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Padre Giulio Albanese (foto Zenit cc)

Terrorismo. Padre Albanese: “Non cadiamo nella logica dello scontro di civiltà”

Il missionario comboniano commenta i recenti fatti di sangue e afferma: “Dobbiamo aiutare l’Islam a superare la teocrazia”

Il recente attentato a Nizza, compiuto da un uomo ‘comune’, per mezzo di un camion reclutato per il ‘franchising’ dell’Isis, che ingaggia singole persone e gruppi violenti già esistenti. La polarizzazione cui ambiscono i fanatici islamici che porta alla logica dello scontro di civiltà. Ma anche la sfida del mondo islamico di arrivare a distinguere l’ambito religioso da quello politico. Senza dimenticare le responsabilità dell’Occidente e la necessità di finanziare le università e i centri di studio in questi paesi come antidoto al fanatismo, così come la responsabilità della Chiesa e le sue comunità, in quanto agenzie educative, capaci di smuovere le coscienze.

Padre Giulio Albanese, missionario comboniano, giornalista e direttore di varie testate e riviste delle Pontificie Opere Missionarie, oltre che professore all’Università Gregoriana, ha spiegato tutto il fenomeno a ZENIT.

Padre Giulio, in che modo si possono spiegare gli ultimi attentati?

Nelle motivazioni si registra un malessere come comune denominatore, un odio evidente verso la cultura occidentale. Dall’altro lato, va tenuto presente che l’Isis ha creato un sistema di ‘franchising’ che dà visibilità a formazioni che esistevano già prima dello Stato Islamico o di Al-Qaeda, e che, in un modo o nell’altro, fanno riferimento a uno schema politico che dà loro notorietà.

Cosa è necessario evitare, dunque?

Dobbiamo evitare di entrare nella logica dello scontro di civiltà. Considerare questi personaggi degli uomini di Dio è una blasfemia. Nel libro che ho pubblicato due mesi fa, Vittime e carnefici in nome di dio, dio è posto volutamente con la minuscola, perché non si può assassinare in suo nome. La cosa importante è evitare un cortocircuito che sarebbe devastante per l’Oriente e per l’Occidente, perché loro vorrebbero proprio lo scontro di civiltà. È curioso che l’Occidente scopra le proprie radici cristiane, nel momento in cui è l’Isis a ricordarglielo. È incredibile, in una Europa laicista che ha rigettato il concetto di radici cristiane, secondo l’assioma suggerito da Giovanni Paolo II.

Qual è la sfida del mondo islamico?

La grande maggioranza di questi paesi sono teocratici e la sfida è quella di aiutare gli intellettuali e, in generale alle persone di larghe di vedute, che questi ambiti vanno divisi. Nel passato esistevano anche in Occidente ma l’Occidente se n’è dimenticato e questi sono errori che si pagano. Non abbiamo ancora mai investito per aiutare la società civile del mondo islamico a crescere, né abbiamo mai finanziato università, né istituti. In compenso abbiamo venduto armi di qua e di là.

Quali sono dunque le responsabilità dell’Occidente?

Dobbiamo avere anche una certa onestà intellettuale: sebbene io abbia una grande ammirazione per la cultura francese, ritengo che oltralpe debbano interrogarsi sull’odio che sussiste nei confronti dei francesi nelle loro ex colonie. Inoltre, la globalizzazione senza regole dei mercati ha generato disastri. Se non ci mettiamo in testa che è necessario affermare la globalizzazione dei diritti, rischia di trasformarsi in un boomerang. E qui entra in gioco la Laudato si’ e il magistero dei Papi. La sfida è culturale, prima che politica, sociale o economica.

Cosa si può fare, come uscire da tutto questo?

Qui la Chiesa e le nostre comunità, hanno una responsabilità enorme, come agenzie educative. Forse mai come oggi abbiamo il sacrosanto diritto e dovere di smuovere le coscienze. Mi rallegra molto l’attenzione che papa Francesco riserva alle coscienze, a partire dalle famiglie. L’Occidente deve comprendere che la crisi non è solo mercantile ma principalmente antropologica. Dobbiamo capire che è necessario porre al centro la persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio.

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