ROMA, mercoledì, 29 aprile 2009 (ZENIT.org).- Nel suo contributo, don Nicola Bux, docente di teologia sacramentaria e liturgia a Bari e consultore di diversi dicasteri della Santa Sede, ci offre una meditazione in chiave di teologia liturgica sull’omelia pronunciata dal Santo Padre durante la Santa Messa crismale di quest’anno. Le riflessioni di don Bux offrono interessanti suggerimenti per comprendere la mens liturgica di Benedetto XVI (Mauro Gagliardi).

 



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di Don Nicola Bux

Chi legge l’introduzione del Papa ai suoi scritti sulla liturgia, editi per ora in lingua tedesca, trova questo passaggio: «Non mi interessavano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia nell’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nella nostra intera esistenza umana». Forse questa schiettezza confermerà taluni liturgisti in quello che già pensano: Joseph Ratzinger non è un vero esperto di liturgia. Il problema è che la liturgia, dopo il Concilio, è stata da molti studiosi disancorata dal domma; quindi era difficile per un liturgista postconciliare leggere, ad esempio, il libro di Ratzinger Das Fest des Glaubens (tradotto in italiano col titolo La festa della fede). Ancora fino all’elezione pontificia, capitava di udire vescovi sconsigliare la lettura di Einführung in den Geist der Liturgie (versione italiana: Introduzione allo spirito della liturgia). Alcuni si chiedevano: come poteva un dommatico (sic!) come Ratzinger scrivere di liturgia?

Pian piano, cominciamo ad accorgerci che abbiamo smarrito, nell’approccio alla liturgia, l’essenziale, per perderci dietro tecnicismi estenuanti ed estetismi evanescenti. Non capita spesso di sentir dire, al termine di una liturgia: «È stata una celebrazione riuscita»? La chiave per capire il pensiero liturgico di Ratzinger sta al contrario nello sguardo orientato alla Croce e a Colui che vi pende: sguardo ad un tempo reale e simbolico, artistico e mistagogico; in una parola, liturgico.

L’omelia della Messa crismale del giovedì santo di quest’anno ci riporta allo «spirito della liturgia» come lo avverte il Santo Padre. Anche perché tocca quel rapporto essenziale tra Ordinazione sacerdotale e culto – il prete è ordinato essenzialmente al culto, inteso come offerta a Dio – innanzitutto perché rimette in auge il concetto di consacrazione come sacrificio per Gesù Cristo e di conseguenza per chi voglia far altrettanto col suo corpo, quale culto logico (cf. Rm 12,1-2). Direi, anzi, che questo sia proprio dipendente dalla «consacrazione nella verità». Così, «mi consacro» è uguale a «mi sacrifico», il sacerdote è nello stesso tempo la vittima – «una parola abissale» che permette lo sguardo a Gesù Cristo nel più intimo, perché si raggiunge il mistero della redenzione, del sacerdozio della Chiesa, ovvero ciò che soprattutto essa è chiamata a fare nel mondo e del mondo: una consacrazione. Altro che dialogo col mondo: «un passaggio di proprietà» dal mondo a Dio è il prete; ma questo è vero in radice per tutti i cristiani. Non è la liturgia un sacrificio, un «privarsi di qualcosa per consegnarla a Dio»? Essa non è in nostra proprietà: è «un essere messi da parte». Di qui segue la funzione di rappresentare gli altri davanti a Lui.

Ma la liturgia è una consacrazione nella verità, perché la parola di Dio è la Verità. Come dice più avanti, è Cristo stesso la Verità. La liturgia della Parola deve essere una consacrazione nella verità, perché ha una vis – forza, vis evangelii – distruttrice del demonio e purificatrice come acqua e fuoco dello Spirito, e infine creatrice perché «trasforma nell’essere di Dio». Saremo capaci di presentare così la prima parte della Santa Messa?

«E allora come stanno le cose nella nostra vita?» – domanda il Papa a se stesso, a noi tutti, ai suoi collaboratori – e indaga con un esame di coscienza a doppio taglio che ci scruta. Seguiamo il mondo con i suoi pensieri e mode, oppure Lui? Altrimenti non ci si deve stupire del montare della «superbia distruttiva e la presunzione, che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza. Sappiamo noi imparare da Cristo la retta umiltà – quante volte ricorre tale parola nella liturgia! – che corrisponde alla verità del nostro essere, e quell’obbedienza, che si sottomette alla verità, alla volontà di Dio?».

Insomma dalla parola di Dio si schiude l’accesso alla verità di cui bisogna diventare ed essere discepoli sempre di nuovo. Anzi, in Cristo che è la Verità accade il «rendili una sola cosa con me… Lègali a me. Tirali dentro di me» – e qui è il passaggio alla liturgia eucaristica, al sacrificio. Questa è l’unità vera, ecumenica e non; questa è la comunione: unificarsi a Lui. «Sostanzialmente essa ci è stata donata per sempre nel Sacramento». In specie per il sacerdote – a maggior ragione quando celebra – «L’unirsi a Cristo suppone la rinuncia. Comporta che non vogliamo imporre la nostra strada e la nostra volontà: che non desideriamo diventare questo o quest’altro, ma ci abbandoniamo a lui, ovunque e in qualunque modo Egli voglia servirsi di noi… Nel “sì” dell’Ordinazione sacerdotale abbiamo fatto questa rinuncia fondamentale al voler essere autonomi, alla “autorealizzazione”». Solo così la liturgia diventa servizio di Dio, anzi preghiera! Pregare «è un semplice presentare noi stessi davanti a Lui». Essere ammessi alla Sua presenza, cioè, a compiere il servizio sacerdotale.

Ed ecco il passaggio dalla preghiera personale a quella pubblica: «Ma affinché questo non diventi un autocontemplarsi – quanta liturgia è così (cf. meditazione alla IX stazione della Via Crucis 2005) – è importante che impariamo continuamente a pregare pregando con la Chiesa. Celebrare l’Eucaristia vuol dire pregare. Celebriamo l’Eucaristia in modo giusto, se col nostro pensiero e col nostro essere entriamo nelle parole che la Chiesa ci propone»: qui c’è tutto il giudizio sulla cosiddetta creatività che è invece un uscire dalle parole della liturgia per preferire le nostre parole. «In essa è presente la preghiera di tutte le generazioni, le quali ci prendono con sé sulla via verso il Signore»: la liturgia appartiene alla Tradizione con la T maiuscola. «E come sacerdoti siamo nella Celebrazione eucaristica coloro che, con la loro preghiera, fanno strada alla preghiera dei fedeli di oggi». Ed ecco il tocco ascetico: «Se noi siamo interiormente uniti alle parole della preghiera, se da esse ci lasciamo guidare e trasformare, allora anche i fedeli trovano l’accesso a quelle parole. Allora tutti diventiamo veramente “un corpo solo e un’anima sola” con Cristo». E si realizzerà l’unità dei cristiani. Qui la liturgia del Sacrificio diventa Comunione santa al Corpo e al Sangue.

Non è finita: l’immersione nella verità e santità di Dio vuol dire «anche accettare il carattere esigente della verità; contrapporsi nelle cose grandi come in quelle piccole alla menzogna che in modo così svariato è presente nel mondo… neppure dimenticare che in Gesù Cristo verità e amore sono una cosa sola. Essere immersi in Lui significa essere immersi nella sua bontà, nell’amore vero». E ritorniamo alla caratteristica che fa del culto cristiano un culto logico: essere offerta razionale di se stessi: «Cristo chiede per i discepoli la vera santificazione, che trasforma il loro essere, loro stessi; che non rimanga una forma rituale, ma sia un vero divenire proprietà di Dio stesso. Potremmo anche dire: Cristo ha chiesto per noi il sacramento che ci tocca nella profondità del nostro essere». Questo ogni giorno deve diventare vita. Perciò «la rivelazione diventa liturgia» (Gesù di Nazaret, p. 356).

Nella liturgia il Signore ci immerge in se stesso e ci fa diventare «uomini di verità, uomini di amore, uomini di Dio».