Cina: la lettera di Benedetto XVI sei mesi dopo

Commenti e spiegazioni di padre Yihm Sihua di Hong Kong

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Di Isabelle Cousturié

ROMA, lunedì, 24 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Sei mesi dopo la pubblicazione della Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, qual è la situazione della Chiesa in Cina? Si sta realizzando la riconciliazione fra i cattolici, sulla quale insisteva il Papa? E’ possibile parlare di una maggiore libertà religiosa nel paese?

ZENIT ha chiesto a padre Yim Sihua di Hong-Kong, francofono, che si reca frequentemente nel continente cinese per visite pastorali, di analizzare l’impatto della lettera di Benedetto XVI sulla vita della Chiesa nella Cina di oggi.

La lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi è stata pubblicata sei mesi fa: coloro ai quali era destinata hanno potuto leggerla?

P. Sihua: Malgrado il divieto da cui è stata colpita alcune ore dopo la sua pubblicazione sui siti interni, la grande maggioranza di coloro che volevano leggerla ha potuto farlo. Varie diocesi l’hanno perfino stampata alla chetichella, certamente con il tacito accordo di persone altolocate. Ciò significa forse che una maggioranza silenziosa è contraria alla censura sistematica che praticano i media? E’ probabile. E’ perfino probabile che molta gente guardi con simpatia alle grandi religioni. “Esse insegnano a compiere buone azioni e si preoccupano per il bene comune, perché non lasciare che si sviluppino liberamente?”.

Com’è stata accolta questa lettera dalle autorità cinesi?

P. Sihua: Da parte del governo e dell’Associazione Patriottica dei Cattolici cinesi (vicina al governo), non vi sono state reazioni ufficiali. Sembra che essi avessero capito che vi erano dei limiti da non superare senza il pericolo di screditarsi e di fornire argomenti a coloro che accusano la Cina di violare la libertà religiosa.

Da sei mesi a questa parte, hanno avuto luogo quattro ordinazioni episcopali (va aggiunta l’ordinazione episcopale del rev. Giuseppe Li Jing, che il 21 dicembre è stato consacrato Vescovo coadiutore della diocesi di Ningxia, ndr), tutte approvate dalla Santa Sede. Sembra che Pechino voglia lasciare la porta aperta a futuri negoziati e non escludere alcuna possibilità, in particolare quella di stabilire relazioni diplomatiche con il Vaticano.

Sei mesi fa era difficile misurare l’impatto reale di questa lettera sui cattolici cinesi. Si sapeva che era una lettera molto attesa. Lei ci aveva detto, in un’intervista subito dopo la pubblicazione della lettera (http://www.zenit.org/article-15789?l=french) che i cattolici erano stati molto sensibili al fatto che il Papa dicesse di portarli nel suo cuore, che comprendeva bene i loro problemi e che faceva affidamento su di loro per risolverli. Ma oggi, ci può dire come hanno reagito effettivamente alla lettera pastorale?

P. Sihua: Hanno reagito favorevolmente e con grande gioia. Questa lettera permette ai cattolici del continente di aprire il loro cuore alle dimensioni del mondo. Essi si rendono maggiormente conto di appartenere tutti alla Chiesa universale e che il Santo Padre li porta nel suo cuore. Ho potuto constatare che il messaggio del Papa ha avuto effetti positivi in tre settori:

Innanzitutto questo messaggio illumina i cattolici cinesi sullo stato reale della loro Chiesa locale, divisa fra varie tendenze. Tale situazione era ancor più difficile da comprendere, quando ci si trovava sul posto, in quanto la propaganda ufficiale cercava di confondere gli spiriti e disinformare i credenti. Questo messaggio contiene un’informazione affidabile ed un’analisi fine e coerente della situazione.

Inoltre, la riflessione del Santo Padre offre una presentazione dell’ecclesiologia cattolica con riferimento alla situazione cinese. Partendo da queste considerazioni, ognuno è ora portato a porsi delle buone domande e a cercare le risposte nella Chiesa. Ognuno può ora capir meglio i suoi fratelli e sorelle nella fede, che hanno fatto delle scelte diverse. E’ iniziato un approfondimento delle basi della fede.

Infine, da parte di alcuni, è iniziato un avvicinamento, che prima sembrava una debolezza, un tradimento. Comunità intere stanno uscendo dal loro isolamento e hanno cominciato a interessarsi all’insieme della Chiesa in Cina. Esse finiranno per scoprire che i cattolici che non hanno fatto le stesse scelte, sono anch’essi fratelli e sorelle ed hanno una fede autentica.

Al contempo, gli estremisti delle due sponde sono disarmati: coloro che hanno aderito all’Associazione Patriottica per convinzione e gli “irriducibili” delle comunità sotterranee. Essi si sentono sconfessati dallo stesso Santo Padre. Il tessuto ecclesiale comincia ad evolversi per guarire, cosa di cui aveva bisogno. Ma sarà necessario ancora molto tempo affinché il processo di riconciliazione e riunificazione arrivi alla sua conclusione.

Quali sono gli ostacoli che ancora sussistono?

P. Sihua: Attualmente il maggiore ostacolo da superare resta la nomina dei Vescovi. Pare che Pechino non abbia rinunciato a cercare, fra i sacerdoti, quelli che sono più favorevoli alla politica attuale ed i più compiacenti nei riguardi del regime. La Santa Sede, invece, desidera nominare dei pastori che siano fermi nella fede, rispettosi dell’unità della Chiesa ed in grado di guidare bene il loro popolo.

L’altro grande ostacolo è il controllo incessante delle attività religiose. I cattolici delle comunità sotterranee, ad esempio, spiegano che per loro uscire dalla clandestinità significherebbe gettarsi nelle braccia dell’Associazione Patriottica, e cioè perdere la libertà che a fatica sono riusciti a conservare fino ad oggi.

Essi non hanno scelto a cuor leggero di vivere nella clandestinità. Per loro è una grande prova, una sfida folle! I problemi quotidiani vengono moltiplicati per dieci ed i rischi sono enormi: divisioni, infiltrazioni, denunce. Ad esempio, come trattare i cristiani esitanti o addirittura volubili, (che sarebbero pronti a passare da una comunità sotterranea ad un’altra comunità ufficiale)? Come spiegare ai bambini di mantenere il silenzio, anche quando la loro istitutrice li interroga? Come riuscire a comunicare fra cristiani (telefono, internet, posta, ecc.) senza farsi scoprire dai diligenti servizi di informazioni? Come assicurare la continuità di una catechesi di qualità, quando non vi è un luogo fisso per l’insegnamento?

Le comunità cattoliche sotterranee non hanno deciso di entrare nella clandestinità per il gusto del segreto, per opporsi al governo o per fedeltà alla potenza estera rappresentata dal Vaticano. Esse lo hanno fatto per la preoccupazione di mantenere l’integrità della loro fede di fronte ad un controllo eccessivo delle loro attività e a causa delle pressioni politiche insostenibili. Esse non vi rinunceranno tanto facilmente!

Per fare uscire queste comunità dalla clandestinità, sarebbe necessario che l’Associazione Patriottica si sciogliesse o diventasse inoffensiva ed il governo cessasse di cercare di controllare le attività religiose dall’A alla Z, in particolare quando si tratta delle riunioni della Conferenza dei Vescovi della Cina. Per raggiungere questo obiettivo, bisognerà aspettare un’evoluzione dell’attuale regime politico.

Due esempi recenti ci danno un’idea della scarsa libertà religiosa di cui godono attualmente i cittadini cinesi: in occasione dell’ordinazione del Vescovo di Canton, con l’accordo di Roma, il 4 dicembre scorso, non vi è stato posto per imprevisti o colpi di fantasia.

L’Ufficio ufficiale delle questioni religiose aveva deciso tutto in precedenza: aveva imposto il Vescovo che sarebbe stato il consacratore principale, aveva vietato la proclamazione della bolla del Papa, vietato agli stranieri l’ingresso nella cattedrale ed aveva invece invitato persone accuratamente selezionate: gli alti funzionari del governo sedevano nelle prime file, ment
re una parte dei cattolici era rimasta fuori. Forze di polizia circondavano l’edificio per garantire il regolare svolgimento della cerimonia. Tutto era stato minuziosamente regolamentato tranne che per un dettaglio: il fervore e la partecipazione dell’assemblea lasciavano a desiderare. La Cina non ha quindi ancora rinunciato a formattare non solo i membri del Partito comunista, ma anche i discepoli di Cristo?

Il secondo esempio è quello di monsignor Han Dingxiang, che aveva trascorso oltre vent’anni in prigione e viveva in un luogo sconosciuto a parenti e amici dal 2006. Egli è morto in circostanze sospette dopo due settimane di ricovero in ospedale. Il decesso di questo prelato di 68 anni ha sorpreso tutti i cattolici che pregavano per lui. La cremazione del corpo e la sua sepoltura hanno avuto luogo la mattina successiva alle sette, senza alcuna funzione religiosa e senza che i sacerdoti ed i fedeli potessero rendere omaggio alle sue spoglie. Da allora la sua sepoltura è posta sotto stretta sorveglianza da parte della polizia. Il Vescovo era nato il 17 maggio 1939, era stato ordinato sacerdote nel 1986 ed aveva ricevuto la mitra episcopale il 14 novembre 1989.

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ZENIT Staff

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