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Articoli di ZENIT Staff

Una nuova prospettiva per un'economia al servizio della persona

di Carlo Climati

ROMA; domenica, 6 novembre 2011 (ZENIT.org) – “Il microcredito rappresenta una speranza nella lotta alla povertà e all’emarginazione. Una speranza che vede al centro di tutto la dignità della persona”.

Con queste parole dell’on. Mario Baccini, presidente dell’Ente Nazionale per il Microcredito, si è aperto oggi, giovedì 3 novembre 2011, nell’Università Europea di Roma, il convegno “Il microcredito come fattore di sviluppo”, moderato da padre Paolo Scarafoni LC, rettore della stessa università.

Nei paesi in via di sviluppo tante famiglie vivono con i proventi delle loro piccole imprese. Spesso, però, hanno difficoltà ad accedere al prestito bancario e questo ostacolo impedisce l’avvio e la crescita delle loro attività.

I programmi di microcredito, in questi anni, hanno rappresentato una soluzione al problema e hanno permesso l’accesso ai servizi finanziari anche a persone che vivono in condizioni di povertà ed emarginazione.

Nel suo intervento introduttivo la prof.ssa Matilde Bini, coordinatrice dell’Ambito di Economia dell’Università Europea di Roma, ha spiegato che il microcredito consiste in “piccoli prestiti, quelli che le banche non trattano, erogati a fronte dell’assenza di un deposito o di garanzie reali. Sono i prestiti per gli ultimi della Terra. Secondo lo schema più noto, i prenditori del prestito si impegnano a onorare il debito collettivamente: sono cioè responsabili l’uno con l’altro, prima ancora che con l’istituto che eroga il microcredito. Dal successo del progetto imprenditoriale e dalla restituzione di tutti i prenditori dipende la possibilità di accedere a un nuovo piccolo prestito. Il sistema è quindi basato essenzialmente sulla fiducia, sulla libertà, sulla responsabilità di ciascuno. Al centro vi è la persona, che come tale e non come individuo, è costitutivamente in relazione con gli altri. Si tratta di una nuova prospettiva per un’economia al servizio della persona”.

Il prof. Fulvio Milano, docente di Finanza Aziendale presso l’Ambito di Economia dell’Università Europea di Roma, ha spiegato che il microcredito interviene “con organismi di credito specializzati, situati nei paesi poveri e promossi dai paesi sviluppati, che rendono ‘bancabili’ le situazioni personali non bancabili con i criteri tradizionali”.

“I risultati concreti di questa attività – ha ricordato il prof. Milano – sono assai soddisfacenti, poiché il tasso di rimborso è altissimo, ben il 97% (con una ‘sofferenza’ quindi del 3%, quando in Italia i crediti in sofferenza sono il 10% del totale prestiti)”.

Il prof. Daniele Ciravegna, Ordinario di Economia Politica presso l’Università degli Studi di Torino, ha sottolineato l’importanza dell’attenzione alla persona come caratteristica positiva e virtuosa del microcredito, basata su valori fondamentali come la cultura dell’accoglienza, dell’ascolto e dell’accompagnamento. Il tutto grazie al sostegno di tanti volontari qualificati che mettono a disposizione degli altri la loro esperienza.

Il dott. Pietro Masci, già direttore dell’ufficio Mediterraneo e Balcani della BEI e già vice-Direttore dell’ufficio infrastrutture e finanza del Banco Interamericano di sviluppo, ha spiegato che “il microcredito emerge come risposta alla domanda di credito dei micro-imprenditori, stimati in oltre 90 milioni in tutto il mondo con un potenziale di oltre 2 miliardi, che dimostrano iniziativa, disciplina e capacità di pagamento. La micro finanza include, oltre al credito, altri servizi finanziari come depositi, risparmi e assicurazioni. In questo senso il ruolo della micro finanza è cruciale per rompere il cerchio vizioso della povertà”.

Il convegno sul microcredito si è tenuto nell’ambito delle attività collegate alla mostra “Amazzonia una diversa prospettiva”, esposta nell’Università Europea di Roma. L’obiettivo della mostra, realizzata dall’Associazione Impegnarsi Serve Onlus, è quello di offrire un percorso di sensibilizzazione alle tematiche dell’ambiente in un’ottica interculturale, ispirandosi ai principi di solidarietà e di sviluppo integrale dell’uomo.

Discorso di apertura del Convegno CAV a Firenze

ROMA, sabato, 5 novembre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il discorso di apertura pronunciato venerdì 4 novembre a Firenze da Carlo Casini, in occasione dell’apertura del XXXI Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV).

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Abbiamo voluto che questo XXXI Convegno nazionale dei CAV si aprisse qui, nella Basilica di S. Lorenzo a Firenze, perché qui nel 1975, 36 anni fa, nacque il primo CAV d’Italia.

Ricordiamo ancora una volta la ragione di quella nascita. Si trattava di dimostrare con i fatti l’errore di chi allora -per giustificare la presenza a Firenze di una clinica clandestina per aborti e per ottenere una legge legalizzatrice- indicava l’aborto come un “aiuto alla donna”. Di più: si trattava di dimostrare la verità, che cioè “le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”.

Rendo un particolare omaggio al Prof. Enrico Ogier che di quel centro è stato il primo Presidente e lo è rimasto fino a poco tempo fa e a Mons. Livi, priore di questa Basilica che ci ospita e che ora è stato eletto presidente del CAV. Voglio ricordare anche Magda Panuccio, morta di recente, prima Presidente del Movimento per la Vita fiorentino, che fu attiva collaboratrice della nascita del CAV insieme a molti altri amici che ora non possio ricordare nominativamente.

Da allora i CAV si sono moltiplicati in tutta Italia e i bambini nati perché le loro madri sono state aiutate a “superare le difficoltà della vita” sono stati 130.000.

In riconoscimento del valore di un tale servizio Giovanni Paolo II, il 19 ottobre 1986, volle visitare questo primo CAV d’Italia, sostò in S.Lorenzo e mi consegnò la lettera che ora rileggiamo insieme, perché, molto meglio di come posso fare io, prova l’importanza di questo CAV, di tutti i CAV d’Italia, di questo nostro Convegno.

Vengo in questa sede per dare con la mia presenza un segno del vivo apprezzamento verso l’opera e le finalità di un’ Istituzione, che merita l’appoggio di quanti sono pensosi dell’avvenire sociale, umano e religioso. Qui, oltre dieci anni fa, si è affermato il Movimento per la Vita, diffuso ben presto in altre città italianeoltre frontiera allo scopo di promuovere l’accoglienza della vita umana e la tutela della vita umana e la tutela sociale della maternità. I centri di aiuto alla vita, in questo periodo, hanno aperto varie case di accoglienza per mettere le madri in difficoltà nella condizione di portare avanti la gravidanza e salvare i loro figli. È un’attività indubbiamente benemerita davanti a Dio, padrone della vita, e alla società che deve esserne custode. Questo centro ha il significato di una testimonianza a favore del primato della vita umana a confronto di tutti gli altri valori di ordine materiale; vuole essere un richiamo ai giovani e ai grandi perché comprendano che una società giusta non si costruisce con la eliminazione degli innocenti: intende rilanciare il senso della sacralità della vita umana, creata da Dio per un destino trascendente e integrale in tutto l’arco della sua esistenza. Il centro è una sfida a una mentalità di morte.

Auspico vivamente che i cristiani, i credenti, gli uomini di buona volontà vogliano collaborare con impegno sincero e costante a un’opera così evangelica, favorendone un crescente sviluppo.”

Il filo conduttore di tutto il Convegno è la meditazione sul concetto di estraneità, diremmo -con brutta parola- di stranierietà, valutato con l’ottica dei Centri di Aiuto alla Vita. Quale è la “stranierietà” che essi incontrano? Prima ancora: “chi è lo straniero?”.

È l’escluso, il diseguale. È colui che bussa per entrare e chiede di partecipare alla vita dei cittadini, di essere integrato nella società. Ma è anche colui che spesso viene respinto e che perciò corre rischi gravi, a volte estremi.

Chi sono gli stranieri incontrati dai CAV?

La prima risposta è semplice: basta guardare le statistiche elaborate ogni anno nel nostro centro di collegamento di Padova. Ormai la maggioranza di donne incontrate dai CAV sono extracomunitarie.

Ciò non è prova sicura della diminuzione di abortività tra le italiane, perché il numero delle donne italiane in età feconda è in continua diminuzione per effetto del crollo di natalità e soprattutto perché tra esse l’aborto chimico precocissimo, tanto clandestino da essere non conoscibile, è negli ultimi anni in continua crescita. Ad ogni modo le difficoltà della gestante extracomunitaria pongono specifici problemi legali, psicologici, assistenziali, culturali che saranno oggetto domani di specifica riflessione.

Ma i CAV incontrano uno straniero che è tale in misura ancora più estrema.

Quando il figlio è abortito esso è il totalmente escluso non da una particolare Nazione, ma dall’intera comunità degli uomini e non è escluso soltanto di fatto perché respinto dalle frontiere dei viventi, ma è respinto anche dalla mente, dal pensiero, dal diritto. Viene negato persino il nome di uomo. Per respingerlo fuori dalla convivenza si sono inventate armi chimiche che ne possono nascondere persino la minima visibilità.

I confini oltre i quali lo si vorrebbe emarginare sono quelli della cultura, del diritto, della politica, della stessa idea di bene comune e quindi dell’attenzione delle pubbliche Istituzioni, dell’Europa. Persino nella educazione e nella pastorale della Chiesa talvolta fa fatica ad entrare l’uomo nella fase embrionale della sua vita.

D’altra parte proprio l’esperienza dei CAV prova che i confini possono essere superati e che l’integrazione nella società degli uomini diviene fattore di gioia, di fiducia, di sviluppo familiare, sociale, persino economico. Amor omnia vincit.. Il linguaggio dell’amore, credibile perché appoggiato ai fatti, può introdurre il piccolo figlio dell’uomo, appena comparso nel mondo dell’esistenza, nella cultura, nel diritto, nella politica. L’amore operoso dimostra che lui è davvero un “altro”, uno di noi e che quindi, come ogni altro uomo deve essere posto al centro dell’attenzione, della solidarietà pubblica e della carità cristiana. Ma l’amore concreto esige sacrificio, impegno, coraggio. E questi hanno bisogno del sostegno della ragione.

Questa tavola rotonda iniziale è dedicata a lui, per testimoniare razionalmente -non tanto di fronte a voi, che già lo sapete- ma di fronte alla filosofia, al diritto, alla politica, all’Europa, che egli è uno di noi, un individuo umano, un soggetto, una persona.

Ci muove una ambizione inaudita: costruire per contribuire a spingere verso il suo compimento un moto storico che, in nome della dignità umana e dell’eguaglianza, ha già liberato dalla discriminazione e dall’espulsione più o meno intensa della pienezza umana, almeno nel pensiero se non nei fatti, gli schiavi, i neri, le donne, i poveri già nati di tutto il mondo.

Ci muove il fascino della moderna cultura dei diritti umani tendenzialmente capaci di orientare verso l’unità di tutti i popoli l’attuale globalizzazione, alla quale vorremmo dare verità e solidità con il riconoscimento che tutti gli esseri umani sono davvero uguali.

Tutti. Perciò fin dal concepimento.

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C’è un’altra estraneità che i CAV conoscono, con la quale, invece, la nostra società non vuole confrontarsi. È il dolore delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto. È un dolore segreto e perciò chiuso nella sfera privatissima di una grande quantità di donne.

Ad esse si è direttamente rivolto Giovanni Paolo II nella “Evangelium Vitae” per farle entrare di nuovo nel “Popolo della vita”, rispetto al quale non si debbono sentire straniere, se lo vogliono. Ad esso sarà dedicata la conversazione di domani pomeriggio, alla quale abbiamo voluto assegnare come titolo proprio l’appello a loro rivolto da Giovanni Paolo II.

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