CASTEL GANDOLFO, lunedì, 17 agosto 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI il 16 agosto nell'introdurre la preghiera dell’Angelus recitata con i fedeli ed i pellegrini presenti nel Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.





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Cari fratelli e sorelle!

Ieri abbiamo celebrato la grande festa di Maria Assunta in Cielo, e oggi leggiamo nel Vangelo queste parole di Gesù: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo" (Gv 6,51). Non si può non restare colpiti da questa corrispondenza, che ruota intorno al simbolo del "cielo": Maria è stata "assunta" nel luogo dal quale il suo Figlio era "disceso". Naturalmente questo linguaggio, che è biblico, esprime in termini figurati qualcosa che non entra mai completamente nel mondo dei nostri concetti e delle nostre immagini. Ma fermiamoci un momento a riflettere! Gesù si presenta come il "pane vivo", cioè il nutrimento che contiene la vita stessa di Dio ed è in grado di comunicarla a chi mangia di Lui, il vero nutrimento che dà la vita, nutre realmente in profondità. Gesù dice: "Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Ebbene, da chi il Figlio di Dio ha preso questa sua "carne", la sua umanità concreta e terrena? L’ha presa dalla Vergine Maria. Dio ha assunto da Lei il corpo umano per entrare nella nostra condizione mortale. A sua volta, alla fine dell’esistenza terrena, il corpo della Vergine è stato assunto in cielo da parte di Dio e fatto entrare nella condizione celeste. E’ una sorta di scambio, in cui Dio ha sempre la piena iniziativa, ma, come abbiamo visto in altre occasioni, in un certo senso, ha anche bisogno di Maria, del "sì" della creatura, della sua carne, della sua esistenza concreta, per preparare la materia del suo sacrificio: il corpo e il sangue, da offrire sulla Croce quale strumento di vita eterna e, nel sacramento dell’Eucaristia, quale cibo e bevanda spirituali.

Cari fratelli e sorelle, ciò che è accaduto in Maria, vale, in altri modi, ma realmente, anche per ogni uomo e ogni donna, perché ad ognuno di noi Dio chiede di accoglierLo, di mettergli a disposizione il nostro cuore e il nostro corpo, la nostra intera esistenza, la nostra carne – dice la Bibbia -, perché Egli possa abitare nel mondo. Ci chiama ad unirci a Lui nel sacramento dell’Eucaristia, Pane spezzato per la vita del mondo, per formare insieme la Chiesa, il Suo Corpo storico. E se noi diciamo sì, come Maria, anzi nella misura stessa di questo nostro "sì", avviene anche per noi e in noi questo misterioso scambio: veniamo assunti nella divinità di Colui che ha assunto la nostra umanità. L’Eucaristia è il mezzo, lo strumento di questo reciproco trasformarsi, che ha sempre Dio come fine e come attore principale: Lui è il Capo e noi le membra, Lui la Vite e noi i tralci. Chi mangia di questo Pane e vive in comunione con Gesù lasciandosi trasformare da Lui e in Lui, è salvato dalla morte eterna: certamente muore come tutti, partecipando anche al mistero della passione e della croce di Cristo, ma non è più schiavo della morte, e risorgerà nell’ultimo giorno, per godere la festa eterna con Maria e con tutti i Santi.

Questo mistero, questa festa di Dio incomincia quaggiù: è mistero di fede, di speranza e di amore, che si celebra nella vita e nella liturgia, specialmente eucaristica, e si esprime nella comunione fraterna e nel servizio per il prossimo. Preghiamo la Vergine Santa, affinché ci aiuti a nutrirci sempre con fede del Pane di vita eterna per sperimentare già sulla terra la gioia del Cielo.



[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli della parrocchia San Silvestro in Faenza, e i giovani di Trescore, qui giunti attraverso la via Francigena. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

La laicità dello Stato secondo Benedetto XVI (parte II)

di don Natale Scarpitta*

ROMA, giovedì, 30 luglio 2009 (ZENIT.org).- Il Pontefice, offrendo il suo contributo culturale all’individuazione di una retta concezione di laicità, delinea anche quello che è il compito dei laici credenti nella società contemporanea. Pur riconoscendo che la Chiesa non è un agente politico, egli crede che la fede religiosa rappresenti un rilevante fattore di “civilizzazione” e, perciò, possa avere una funzione ispiratrice di un concreto operare politico, improntato ai valori che dalla stessa fede discendono.

Il Santo Padre sprona così il laicato cattolico ad assumere una posizione esistenzialmente e politicamente attiva che si esplichi nell’assunzione di responsabilità civili. Si avverte oggi il bisogno di fornire alla comunità un ordine sociale libero e virtuoso. E spetta in primo luogo ai laici cattolici operare in tale direzione. Essi devono compiere una “scelta di campo”: impegnarsi in prima persona in politica, investire le loro intelligenze e la loro professionalità per la promozione del bene della collettività che è norma fondamentale sia dello Stato che della Chiesa.

Il laico credente impegnato in politica, consapevole della grave responsabilità sociale di cui è investito, deve sentirsi particolarmente interpellato dalla sua coscienza ad un impegno forte soprattutto nel campo dell’etica pubblica. All’umile coraggio della sua missione deve associare anche la ferma fedeltà ai principi morali della sua coscienza: egli è pertanto chiamato a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana, soprattutto quando sono compromesse esigenze etiche fondamentali ed irrinunciabili come l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione genetica. Ma pure la tutela della famiglia che non può essere in alcun modo, tantomeno giuridicamente, equiparata ad altre forme di convivenza; la tutela del diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo di un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale.

Ogni laico credente è, in definitiva, chiamato ad un lavoro intellettuale che offra un contributo alto e nobile ai problemi ed alle sfide della società contemporanea attraverso approfondite elaborazioni culturali ed incisive argomentazioni razionali. Solo così la sua voce potrà entrare a pieno titolo nel confronto sulle differenti posizioni filosofiche ed antropologiche e verrà valutata non da pregiudizi anticlericali, ma in base alla “forza del pensiero” ed alla ragionevolezza concreta di quanto propone.

Per concludere, bisogna riconoscere al Papa Benedetto XVI un coraggio intellettuale e civile (oltre che apostolico) non comune, nel tentativo di voler purificare il concetto di laicità che l’opinione dominante tende a diffondere. Egli mira così a ridisegnare il rapporto tra Stato e Chiesa ed a riequilibrare la loro collaborazione spostando l’attenzione intellettuale sulla centralità dell’uomo.

La sana laicità dello Stato di cui ci parla il Santo Padre non coincide con un diplomatico equilibrismo di compromessi fra “trono ed altare” o di rispetto formale di regole da parte delle due Istituzioni. Essa consiste piuttosto nello sforzo comune di leggere la multiforme realtà, accoglierla ed interpretarla secondo un codice di valori condivisi. Proprio per questo una rilettura attuale del termine “laicità” deve prendere le mosse da una comprensione comune di valori che sia lo Stato che la Chiesa pongono a fondamento del loro dialogo.

Tra di essi il primo principio da prendere in considerazione sarà sicuramente quello riguardante la persona umana. L’uomo non può essere ridotto ad un semplice prodotto della natura materiale! Una visione antropologica comune deve rispettare la dignità dell’uomo e riconoscerne i diritti fondamentali innati, previi a qualsiasi giurisdizione statale e, di conseguenza, non negoziabili dal dibattito politico.

Tra le priorità legate alla persona emergono anche altre preoccupazioni come la tutela della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento fino alla morte naturale; la tutela dell’istituto familiare fondato sul matrimonio monogamico tra uomo e donna, protetto nella sua unità e stabilità; la garanzia che possa essere assicurata a tutti la libertà di educazione dei propri figli.

Inoltre, in un’epoca come la nostra, nella quale torna a farsi sentire la difficoltà di una convivenza tra diverse culture e diverse confessioni religiose, la laicità deve essere considerata come uno spazio comune in cui alle varie “alterità polifoniche” è consentito un pacifico e fecondo pluralismo che lo Stato laico dovrebbe impegnarsi a garantire, politicamente e giuridicamente.

Una sana e positiva laicità è poi quella che, pur affermando il principio di distinzione tra Stato e Chiesa, non revoca alla religione il suo ruolo pubblico, anzi la considera apertamente una risorsa per la vitalità della comunità politica in generale, fatta salva ovviamente la compatibilità dei diversi valori religiosi con i valori fondamentali della stessa comunità.

In linea con quanto sostiene Papa Benedetto XVI, una laicità autentica dovrebbe rappresentare un canale che connette quei valori cristiani, legati alla storia ed alla tradizione culturale del nostro Continente, con le nuove sfide che la società contemporanea sottopone al dibattito civile. Soprattutto in Italia, è innegabile l’apporto che il cristianesimo, nel corso della storia, ha offerto, in tante modalità distinte, alla formazione della cultura umana e politica. La Carta Costituzionale è anche frutto proprio della tradizione cristiana e della dottrina sociale della Chiesa. Non ci si deve quindi meravigliare che la laicità, correttamente intesa, possa ancora oggi coniugarsi con la cultura cristiana. Del resto, il Cristianesimo conserva ancora fresca quella forza razionale e spirituale che genera pensiero ed elementi di cui la democrazia statale ha bisogno.

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*Don Natale Scarpitta, presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, alunno dell’Almo Collegio Capranica, è licenziando in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana.