Pakistan: ucciso in carcere il ragazzo cristiano accusato di blasfemia

Per alcuni è stata “una autentica esecuzione extra giudiziale”

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KÖNIGSTEIN, mercoledì, 16 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Siamo davvero felici che il ragazzo sia in prigione in questo momento. Almeno è al sicuro. Significa che non verrà ucciso dagli estremisti musulmani”. Così aveva detto padre Andrew Nisari, vicario generale dell’Arcidiocesi di Lahore, riferendosi al caso di un ragazzo cristiano incarcerato perché accusato di aver profanato il Corano.

L’associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) aveva rivelato (cfr. ZENIT, 15 settembre 2009) che l’11 settembre scorso il ragazzo, Robert Fanish, di 20 anni, era stato arrestato in seguito alle accuse di una donna musulmana che aveva avvertito la polizia del ritrovamento, davanti alla casa del giovane, di una pagina stracciata contenente dei versetti del Corano.

A quanto pare, come sostengono leader ecclesiali locali, la donna è la madre di una ragazza musulmana diciottenne con cui il giovane aveva una relazione da tre anni. La donna, non sopportando che la figlia fosse fidanzata con un cristiano, avrebbe stracciato la pagina con i versetti del Corano buttandola davanti alla casa di Robert Fanish per farlo incappare nelle leggi contro la blasfemia in vigore in Pakistan.

La “legge sulla blasfemia” – introdotta nel Pakistan dal dittatore Zia-ul-Haq negli anni ’80 – riguarda gli articoli 295, commi b), c) e 298 commi a), b), c) del Codice Penale pakistano che condanna “quanti con parole o scritti, gesti o rappresentazioni visibili, con insinuazioni dirette o indirette, insultano il sacro nome del Profeta”.

Questa norma è divenuta però fonte di continue violenze contro cristiani e fedeli di altre religioni, sulla base spesso di accuse false o motivate da interessi meschini.

Dopo l’accaduto, che ha suscitato la violenta protesta di un gruppo di estremisti islamici che ha dato fuoco alla chiesa del villaggio – Jethki, nel distretto di Sialkot della provincia del Punjab – e ad alcune abitazioni cristiane, il ragazzo era stato arrestato mentre la polizia aveva avviato un’indagine.

Questo mercoledì, il cadavere del giovane è stato consegnato alla sua famiglia. Il corpo presentava segni sul torso e sulle braccia, provocati probabilmente da un violento pestaggio.

Secondo la polizia, Fanish si sarebbe impiccato, ma i segni sul cadavere escluderebbero questa ipotesi. I risultati dell’autopsia verranno resi noti nell’arco di pochi giorni.

Al funerale del ragazzo, a Sanbrial, hanno partecipato più di 3.000 persone. Secondo i rapporti ricevuti da ACS, dopo la cerimonia sarebbe nata una protesta per le circostanze della sua morte. La polizia sarebbe quindi intervenuta usando gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Abolizione della legge sulla blasfemia

“E’ una legge ingiusta che chiediamo al governo di revocare. Per questo abbiamo lanciato, tramite la Commissione Giustizia e Pace, una petizione e una raccolta di firme, che presenteremo al Primo Ministro Raza Gilani”, ha detto all’agenzia Fides, mons. Lawrence Saldanha, Presidente della Conferenza Episcopale del Pakistan.

Dopo il massacro avvenuto ad agosto a Gojra, nel Punjab, e costato la vita a nove persone accusate di basfemia, il Primo Ministro, ha detto il presule, “ci aveva già manifestato il suo parere favorevole all’abolizione, per tutelare l’armonia religiosa nel paese”.

“Speriamo, dunque, che qualcosa accada – ha auspicato –. Ma è anche vero che la maggioranza dei musulmani conservatori sostiene fortemente questa legge ed è contraria a rimuoverla”

Richiesta di un’“indagine giusta”

Dopo il tragico epilogo della vicenda, l’Arcivescovo Lawrence Saldanha, si è unito ai leader protestanti delle Chiese pakistane per redarre un memorandum ufficiale in cui si richiede un’“indagine giusta” sulla morte di Robert Fanish.

Il documento è stato inviato al Presidente, al Primo Ministro Syed Gilani e al responsabile della provincia del Punjab, Shahbaz Sharif, fratello dell’ex Primo Ministro Nawar Sharif.

“Ciascuno di noi è furioso per ciò che è successo a Robert”, ha confessato padre Andrew Nisari ad ACS.

“Per noi è chiaro che la polizia l’ha ucciso”, ha aggiunto.

Per i cristiani del Pakistan, ha avvertito, “la situazione sta diventando sempre peggiore”. “C’è un’ondata di agitazioni in tutto il Paese e la gente sta cogliendo ogni opportunità per esercitare pressione sui cristiani”.

Padre Nisari ha ricordato che anche la Commissione Giustizia e Pace dell’episcopato cattolico ha chiesto al Governo un’indagine pubblica sulla morte di Robert Fanish.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’agenzia Fides dalla Chiesa pakistana, negli ultimi 25 anni sono circa 1.000 i casi di persone accusate ingiustamente di blasfemia, fra i quali numerosi cristiani e membri di altre minoranze religiose, ma anche musulmani.

Almeno 30 persone sono morte e centinaia hanno sofferto molto per le vicende di ingiusta carcerazione, emarginazione, perdita delle proprietà, in seguito alle false accuse di blasfemia.

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ZENIT Staff

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