La vita è Bella, la Vita è Cristo

XXIV Domenica del tempo Ordinario, 13 settembre 2009

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di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 11 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?“. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto… Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,27-35).

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Gc 2,14-17).

Sai chi sono io?”, chiede Nina commossa alla piccola Bella sulla spiaggia del mare: “Tu sei la mia mamma“, risponde lei dolcemente, e subito le dona la grande conchiglia che tiene in mano, dentro la quale Josè, l’uomo che ha impedito alla solitudine di Nina di abortire la figlia, le ha fatto scoprire la voce profonda del mare, rinchiusa come in un grembo.

Anche Gesù chiede oggi ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”, e Pietro risponde a nome di tutti: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29), riconoscendo così l’identità messianica del Maestro.

Ho voluto paragonare queste due domande perchè il film “Bella”, cui mi riferisco, mi sembra una splendida parabola del Vangelo della vita, il Vangelo dell’amore di Dio per i piccoli e i poveri, per gli emarginati e gli esclusi (chi lo è fisicamente di più del bambino nel grembo,  e chi lo è moralmente di più della mamma tentata di sopprimere il frutto del suo seno?), con i quali Gesù si è specialmente identificato poiché ha detto: “ogni volta lo avete fatto a me”(Mt 25,40).

La vicenda del film è paradigmatica: Josè, scapolo e chef di un ristorante, sa condividere profondamente l’angoscia di Nina, sua collega, rimasta incinta. Non la lascia sola un attimo da quando viene licenziata, la ascolta mentre si sfoga e piange, le trova un nuovo lavoro, la presenta alla sua famiglia che l’accoglie come una figlia, le confida a sua volta il calice amaro che, nella memoria continuamente  sollecitata, deve bere da quattro anni, infine: aiuta Nina con ogni mezzo, e soprattutto con l’affetto, a scegliere la via della vita.

Josè non solo si comporta secondo l’esortazione di Giacomo nella seconda Lettura, ma è pronto anche a mettere in pratica il consiglio evangelico di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34). Infatti, per inseguire Nina licenziata e sconvolta abbandona il ristorante senza indugio, rincorrendola per le strade di New York vestito da chef, noncurante della possibile perdita del proprio posto di lavoro.

Josè non pensa più a salvare la propria vita, i suoi interessi, come faceva un tempo quando era un divo del foot-ball. Purificato dalla tragedia di aver investito ed ucciso una bimba in un attimo di distrazione al volante, ha acquisito l’istinto materno di donare la propria vita per gli altri.

Ecco: per andare dietro a Gesù non sono necessarie scelte difficili, basta fare come Josè: tallonare con il cuore e le opere chi è oppresso dall’incomprensione e dalla solitudine, e sentendosi schiacciato da una croce “mortale” non sa che Dio, proprio così sta risuscitando la sua vita, e la conduce per mezzo della fede verso la piena ed autentica felicità.

Significativo è l’incontro di Nina e Josè con un vecchio desolato e ignorato dai passanti, il quale si guadagna da vivere offrendo piccoli oggetti a chi si ferma ed ha pietà di lui. Non ricordo esattamente le parole che egli dice loro, ma il contenuto è: “Dio mi ha tolto la vista, ma in questo modo ha donato alla mia vita una luce migliore, quella della fede”.

Dimostrazione lampante che l’espressione: “..io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,18), non rimanda necessariamente al fare (che non è alla portata di tutti), ma alla fede che opera nell’amore e nella sofferenza, accettata e offerta in comunione con Cristo crocifisso: “E cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto..e, dopo tre giorni, risorgere” (Mc 8,31). Sono parole che descrivono ed interpretano l’esistenza di ognuno di noi.

La reazione di Pietro di fronte alla necessità della croce, tradisce la sua conoscenza superficiale del Signore, nonostante la bella risposta data sulla sua identità.

Per questo riceve da Gesù una risposta dura: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Come fa un uomo a non pensare secondo gli uomini?

Qui c’è il messaggio della risurrezione, un messaggio preciso per tutti e specialmente per la donna in angoscia per una maternità difficile ed indesiderata, come Nina.

Ascoltiamo: “Proprio come si può capire una melodia solo quando ha cessato di echeggiare il suo ultimo suono, sicchè nella nostra memoria possiamo raccogliere in unità tutti i suoni di cui era anticipatamente costituita, così l’evento Cristo diventa per noi comprensibile nella sua totalità solo a partire dalla sua risurrezione. Per i primi cristiani la risurrezione fu la chiave di comprensione della croce e la luce in cui essi poterono decifrare tutti i singoli episodi della vita di Gesù.

Ma questa è proprio e  prima di tutto la verità e la necessità della croce (“non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze?”: Lc 24,26), sulla cui via il Gesù terreno aveva già invitato i suoi discepoli.

L’immagine della nostra esistenza, collocata tra risurrezione e croce, è il riflesso speculare di ciò che nel Vangelo lo Spirito Santo ci presenta di Gesù stesso: la via orientata alla croce e lo sguardo retrospettivo sulla vita dal punto di vista della risurrezione, si rispecchiano l’una nell’altra” (H.U.V.Balthasar, “Gesù ci conosce? Noi conosciamo Gesù?”, p. 94).

Gravidanza e nascita sono un unico simbolo esistenziale: la vita è gravidanza difficile, ma collocandosi dal punto di vista del parto (e non intendo solo il Paradiso, ma la quotidiana volontà di Dio), se ne comprende il senso e la promessa: “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere, distruggere; Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

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ZENIT Staff

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