ROMA, sabato, 21 agosto 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento pronunciato il 21 luglio scorso dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, in occasione della conferenza “Milan et l’Orient” tenutasi presso il Couvent Mar Roukoz, a Dekwaneh, in Libano.
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Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,
a tutti e a ciascuno di voi il mio saluto rispettoso e cordiale.
Ringrazio Dio per questo incontro che considero un singolare dono perché mi offre la possibilità di scambiare – sia pure brevemente – i tesori preziosi che sono le nostre esperienze di vita spirituale ed ecclesiale, e così crescere nella reciproca conoscenza, nella stima vicendevole e nell’aiuto fraterno.
Il mio desiderio è di mostrare come la Città di Milano e in particolare la Chiesa ambrosiana abbiano sempre avuto un legame con il mondo orientale. La Chiesa di Milano è sempre stata una chiesa aperta all’Oriente: è quanto emerge nelle diverse epoche storiche a cominciare dalla testimonianza di fede della liturgia ambrosiana e dei Padri della Chiesa.
Più vivo per me è però il desiderio di ascoltare da voi stessi le problematiche e insieme i frutti e le speranze del vostro popolo e delle vostre comunità, soprattutto dal punto di vista della fede e della vita cristiana.
Per questo la mia conversazione familiare si divide logicamente in due parti, delle quale la prima vuole illustrare il rapporto storico esistente tra la Chiesa ambrosiana e l’Oriente, e la seconda intende offrire qualche spunto sul prossimo Sinodo dei Vescovi nella sua Assemblea Speciale per il Medio Oriente.
Il rapporto storico tra la Chiesa ambrosiana e l’Oriente
Inizio riferendo questo piccolo ma significativo particolare. La città di Milano fin dalle sue origini aveva una via consolare di grande importanza strategica e commerciale che raggiungeva Ravenna con il suo porto sul mare Adriatico, un porto diventato il centro dei traffici con l’oriente mediterraneo. E’ da questa caratteristica che a Milano è derivata la sua prosperità, inseparabile dalla sua vocazione nativa e permanente a mediare tra il mare Mediterraneo e le regioni settentrionali dell’Europa. E proprio qui si innestò il primo annuncio del Vangelo di Cristo, che ne fu segnato nel suo costante riferimento verso l’oriente.
Gli esempi che ci vengono dalla storia della Chiesa ambrosiana sono innumerevoli e commoventi. Mi limito a ricordarne alcuni visitando le grandi tappe della sua storia, dagli inizi ai nostri giorni.
1. La testimonianza di fede della Liturgia e dei Padri della Chiesa
Il rapporto con l’oriente (greco, siriaco, palestinese e mediorientale in genere) è attestato da moltissime testimonianze, a partire dalla tradizione – sebbene leggendaria – secondo la quale l’origine della Chiesa milanese risalirebbe a san Barnaba, il levita di Cipro protagonista con san Paolo della prima evangelizzazione in Asia minore. Ancor oggi la Chiesa ambrosiana ricorda il 25 settembre tutti i santi vescovi milanesi dei primi secoli, tra i quali spiccano molti nomi chiaramente greci o orientali: così Anàtalo, Calimero, Mona, Eustorgio, Dionigi, Màrolo originario della provincia del Tigri, Lazzaro ed Eusebio. Ancora: la prima chiesa cattedrale di Milano era dedicata a santa Tecla, martire della chiesa di Siria, le cui reliquie principali sono venerate nella chiesa di Ma‛alula dove, sulle aspre montagne tra Damasco e il Libano, si continua a parlare l’aramaico come ai tempi di Gesù. Nella nostra Diocesi sono sorte molte altre basiliche e chiese dedicate a sante e santi che ci ricordano i vincoli con l’oriente: ricordo in particolare la basilica di san Babila († 250) e le moltissime chiese dedicate alla santa martire Agata.
Mi pare di poter dire che l’atteggiamento del credente ambrosiano è riassumibile nella felice formula latina Ex Oriente Lux, dove l’Oriente è divenuto simbolo di tutti i misteri, dei quali il vertice è il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Ora fin dai suoi inizi la Chiesa ha accolto la ricca molteplicità dei significati propri dell’Oriente: significati che rimandavano alle potenze dell’universo – come la luce, l’energia, il fuoco, la nascita, la risurrezione, la forza, la sapienza – e che venivano vivificati con la riflessione dei Padri. Il loro pensiero dalle scuole catechetiche di Siria e di Cappadocia, di Palestina e d’Egitto, è passato alla chiesa di Milano, grazie alla mediazione di Ambrogio.
L’influsso orientale è rimasto vivo – e lo è tuttora – nella Chiesa di Milano come emerge dai moltissimi aspetti della sua vita liturgica. Le melodie dei canti sacri, i ritmi del digiuno e delle feste che danno rilievo al Sabato, le processioni come quelle del Santo Chiodo della Croce e dei Santi Magi, il rito della Lampada che dalla chiesa di San Sepolcro viene portata nella notte pasquale ad accendere il Cero pasquale in Duomo, le particolari anafore e i cicli di letture sacre, sono tutti segni che ancora saldano in Milano la tradizione d’occidente con quella d’oriente. Ma è soprattutto nei riti della Settimana Santa che si manifesta un’originale e felice sintesi tra la mistica bizantina della luce mite e gioiosa, che celebra la gloria della creazione e della redenzione, e il pragmatismo occidentale, romano e gallicano.
Mirabile è il Canto dopo il Vangelo della Messa In caena Domini del Giovedì Santo ambrosiano, che ispirandosi alla liturgia bizantina recita:
«Oggi, Figlio dell’Eterno, come amico
Al banchetto tuo stupendo tu mi accogli.
Non affiderò agli indegni il tuo mistero
Né ti bacerò tradendo come Giuda,
ma ti imploro, come il ladro sulla croce,
di ricevermi, Signore, nel tuo Regno».
Con questo testo di origine siriaca si intona perfettamente un passo degli scritti di Ambrogio, che si riferisce alla Cena del Signore: un passo molto suggestivo e coinvolgente che ci invita a seguire l’esempio di Gesù attraverso una carità umile e una misericordia reciproca.
«Come un servitore lavi i piedi ai tuoi servi, come Dio mandi la rugiada dal cielo. E non solo ci lavi i piedi, ma ci inviti anche a metterci a tavola con te e ci esorti con l’esempio della tua condiscendenza, dicendo: “Voi mi chiamate Signore e maestro, e dite bene, perché lo sono. Se dunque vi ho lavato i piedi io, che sono il Signore e il maestro, anche voi lavatevi i piedi l’un l’altro”. Dunque anch’io voglio lavare i piedi ai miei fratelli, voglio adempiere il comandamento del Signore. Volle che non mi vergognassi di fare ciò che lui ha fatto per primo».
(De Spiritu sancto, I, 14-15; SAEMO vol. 16, p. 65)
E’ importante rilevare come la Chiesa di Milano abbia svolto un servizio umile e prezioso per l’unità cattolica nell’ecumene cristiana quando, agli inizi del secolo IV, cominciava a manifestarsi il pericolo della dottrina ariana. I vescovi Protaso ed Eustorgio I promossero la fede professata nel concilio di Nicea, e dopo di essi nel 355 il vescovo Dionigi sopportò con coraggio l’esilio impostogli dall’imperatore Costanzo, per il fatto che aveva rifiutato di sottoscrivere all’eresia ariana. Soprattutto Ambrogio con i suoi principali scritti teologici (De fide, De Spiritu sancto, De incarnationis dominicae sacramento) contribuì a formare una solida teologia trinitaria latina, alimentata da fonti greche.
Nella Chiesa scossa da nuove controversie cristologiche – discusse nei Concili ecumenici di Efeso (a. 431), Calcedonia (a. 451) e Costantinopoli (III, a. 681) – è ancora la posizione di Ambrogio ad essere presa a modello e inserita nei florilegi preparati per le discussioni nei concili. Un solo esempio tra i tanti: nell’opera De fide tr
oviamo un bellissimo testo preso a sostegno della dottrina sulla volontà umana di Cristo, accanto alla volontà divina del Verbo, insegnata nel III Concilio di Costantinopoli. La parola di Ambrogio diventa preghiera appassionata e commossa di fronte alle sofferenze di Cristo:
«Dunque Cristo ha preso la mia volontà, ha preso la mia tristezza. Non ho paura di nominare la tristezza, perché predico la croce. Mia è la volontà che ha dichiarato sua, perché come uomo ha preso la mia tristezza, come uomo ha parlato e perciò dice: Non come voglio io, ma come vuoi tu. Mia è la tristezza che ha preso con il mio stato d’animo, perché nessuno esulta quando sta per morire. Per me patisce, per me è triste, per me soffre. Dunque ha sofferto per me e in me, egli che per sé non aveva alcun motivo di soffrire.
Tu soffri, dunque, Signore, non per le tue, ma per le mie ferite, non per la tua morte, ma per la nostra infermità, come dice il profeta: Per noi soffre. E noi, Signore, abbiamo pensato che tu eri nelle sofferenze, mentre soffrivi non per te, ma per me». (De fide, II, 7, 53-54; SAEMO vol. 15, pp. 151. 153)