alla menta è il rito per eccellenza dell’accoglienza: non sarete accolti se non bevendolo.

Ma l’accoglienza è una dimensione umana per il popolo musulmano che viene dal fondo dei secoli e dalla profondità del deserto. Qui l’accoglienza è questione di vita o di morte, un bisogno vitale: accogliere è dare la vita. Segno di solidarietà, essa unisce invisibilmente gli uomini: oggi sarà da parte tua, domani forse sarà l’inverso. Non accogliere un ospite è rifiutare Dio che viene a visitarvi. L’altro, in fondo, è colui che Dio stesso pone sul vostro cammino e ha qualcosa da dirvi. Sì, l’accoglienza è radicata nell’anima di questo popolo. Così giorni fa, dopo tante moschee, mi ha accolto una chiesa. Sul tabernacolo in legno di cedro una calligrafia araba in forma di croce mi dice Dio è amore. Mi colpisce subito: trovare il senso della nostra fede in un Paese dove Dio è solo immensamente grande mi fa un effetto strano. L’originalità cristiana ricordata da un artigiano musulmano ha come la potenza incredibile dell’atomo. Sconvolgente, per chi afferma come qui che l’amore non è che una cosa semplicemente naturale. Crederla una dimensione divina, anzi Dio stesso, è scuotere una religione dalle sue stesse fondamenta. Perché chi ama rivoluziona le convinzioni, i dogmi e le certezze di una religione, anche la più pura.

L’amore nasce dal cuore della nostra differenza. E questa sa farsi pietra di costruzione della comunione tra di noi. Per il musulmano invece è il fatto di essere simili, di parlare la medesima lingua sacra, di essere contrassegnati dall’omogeneità che rende figli uguali della stessa umma, la comunità. Conseguenza di una fede in un Dio unico e non già differente nella sua stessa origine divina.

La contemplazione di questo mistero la comunione di Dio – ci fa restare sulla stuoia o sul tappeto per lunghissimi momenti in silenzio e in adorazione. Così per tutte le piccole comunità cristiane in terra d’Islam. È il senso di un Dio che pianta la sua tenda tra gli uomini che ama. Differente da un Dio che splende allo zenith come il sole qui in piena estate, per cui paradossalmente l’unico modo di incontrarlo è piegare profondamente la fronte fino a terra. Gesto privilegiato questo per il credente musulmano, che come uno schiavo, abd Allah, si prostra davanti al suo signore. La sottomissione fa spo
sare all’essere umano l’umiltà della terra: l’uomo non è che un soffio, seppure straordinario, quando sa farsi preghiera che adora. Ma al di sopra di tutto – canta per noi l’inno di Paolo – vi è solo l’amore”.

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*Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l’Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista “Presenza italiana”. Dopo l’esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d’Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto Vangelo dei migranti (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.

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ZENIT Staff

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