CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 giugno 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato Nunzio Apostolico in Polonia monsignor Celestino Migliore, Arcivescovo titolare di Canosa, finora Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (O.N.U.).

Nato a Cuneo il 1º luglio 1952, monsignor Migliore è stato ordinato sacerdote il 25 giugno 1977.

Ha studiato presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano, conseguendo poi il dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense.

Ha studiato anche presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica, diplomandosi nel 1977; nel 1980 è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede.

Fra il 1980 e il 1984 ha lavorato presso la Delegazione apostolica dell'Angola, e poi presso quella dell'Organizzazione degli Stati Americani fino al 1988.

In seguito ha lavorato per un anno presso la Nunziatura apostolica in Egitto e poi in quella di Varsavia.

Il 14 aprile 1992 è stato nominato Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa.

Fra il 1995 e il 2002 è stato Sottosegretario della Sezione per le Relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato della Santa Sede, occupandosi anche delle relazioni con i Paesi asiatici che non intrattenevano relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Il 30 ottobre 2002 è stato nominato Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite; contestualmente è stato nominato Arcivescovo con il titolo di Canosa.

Il 6 gennaio 2003 ha ricevuto la consacrazione episcopale da Papa Giovanni Paolo II.

La Santa Sede non ha annunciato chi sarà l'Arcivescovo che gli succederà come Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Procreazione cosciente e responsabile tra legge civile e legge morale

di Angela Maria Cosentino*

ROMA, mercoledì, 30 giugno 2010 (ZENIT.org).- In Italia, è stata pubblicata una sentenza, resa nota dai media Il 20 giugno scorso[1], secondo la quale, una coppia, affetta da talassemia, che ha avuto un figlio malato, per diagnosi prenatale errata, durante la gravidanza, ha ottenuto il riconoscimento ad un risarcimento di 400 mila euro da parte del medico, il quale è stato denunciato, perché, secondo la sentenza, “è stato violato il diritto della coppia ad una procreazione cosciente e responsabile“.

Il termine procreazione cosciente e responsabile ha subito una radicale trasformazione dal suo significato originale. Comparso in epoca relativamente recente, dopo le scoperte scientifiche relative alla fertilità umana, all’interno della riflessione morale cattolica[2], indica una condotta che consideri la realtà dei coniugi nel rispondere alla chiamata come collaboratori e non arbitri del progetto creativo di Dio, nel rispetto di tutti i soggetti coinvolti ( donna, uomo, eventuale figlio, Creatore) e dei valori in gioco nell’esercizio della sessualità (significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale, come dono totale di sé nella verità del linguaggio dell’ amore e della vita).

Il termine richiama alla possibilità di conoscere l’andamento della fertilità e dell’infertilità umana, alla consapevolezza che non si rifiuta la vita concepita in un periodo fertile né la si pretende quando la fertilità è assente. La procreazione responsabile dovrebbe riferirsi sia alla fertilità sia all’infertilità: due facce della stessa medaglia, poiché sul piano biologico invita a conoscere le leggi della trasmissione della vita e a rispettarle, sul piano psicologico invita a conoscere l’impulso sessuale e a educarlo, sul piano sociale invita ad aprirsi a molteplici forme di fecondità, anche oltre la fertilità biologica, sul piano etico invita al dono di sé.

Il termine procreazione cosciente e responsabile, dall’epoca della cosiddetta rivoluzione sessuale ha assunto, invece, un altro significato. E’ stato identificato con il birth control o family planning[3], per indicare l’intenzione di “non avere figli”, obiettivo da realizzare con contraccezione e aborto, due frutti della stessa mentalità antivita.

Il termine, che compare poi nelle leggi, esce in Italia, per la prima volta, nell’art. 1 della legge 405 del 1975, che istituisce i consultori familiari e, successivamente, come “diritto alla procreazione cosciente e responsabile” , nell’articolo 1 della legge 194’78 (sull’aborto). Si introduce, gradualmente, l’ idea che un concepito, se non ricercato o o malato, possa essere rifiutato e abortito, mascherando, con il termine procreazione responsabile, un presunto diritto di libertà, in nome della nuova religione laica dell’autodeterminazione.

La procreazione responsabile entra, in modo riduttivo, anche all’interno della c.d. salute sessuale e riproduttiva, intesa come informazione tecnica (contraccezione e aborto), istruzioni per l’uso per evitare gravidanze e malattie sessualmente trasmesse. La fertilità (e tutto ciò che ne consegue) viene presentata come malattia da cui liberarsi o come diritto da pretendere ad ogni costo, mai come dono e responsabilità che si può imparare a conoscere e a tutelare fin da giovani. Anche con i metodi naturali[4].

Purtroppo nel dibattito scientifico, culturale, etico e pastorale, in riferimento sia alla fertilità sia all’infertilità umana, è stata offerta scarsa attenzione[5] alla ricerca e al rinvio “naturale” della gravidanza, al punto che sull’autentica procreazione responsabile è sceso un drammatico silenzio assordante che rischia di svuotare di significato anche una pietra miliare del Magistero, l’enciclica incompresa, eppur profetica, Humanae vitae di Paolo VI che, al n. 10 , chiarisce il significato di procreazione responsabile[6], che esclude ogni atteggiamento egoista e contrario alla vita.

La ricaduta culturale delle leggi ha contribuito a introdurre, erroneamente, il termine Procreazione Responsabile come “No al figlio” [7], mentalità che compare anche nelle sentenze sul “diritto a non nascere”, che arrivano a riconoscere un risarcimento al leso “diritto alla procreazione cosciente e responsabile”.

Si sospetta che più che tale diritto sia stato leso un interesse economico e ideologico, mascherato con una falsa pietà, anche con l’uso di manipolazioni linguistiche, che aiutano a “correre ai ripari” di fronte al verificarsi del “rischio” temuto (il figlio), non riconosciuto più come bene indisponibile, dotato di oggettiva dignità ontologica.

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*Angela Maria Cosentino è docente di Procreazione responsabile e Fecondità umana ai corsi estivi di Pastorale Familiare dell’Istituto Giovanni Paolo II.