Quella dei rifugiati è una questione di diritto umanitario

“Colloquio sulle migrazioni” organizzato a Roma dall’Associazione Centro Astalli

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di Chiara Santomiero

ROMA, martedì, 15 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Il rifugiato è il richiedente asilo a cui viene accordata la protezione del Paese in cui si trova quando si accerta che è stato costretto a lasciare il proprio Paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”.

Fare chiarezza su chi siano i rifugiati e quali siano i motivi per i quali chiedono la protezione di un Paese diverso dal proprio è fondamentale per affrontare la questione della loro tutela. Se ne è parlato il 14 giugno al “Colloquio sulle migrazioni” organizzato a Roma dall’Associazione Centro Astalli – sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati presente in oltre 50 nazioni del mondo – con la partecipazione di mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti e Giuseppe De Rita, presidente del Censis, in preparazione alla Giornata mondiale 2010 per il rifugiato che si celebrerà il prossimo 20 giugno.

Nell’occasione, il Centro Astalli ha distribuito un piccolo glossario per fare chiarezza sui termini richiedente asilo, rifugiato, migrante irregolare.

“Spesso – ha affermato il giornalista Aldo Maria Valli, moderatore dell’incontro – confondiamo il rifugiato con il migrante o lo definiamo in modo dispregiativo ‘clandestino’ e non riusciamo a comprendere le storie di persecuzione e di dolore che queste persone portano con sé”. Infatti, come recita ancora il glossario “a differenza del migrante, il rifugiato non ha scelta: non può tornare nel proprio Paese perché teme di subire persecuzioni o per la sua stessa vita”.

Secondo le stime dell’Alto Commissario Onu per i rifugiati (Unhcr) ci sono oggi oltre 67 milioni di persone in fuga da conflitti armati, persecuzioni etniche e religiose, dalla tortura e dagli arresti arbitrari. L’80% di essi si trova nei Paesi in via di sviluppo. Il Paese da cui proviene il maggior numero di richiedenti asilo nei paesi industrializzati è l’Afghanistan con 26.800 domande nel 2009, il 45% n più rispetto al 2008. Seguono l’Iraq (circa 24 mila domande) e la Somalia (22.600 domande).

L’Europa, sempre secondo l’Unhcr, è divisa in due: mentre il nord del continente registra un aumento del 13% delle domande di asilo nel 2009 (51.100), l’Europa meridionale registra una diminuzione del 33% (50.100). I cali sono registrati in particolare in Grecia (- 20%), in Turchia (- 40%) e in Italia (-42%).

Nel nostro Paese questo dato può essere attribuito, ha denunciato padre Giovanni La Manna s.j. presidente dell’Associazione Centro Astalli, alle politiche di respingimento effettuate da Italia e Libia nel Canale di Sicilia che “rimandando in Libia indiscriminatamente tutte le persone intercettate in mare hanno penalizzato soprattutto chi è in cerca di protezione”. Infatti nei 4 mesi da gennaio ad aprile 2009 hanno chiesto asilo circa 10 mila stranieri e solo 7 mila nei restanti mesi da maggio a dicembre.

“Si registra in genere – ha affermato Marchetto – un restringimento delle politiche degli Stati in materia di rispetto del diritto d’asilo” anche se ci sono segnali inversi, per esempio “in America latina che, insieme alla riscoperta del senso di una ‘patria latina’ ha maturato una maggiore attenzione ai rifugiati, e negli Stati Uniti che hanno di nuovo raggiunto, dopo alcuni anni in cui non avveniva, il numero di 70 mila rifugiati accolti per anno”.

Segnali positivi “anche dall’Africa e, in questo senso, le politiche della Libia in materia di immigrazione costituiscono un problema non solo per le Nazioni unite ma anche per l’Africa stessa”. Estremamente positiva, per Marchetto è “la decisione del Parlamento europeo di istituire un fondo per i rifugiati che dovrebbe aiutare i paesi ‘in prima linea’, anche se solo 13 paesi hanno aderito”. Tra l’altro, il Parlamento europeo ritiene che “questi aiuti dovrebbero andare ai Comuni, riconoscendo come le politiche di accoglienza ed integrazione funzionino maggiormente a livello locale”.

“Il grande errore della politica europea – ha affermato De Rita – è cedere a una logica di ‘rattrappimento’ nelle proprie sicurezze che genera un atteggiamento di difesa verso l’altro, verso l’invasore”. E’ quanto avvenuto periodicamente anche in Italia che, invece, per la sua conformazione “è protesa nel mare, all’incontro e al contatto con i popoli”. Perché non cogliere, ha chiesto De Rita, “il processo migratorio come un fenomeno non solo di mobilità orizzontale tra Paesi ma anche verticale, all’interno delle società?”. I processi sociali “sono più complessi e più ricchi di possibilità della semplice difesa dei diritti delle persone che andrebbe invece limitata alla categoria dei rifugiati, aiutando a fare una distinzione tra migrante per lavoro e richiedenti asilo”.

I rifugiati, secondo De Rita, vanno “definiti dapprima in termini statistici e poi di diritti e protezione”, separando la loro posizione da quella degli altri migranti che “sono una presenza nel nostro Paese in qualità di badanti, operai, pescatori – soprattutto rumeni, albanesi, filippini, ucraini – a cui nessuno potrebbe ormai rinunciare e ai quali vanno indirizzate politiche di reale integrazione”.

Quali “esercizi”, ha chiesto Valli, occorre compiere per uscire dal “rattrappimento”? “Abbiamo vissuto il processo migratorio – ha affermato De Rita – con due polarizzazioni estreme: accoglienza o respingimento”. Bisogna uscire da queste posizioni antitetiche:”il rapporto con l’altro è fatica: occorrono coraggio e pazienza per coltivarlo costantemente ed è importante farlo nel piccolo, nel gruppo parrocchiale, turistico, di lavoro, nelle aziende, nelle scuole, per permettere quello scambio che altrimenti non avverrebbe mai”. Generare “un processo lento di integrazione dal quale liberare energie a favore dei rifugiati nella cultura collettiva”.

“Quella dei rifugiati – ha affermato Marchetto – è una questione di diritto umanitario: se non riusciamo ad affermarla in tempo di pace come potremmo farlo in tempi di guerra?”.

“Il grande peccato – ha concluso il presule – è il silenzio; bisogna avere la disponibilità a parlare, denunciare, essere avvocati di chi è più abbandonato. I cristiani devono fare attenzione ai piccoli della Terra”.

“I rifugiati – ha affermato La Manna – hanno diritto di vivere una vita tranquilla in cui sia riconosciuta la loro dignità di persone”. Nonostante il calo delle domande d’asilo, “in Italia non siamo ancora in grado di accogliere le persone dignitosamente. I posti a disposizione sono insufficienti, specie nelle grandi città, e scarse le risorse per percorsi di integrazione che offrano opportunità concrete di inserirsi nella società”.

Insieme, ha concluso La Manna, “dobbiamo mantenere viva non solo l’attenzione sulla questione dei rifugiati ma anche la speranza che cambiare è possibile”.

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ZENIT Staff

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