La religione nell'era della globalizzazione: credere senza appartenere

Intervista al professor Joan-Andreu Rocha Scarpetta

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BARCELLONA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I giornalisti che danno notizie in tema di religione lo fanno spesso senza disporre di fonti affidabili. Talvolta affrontano realtà complesse senza gli adeguati strumenti di analisi e con un linguaggio criptico e difficile da trasmettere al pubblico. Il risultato è un’informazione religiosa che non raggiunge un livello qualitativo sufficiente.

Un seminario per giornalisti organizzato dall’Istituto Internazionale di Scienze Sociali (IICS) di San Paolo, in Brasile, ha affrontato questo tema lo scorso 8 e 9 settembre. ZENIT ha intervistato uno dei relatori che ha presentato la “radiografia” delle religioni nel mondo: il professor Joan-Andreu Rocha Scarpetta, vice decano di giornalismo presso l’Università Abat Oliba CEU, di Barcellona.

Rocha, che dirige a Roma il Master in “Chiesa, ecumenismo e religioni” presso l’Ateneo pontificio “Regina Apostolorum”, sottolinea il carattere “light” con cui viene percepita oggi la religione e la tendenza a “credere senza appartenere”; due chiavi di lettura per comprendere le tendenze sociali in atto.

“Le religioni hanno forme privilegiate per comunicarsi, il che non significa che i suoi esponenti o rappresentanti debbano necessariamente essere esperti mediatici”, puntualizza Rocha, che tratta il tema del legame tra comunicazione e religioni, nel corso “Mass media, ecumenismo e religioni” della Pontificia Università gregoriana.

Le religioni si sono globalizzate. È un fatto positivo?

Rocha: La globalizazione religiosa ha fatto venir meno i confini delle religioni nel mondo, le quali oggi sono presenti in ogni luogo.

Si è verificato ciò che i sociologi chiamano un passo della religione verso la spiritualità: le forme tradizionali di adesione religiosa stanno cambiando e si passa, in alcuni contesti, da una esperienza religiosa organizzata, a una forma di fede e di spiritualità personalizzata, che si potrebbe definire una “lightizzazione” della religione, con riferimento al suo aspetto “light”, “leggero”.

La religione diventa così “light” da diluire la credenza e la pratica. Si torna al “credente ma non praticante”?

Rocha: Oggi è più evidente che si crede senza appartenere e si appartiene senza credere: la maggioranza delle religioni si trova a dover affrontare una polarizzazione tra gente spirituale che non appartiene a tradizioni religiose e membri culturali che non sono credenti.

Si ritorna alle identità religiose. Di fronte a un panorama di incertezza culturale, le identità religiose tendono a definirsi in modo radicale: fondamentalismo o trascendentalismo mistico.

Dal punto di vista della comunicazione si verifica una tendenza interessante: l’agorà mediatica si è trasformata in un nuovo spazio di incontro religioso.

Un’altra caratteristica delle religioni di oggi è la tensione tra due forme di rappresentazione religiosa: quella istituzionale e quella carismatica, non sempre in armonia tra loro. E questo può confondere i comunicatori.

Che giudizio dà ai giornalisti che si occupano di religione?

Rocha: Esistono giornalisti eccezionali che danno notizie sulla religione in modo esemplare, ma esiste anche molta stereotipizzazione. Quando parlo con i giornalisti che si occupano di religione, suggerisco loro sempre di non dimenticare l’aspetto della pluralità nelle tradizioni religiose, le quali contengono una grande molteplicità di gruppi e di sensibilità diverse.

In questo senso, un seminario come quello di San Paolo è molto importante, perché ai giornalisti mancano strategie, dati, contesti… D’altra parte per chi guida le comunità religiose risulta molto utile sapere cosa i giornalisti chiedono, che solitamente non è un’omelia intera, ma un titolo. Hanno bisogno anche di qualcuno a cui potersi rivolgere, che risponda al telefono, che li tratti bene e non li respinga.

Alcuni giornalisti considerano le religioni estatiche e passate di moda.

Rocha: Le tradizioni religiose sono vive, cangianti e dinamiche. Un giornalista non dovrebbe fissarsi solo sulle credenze dei gruppi religiosi, ma anche su come queste si pongono nella pratica. E vedrà che non sono estatiche.

Inoltre, vedrà che contengono in sé elementi di comunicazione: un messaggio, molte volte un profeta, un libro… Ma di per sé soli, questi elementi non si integrano nel mondo mediatico: occorre cercare il modo per canalizzarli.

Le religioni hanno forme privilegiate di comunicare, il che non significa che i suoi esponenti o rappresentanti debbano necessariamente essere esperti mediatici. Una speranza sono gli informatori che come voi si dedicano alla religione, compito che se svolto bene rappresenta un beneficio enorme per la religione e per la qualità nei mezzi di comunicazione.

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ZENIT Staff

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