Dona Adesso
Antonio Gramsci

Antonio Gramsci - Flickr

Utero in affitto: cosa ne pensava Gramsci?

Il fondatore del Partito Comunista Italiano scrisse un articolo agli albori di questa pratica, simbolo del “capitalismo moderno” che trasforma la vita in “merce da baratto”

Il tema dell’utero in affitto è oggi spietatamente d’attualità. All’annuncio dell’ennesimo caso di personaggio pubblico che ha usato questa pratica per avere un bambino, tornano ad infiammarsi le polemiche. Si scontrano due scuole di pensiero agli antipodi: chi crede che ogni desiderio corrisponda ad un diritto (a patto che si abbiano i soldi per pagarlo) contro chi resta dell’idea che le virtù della prudenza e del rispetto altrui vadano anteposte alle nostre individuali aspirazioni.

Questi ultimi, nella fattispecie, ritengono l’utero in affitto una pratica barbara. Per vari motivi: perché è umiliante la dignità di donne rese alla stregua di una merce e quasi sempre sfruttate nel loro bisogno di denaro; perché rende il bambino un oggetto di consumo, privo del diritto di rimanere legato alla madre che lo ha tenuto in grembo per nove mesi; perché può pericolosamente scivolare verso l’eugenetica, “assemblando” le caratteristiche dei neonati secondo i gusti delle coppie committenti e “scartando” questi piccoli con l’aborto laddove dovessero risultare “difettosi”. Perché, in ultima istanza, recide la procreazione dall’ambito della natura instradandola verso i freddi corridoi di un laboratorio.

Pensieri, questi, che si scontrano con gli orientamenti culturali di grido. Pensieri cui viene attribuito dai fautori e dai fruitori dell’utero in affitto lo stimma del politicamente scorretto. Basti guardare a come ha reagito Nichi Vendola, “neopapà” Oltreoceano insieme al suo compagno grazie all’ovulo di una californiana, all’utero di un’indonesiana e a un bel gruzzolo di danari pagato alle due donne in questione e all’agenzia che ha organizzato il tutto. “Non c’è volgarità degli squadristi della politica che possa turbare la grande felicità che la nascita di un bimbo provoca”, la sua reazione.

Si è servito del più banale repertorio dialettico del progressismo, Nichi Vendola, nei confronti di chi ha osato disapprovare questa scelta che lui definisce figlia di “una bellissima storia d’amore”. Squadrista è un insulto sempreverde, in certi ambienti, per additare chi la pensa diversamente come un rozzo, un ignorante che ai raffinati sofismi della controparte sa rispondere solo con la violenza, verbale o fisica che sia.

Rimanda al fascismo l’immagine dello squadrista rabbuiato, vestito con fez e camicia nera, che brandisce minacciosamente il manganello. Una vera e propria ossessione, sebbene siano passati 71 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. E sebbene in tanti, tra i politici, nel corso di tutti questi lustri, abbiano fatto in tempo ad abbandonare quasi ogni riferimento alle ideologie del secolo scorso.

Lo stesso Vendola, per l’appunto, dal suo partito (Sel), prevalenza di colore rosso a parte, ha eliminato ogni riferimento al comunismo, malgrado sia iniziata proprio in seno al Pci la parabola politica dell’ex Governatore della Puglia. Ma oggi è un altro mondo: le mode ideologiche hanno così sostituito la falce e martello con un’anonima sigla stilizzata, la lotta di classe con la rivendicazione lgbt, il collettivismo con il diritto individuale.

Un percorso di drastico cambiamento coerente con le sue scelte personali. D’altronde qualche decennio fa, tra le fila del Partito Comunista Italiano, non solo gli omosessuali venivano cacciati per “immoralità” (è quanto accadde a Pierpaolo Pasolini presso la federazione di Pordenone del Pci nel 1949), ma certe innovative pratiche di fecondazione venivano viste come una pericolosa deriva nichilista.

Già nel lontano giugno 1918, quasi un secolo fa, il padre del Pci, Antonio Gramsci, ebbe di che rendere pubblico il suo pensiero dalle colonne dell’Avanti, rispetto a questioni che evidentemente iniziavano già ad emigrare dall’ambito della fantascienza per approdare alla realtà.

Come ha rilevato il filosofo Diego Fusaro su Il Fatto Quotidiano di oggi, Gramsci scrive di Serge Voronof, chirurgo e sessuologo russo, dopo che questi ha annunciato “la possibilità dell’innesto delle ovaie”. Il noto pensatore comunista commenta che è “una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale”.

E aggiunge: “Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce”.

Gramsci conclude dunque il suo articolo con un’amara considerazione: “La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno”. E per tanti ex comunisti, questo gramsciano “Mida dalle mani fatate” è il nuovo “sol dell’avvenire”.

About Federico Cenci

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione