Torna a crescere la religione cristiana in Russia

L’anima ortodossa russa non si è mai spenta

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di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Settant’anni di comunismo ateo non hanno dissolto l’anima cristiana russa, che ora torna a crescere in collaborazione con i cattolici.

E’ quanto ha raccontato a ZENIT Aleksandr Kyrležev, della Commissione teologica sinodale della Chiesa Ortodossa russa.

Kyrležev è stato in Italia per partecipare al Convegno internazionale sul tema “Cercatori dell’eterno, creatori di civiltà. Il Monachesimo tra Oriente e Occidente” organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana , e ZENIT lo ha intervistato.

L’avvento della dittatura comunista atea ha cancellato la tradizione cristiana in Russia?

Kyrležev: Quando i bolscevichi hanno preso il potere c’è stata subito una prima ondata di repressione contro i cristiani da parte dei rivoluzionari, ma contemporaneamente sono nate nuove forme di aggregazione cristiana, il fenomeno è continuato fino al 1929 quando l’Unione Sovietica ha promulgato una legge sui culti molto dura e repressiva ed è stato istituito ogni sorta di divieto.

È stato vietato non solo di occuparsi di azioni caritative e di misericordia, ma anche di istruire religiosamente i bambini. Però, nonostante tutto la tradizione cristiana non si è mai interrotta del tutto. Non si è interrotta per due motivi.

Primo motivo: l’istituzione ecclesiastica si è conservata; è vero che alla vigilia della seconda guerra mondiale era ormai ridotta al lumicino, ma proprio la guerra aveva indotto le autorità ad allargare gli spazi concessi alla Chiesa.

Così, quando le scuole teologiche avevano riaperto i battenti, si era scoperto che i vecchi professori erano ancora vivi. C’era per esempio il professor Sagardà di Pietroburgo che insegnava all’Accademia Teologica ancora prima della rivoluzione. C’era nuovamente la possibilità di raccogliere i vecchi libri, così sono state poste le basi delle biblioteche degli istituti di istruzione religiosa. Inoltre le parrocchie, le chiese, i seminari, e la celebrazione della liturgia si erano mantenuti, sia pure in forme minime.

Secondo motivo: la tradizione cristiana si è mantenuta anche grazie al fenomeno dell’aggregazione informale tra semplici credenti. Negli anni ‘60 incominciavano ormai a morire i credenti che erano attivi prima della rivoluzione, ma nel frattempo era cominciata tra gli intellettuali una nuova ondata di interesse e di studio per la Chiesa.

Nonostante il regime sovietico sia stato molto lungo, tuttavia questa eredità si è trasmessa da persona a persona, da generazione a generazione, e penso che il rapporto interpersonale, l’aggregazione comunitaria informale sia stata non meno importante della struttura ecclesiastica ufficiale.

Un terzo elemento importante è l’emigrazione russa, perché gli emigrati hanno conservato e diffuso la tradizione cristiana e attraverso i canali più diversi tutto questo è ritornato nella Russia sovietica. Ma forse c’è anche un quarto punto: le organizzazioni come Russia Cristiana, e in generale i cristiani non ortodossi che in Occidente hanno lavorato molto per sostenere la tradizione cristiana in Russia.

Quindi, come si può vedere, c’è stata una moltitudine di risorse perché la tradizione cristiana potesse continuare in Russia.

L’introduzione dell’ora di religione e la lettura obbligatoria dell’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, nelle scuole pubbliche russe, sono segni di grande interesse. Che cosa sta succedendo in Russia e qual è il suo giudizio in proposito?

Kyrležev: La questione dell’insegnamento della religione ortodossa, sotto varie forme, nelle scuole statali è una questione molto complessa. Ci sono state varie proposte da parte della Chiesa, da parte dello Stato e queste forme continuano a cambiare.

Adesso, per esempio, la materia “fondamenti di religione ortodossa” che era stata proposta inizialmente non c’è più. Vengono proposte nuove forme.

È difficile dirlo in due parole, ma dirò quello che per me è più importante. La discussione su questo argomento che già da anni si sta svolgendo in Russia, tra lo Chiesa, lo Stato e i rappresentanti delle altre religioni, è un processo positivo e normale perché dopo questo lungo periodo di divieto di insegnamento di qualsiasi forma di religione a scuola, è molto difficile trovare un modo di insegnare la religione che possa andare bene e allo Stato e alla Chiesa ortodossa e alle altre organizzazioni religiose.

In questa discussione sono presenti anche punti di vista estremi. Da parte di attivisti ortodossi ci sono state proposte che non erano molto corrette, dall’altra parte la nostra istruzione statale ha preso molto dalla istruzione statale laica francese, molto duramente antireligiosa e molto centralizzata. Perciò la discussione prosegue, ma in modo piuttosto tormentato.

Anche il tema del Gulag insegnato nelle scuole è piuttosto complesso perché oggigiorno in Russia il tema della desovietizzazione fa molto discutere, e ci sono anche qui varie correnti, per esempio c’è un ritorno a Stalin.

È difficile dire se l’introduzione della lettura di Solženicyn nelle scuole possa equilibrare queste posizioni nostalgiche. C’è una contraddizione interna, da una parte si esalta la figura di Stalin come l’uomo forte, dal pugno di ferro, che ha garantito la modernizzazione della Russia, dall’altra si presenta lo Stalin di Solženicyn, che è tutta un’altra cosa. Evidentemente c’è una sorta di contraddizione interna, di scontro interno tra due opposte concezioni.

In che modo lo studio e l’approfondimento della tradizione monastica può favorire il dialogo e l’unione tra Roma e Mosca?

Kyrležev: È una domanda provocatoria. I monaci di tutti i tipi nella storia sono stati una forza piuttosto conservatrice. Una buona parte del nostro monachesimo attuale e anche una parte molto attiva, è per lo più contraria a Roma, è contraria all’ecumenismo e al dialogo in generale; in più di solito i monaci non sono molto istruiti dal punto di vista teologico e della storia della Chiesa.

Mentre le persone che hanno una vera conoscenza della Chiesa e della storia monastica, della Chiesa come monachesimo, hanno una visione molto più ampia. E io quindi collegherei il dialogo piuttosto ad un maggiore sviluppo dello studio della teologia e della ricerca, dello studio della storia della Chiesa.

In tutto il mondo cristiano sono ortodossi e cattolici ad essere più vicini gli uni agli altri. In questa direzione certo, si può dire che lo studio e l’approfondimento della tradizione monastica favorisca il dialogo. Ad esempio alla Biblioteca dello Spirito di Mosca (http://www.russiacristiana.org/RussiaCristianaBiblioRel.htm) stiamo lavorando alla traduzione in russo del libro di Von Balthasar su San Massimo il Confessore.

È un progetto comune tra la commissione teologica della chiesa ortodossa russa e la Biblioteca dello Spirito. Massimo il Confessore era in primo luogo un monaco orientale, un grande teologo, importante per tutti, che al tempo stesso ha unito in sé sia la Chiesa di Roma, sia la Chiesa bizantina. E lo studio di figure di questo tipo può favorire il dialogo tra i cristiani occidentali e i cristiani orientali nella comune tradizione, nella comune eredità.

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ZENIT Staff

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