Dona Adesso

Uomo, dove sei?

Nel libro edito da If Press nel 2012, don Andrea Mariani pone la domanda che diventa itinerario di ricerca, cammino, percorso, via. Una prospettiva per un agire etico-antropologico

Il Papa e l’Europa

Per chi appartiene ad una cultura diversa dalla nostra, l’Europa non è una entità geografica, bensì spirituale

Europa e valori, tra ragione e rivelazione

Nel primo giorno del Meeting di Rimini, Joseph H.H. Weiler, presidente dell’Istituto Universitario Europeo, ha svolto un percorso affascinante tra gli interrogativi che oggi più provocano l’Europa

Europa e valori, tra ragione e rivelazione

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Storia di due famiglie spezzate

La rassegna dei film in concorso al Fiuggi Family Festival si chiude con “Nobody Owns Me” e “Locke”

L’organizzazione sanitaria, l’etica e l’economia

Un nuovo volume del bioeticista Gian Antonio Dei Tos analizza i valori morali che ispirano i criteri di gestione delle risorse nella sanità, in una prospettiva solidaristica e universalistica

I valori cristiani tra la Russia e gli Usa

Il consenso delle politiche di Mosca presso importanti settori della cultura nordamericana può favorire un dialogo geopolitico e di civiltà fra Russia e Stati Uniti, essenziale anche per l’Europa

La politica del bene comune, secondo Papa Francesco

La “Evangelii Gaudium” offre spunti ai cristiani impegnati in politica per affrontare il periodo buio del nostro Continente e combattere le “patologie” del populismo e della antipolitica

Sui temi etici, l’Europa non ascolta i cittadini

La Commissaria della Ricerca della UE tenta di evitare il confronto con i due milioni di cittadini firmatari dell’iniziativa “Uno di Noi” mettendo in gioco la credibilità del sistema rappresentativo e democratico

“Beati voi”

Il libro edito da ART e curato da Francisco Armengol presenta gli insegnamenti di base della morale cattolica con un linguaggio semplice e chiaro

“Beati voi”

Il libro edito da ART e curato da Francisco Armengol presenta gli insegnamenti di base della morale cattolica con un linguaggio semplice e chiaro

Papa Francesco e le strutture di peccato

Nell’omelia del Pontefice a Lampedusa si colgono reminiscenze della “Libertatis conscientia” della Congregazione per la Dottrina della Fede, firmata nel 1986 dal prefetto Ratzinger

Discorso di apertura del Convegno CAV a Firenze

ROMA, sabato, 5 novembre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il discorso di apertura pronunciato venerdì 4 novembre a Firenze da Carlo Casini, in occasione dell’apertura del XXXI Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV).

***

Abbiamo voluto che questo XXXI Convegno nazionale dei CAV si aprisse qui, nella Basilica di S. Lorenzo a Firenze, perché qui nel 1975, 36 anni fa, nacque il primo CAV d’Italia.

Ricordiamo ancora una volta la ragione di quella nascita. Si trattava di dimostrare con i fatti l’errore di chi allora -per giustificare la presenza a Firenze di una clinica clandestina per aborti e per ottenere una legge legalizzatrice- indicava l’aborto come un “aiuto alla donna”. Di più: si trattava di dimostrare la verità, che cioè “le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”.

Rendo un particolare omaggio al Prof. Enrico Ogier che di quel centro è stato il primo Presidente e lo è rimasto fino a poco tempo fa e a Mons. Livi, priore di questa Basilica che ci ospita e che ora è stato eletto presidente del CAV. Voglio ricordare anche Magda Panuccio, morta di recente, prima Presidente del Movimento per la Vita fiorentino, che fu attiva collaboratrice della nascita del CAV insieme a molti altri amici che ora non possio ricordare nominativamente.

Da allora i CAV si sono moltiplicati in tutta Italia e i bambini nati perché le loro madri sono state aiutate a “superare le difficoltà della vita” sono stati 130.000.

In riconoscimento del valore di un tale servizio Giovanni Paolo II, il 19 ottobre 1986, volle visitare questo primo CAV d’Italia, sostò in S.Lorenzo e mi consegnò la lettera che ora rileggiamo insieme, perché, molto meglio di come posso fare io, prova l’importanza di questo CAV, di tutti i CAV d’Italia, di questo nostro Convegno.

Vengo in questa sede per dare con la mia presenza un segno del vivo apprezzamento verso l’opera e le finalità di un’ Istituzione, che merita l’appoggio di quanti sono pensosi dell’avvenire sociale, umano e religioso. Qui, oltre dieci anni fa, si è affermato il Movimento per la Vita, diffuso ben presto in altre città italianeoltre frontiera allo scopo di promuovere l’accoglienza della vita umana e la tutela della vita umana e la tutela sociale della maternità. I centri di aiuto alla vita, in questo periodo, hanno aperto varie case di accoglienza per mettere le madri in difficoltà nella condizione di portare avanti la gravidanza e salvare i loro figli. È un’attività indubbiamente benemerita davanti a Dio, padrone della vita, e alla società che deve esserne custode. Questo centro ha il significato di una testimonianza a favore del primato della vita umana a confronto di tutti gli altri valori di ordine materiale; vuole essere un richiamo ai giovani e ai grandi perché comprendano che una società giusta non si costruisce con la eliminazione degli innocenti: intende rilanciare il senso della sacralità della vita umana, creata da Dio per un destino trascendente e integrale in tutto l’arco della sua esistenza. Il centro è una sfida a una mentalità di morte.

Auspico vivamente che i cristiani, i credenti, gli uomini di buona volontà vogliano collaborare con impegno sincero e costante a un’opera così evangelica, favorendone un crescente sviluppo.”

Il filo conduttore di tutto il Convegno è la meditazione sul concetto di estraneità, diremmo -con brutta parola- di stranierietà, valutato con l’ottica dei Centri di Aiuto alla Vita. Quale è la “stranierietà” che essi incontrano? Prima ancora: “chi è lo straniero?”.

È l’escluso, il diseguale. È colui che bussa per entrare e chiede di partecipare alla vita dei cittadini, di essere integrato nella società. Ma è anche colui che spesso viene respinto e che perciò corre rischi gravi, a volte estremi.

Chi sono gli stranieri incontrati dai CAV?

La prima risposta è semplice: basta guardare le statistiche elaborate ogni anno nel nostro centro di collegamento di Padova. Ormai la maggioranza di donne incontrate dai CAV sono extracomunitarie.

Ciò non è prova sicura della diminuzione di abortività tra le italiane, perché il numero delle donne italiane in età feconda è in continua diminuzione per effetto del crollo di natalità e soprattutto perché tra esse l’aborto chimico precocissimo, tanto clandestino da essere non conoscibile, è negli ultimi anni in continua crescita. Ad ogni modo le difficoltà della gestante extracomunitaria pongono specifici problemi legali, psicologici, assistenziali, culturali che saranno oggetto domani di specifica riflessione.

Ma i CAV incontrano uno straniero che è tale in misura ancora più estrema.

Quando il figlio è abortito esso è il totalmente escluso non da una particolare Nazione, ma dall’intera comunità degli uomini e non è escluso soltanto di fatto perché respinto dalle frontiere dei viventi, ma è respinto anche dalla mente, dal pensiero, dal diritto. Viene negato persino il nome di uomo. Per respingerlo fuori dalla convivenza si sono inventate armi chimiche che ne possono nascondere persino la minima visibilità.

I confini oltre i quali lo si vorrebbe emarginare sono quelli della cultura, del diritto, della politica, della stessa idea di bene comune e quindi dell’attenzione delle pubbliche Istituzioni, dell’Europa. Persino nella educazione e nella pastorale della Chiesa talvolta fa fatica ad entrare l’uomo nella fase embrionale della sua vita.

D’altra parte proprio l’esperienza dei CAV prova che i confini possono essere superati e che l’integrazione nella società degli uomini diviene fattore di gioia, di fiducia, di sviluppo familiare, sociale, persino economico. Amor omnia vincit.. Il linguaggio dell’amore, credibile perché appoggiato ai fatti, può introdurre il piccolo figlio dell’uomo, appena comparso nel mondo dell’esistenza, nella cultura, nel diritto, nella politica. L’amore operoso dimostra che lui è davvero un “altro”, uno di noi e che quindi, come ogni altro uomo deve essere posto al centro dell’attenzione, della solidarietà pubblica e della carità cristiana. Ma l’amore concreto esige sacrificio, impegno, coraggio. E questi hanno bisogno del sostegno della ragione.

Questa tavola rotonda iniziale è dedicata a lui, per testimoniare razionalmente -non tanto di fronte a voi, che già lo sapete- ma di fronte alla filosofia, al diritto, alla politica, all’Europa, che egli è uno di noi, un individuo umano, un soggetto, una persona.

Ci muove una ambizione inaudita: costruire per contribuire a spingere verso il suo compimento un moto storico che, in nome della dignità umana e dell’eguaglianza, ha già liberato dalla discriminazione e dall’espulsione più o meno intensa della pienezza umana, almeno nel pensiero se non nei fatti, gli schiavi, i neri, le donne, i poveri già nati di tutto il mondo.

Ci muove il fascino della moderna cultura dei diritti umani tendenzialmente capaci di orientare verso l’unità di tutti i popoli l’attuale globalizzazione, alla quale vorremmo dare verità e solidità con il riconoscimento che tutti gli esseri umani sono davvero uguali.

Tutti. Perciò fin dal concepimento.

*****

C’è un’altra estraneità che i CAV conoscono, con la quale, invece, la nostra società non vuole confrontarsi. È il dolore delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto. È un dolore segreto e perciò chiuso nella sfera privatissima di una grande quantità di donne.

Ad esse si è direttamente rivolto Giovanni Paolo II nella “Evangelium Vitae” per farle entrare di nuovo nel “Popolo della vita”, rispetto al quale non si debbono sentire straniere, se lo vogliono. Ad esso sarà dedicata la conversazione di domani pomeriggio, alla quale abbiamo voluto assegnare come titolo proprio l’appello a loro rivolto da Giovanni Paolo II.

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Discorso di apertura del Convegno CAV a Firenze

ROMA, sabato, 5 novembre 2011 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito il discorso di apertura pronunciato venerdì 4 novembre a Firenze da Carlo Casini, in occasione dell’apertura del XXXI Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV).

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Abbiamo voluto che questo XXXI Convegno nazionale dei CAV si aprisse qui, nella Basilica di S. Lorenzo a Firenze, perché qui nel 1975, 36 anni fa, nacque il primo CAV d’Italia.

Ricordiamo ancora una volta la ragione di quella nascita. Si trattava di dimostrare con i fatti l’errore di chi allora -per giustificare la presenza a Firenze di una clinica clandestina per aborti e per ottenere una legge legalizzatrice- indicava l’aborto come un “aiuto alla donna”. Di più: si trattava di dimostrare la verità, che cioè “le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”.

Rendo un particolare omaggio al Prof. Enrico Ogier che di quel centro è stato il primo Presidente e lo è rimasto fino a poco tempo fa e a Mons. Livi, priore di questa Basilica che ci ospita e che ora è stato eletto presidente del CAV. Voglio ricordare anche Magda Panuccio, morta di recente, prima Presidente del Movimento per la Vita fiorentino, che fu attiva collaboratrice della nascita del CAV insieme a molti altri amici che ora non possio ricordare nominativamente.

Da allora i CAV si sono moltiplicati in tutta Italia e i bambini nati perché le loro madri sono state aiutate a “superare le difficoltà della vita” sono stati 130.000.

In riconoscimento del valore di un tale servizio Giovanni Paolo II, il 19 ottobre 1986, volle visitare questo primo CAV d’Italia, sostò in S.Lorenzo e mi consegnò la lettera che ora rileggiamo insieme, perché, molto meglio di come posso fare io, prova l’importanza di questo CAV, di tutti i CAV d’Italia, di questo nostro Convegno.

Vengo in questa sede per dare con la mia presenza un segno del vivo apprezzamento verso l’opera e le finalità di un’ Istituzione, che merita l’appoggio di quanti sono pensosi dell’avvenire sociale, umano e religioso. Qui, oltre dieci anni fa, si è affermato il Movimento per la Vita, diffuso ben presto in altre città italianeoltre frontiera allo scopo di promuovere l’accoglienza della vita umana e la tutela della vita umana e la tutela sociale della maternità. I centri di aiuto alla vita, in questo periodo, hanno aperto varie case di accoglienza per mettere le madri in difficoltà nella condizione di portare avanti la gravidanza e salvare i loro figli. È un’attività indubbiamente benemerita davanti a Dio, padrone della vita, e alla società che deve esserne custode. Questo centro ha il significato di una testimonianza a favore del primato della vita umana a confronto di tutti gli altri valori di ordine materiale; vuole essere un richiamo ai giovani e ai grandi perché comprendano che una società giusta non si costruisce con la eliminazione degli innocenti: intende rilanciare il senso della sacralità della vita umana, creata da Dio per un destino trascendente e integrale in tutto l’arco della sua esistenza. Il centro è una sfida a una mentalità di morte.

Auspico vivamente che i cristiani, i credenti, gli uomini di buona volontà vogliano collaborare con impegno sincero e costante a un’opera così evangelica, favorendone un crescente sviluppo.”

Il filo conduttore di tutto il Convegno è la meditazione sul concetto di estraneità, diremmo -con brutta parola- di stranierietà, valutato con l’ottica dei Centri di Aiuto alla Vita. Quale è la “stranierietà” che essi incontrano? Prima ancora: “chi è lo straniero?”.

È l’escluso, il diseguale. È colui che bussa per entrare e chiede di partecipare alla vita dei cittadini, di essere integrato nella società. Ma è anche colui che spesso viene respinto e che perciò corre rischi gravi, a volte estremi.

Chi sono gli stranieri incontrati dai CAV?

La prima risposta è semplice: basta guardare le statistiche elaborate ogni anno nel nostro centro di collegamento di Padova. Ormai la maggioranza di donne incontrate dai CAV sono extracomunitarie.

Ciò non è prova sicura della diminuzione di abortività tra le italiane, perché il numero delle donne italiane in età feconda è in continua diminuzione per effetto del crollo di natalità e soprattutto perché tra esse l’aborto chimico precocissimo, tanto clandestino da essere non conoscibile, è negli ultimi anni in continua crescita. Ad ogni modo le difficoltà della gestante extracomunitaria pongono specifici problemi legali, psicologici, assistenziali, culturali che saranno oggetto domani di specifica riflessione.

Ma i CAV incontrano uno straniero che è tale in misura ancora più estrema.

Quando il figlio è abortito esso è il totalmente escluso non da una particolare Nazione, ma dall’intera comunità degli uomini e non è escluso soltanto di fatto perché respinto dalle frontiere dei viventi, ma è respinto anche dalla mente, dal pensiero, dal diritto. Viene negato persino il nome di uomo. Per respingerlo fuori dalla convivenza si sono inventate armi chimiche che ne possono nascondere persino la minima visibilità.

I confini oltre i quali lo si vorrebbe emarginare sono quelli della cultura, del diritto, della politica, della stessa idea di bene comune e quindi dell’attenzione delle pubbliche Istituzioni, dell’Europa. Persino nella educazione e nella pastorale della Chiesa talvolta fa fatica ad entrare l’uomo nella fase embrionale della sua vita.

D’altra parte proprio l’esperienza dei CAV prova che i confini possono essere superati e che l’integrazione nella società degli uomini diviene fattore di gioia, di fiducia, di sviluppo familiare, sociale, persino economico. Amor omnia vincit.. Il linguaggio dell’amore, credibile perché appoggiato ai fatti, può introdurre il piccolo figlio dell’uomo, appena comparso nel mondo dell’esistenza, nella cultura, nel diritto, nella politica. L’amore operoso dimostra che lui è davvero un “altro”, uno di noi e che quindi, come ogni altro uomo deve essere posto al centro dell’attenzione, della solidarietà pubblica e della carità cristiana. Ma l’amore concreto esige sacrificio, impegno, coraggio. E questi hanno bisogno del sostegno della ragione.

Questa tavola rotonda iniziale è dedicata a lui, per testimoniare razionalmente -non tanto di fronte a voi, che già lo sapete- ma di fronte alla filosofia, al diritto, alla politica, all’Europa, che egli è uno di noi, un individuo umano, un soggetto, una persona.

Ci muove una ambizione inaudita: costruire per contribuire a spingere verso il suo compimento un moto storico che, in nome della dignità umana e dell’eguaglianza, ha già liberato dalla discriminazione e dall’espulsione più o meno intensa della pienezza umana, almeno nel pensiero se non nei fatti, gli schiavi, i neri, le donne, i poveri già nati di tutto il mondo.

Ci muove il fascino della moderna cultura dei diritti umani tendenzialmente capaci di orientare verso l’unità di tutti i popoli l’attuale globalizzazione, alla quale vorremmo dare verità e solidità con il riconoscimento che tutti gli esseri umani sono davvero uguali.

Tutti. Perciò fin dal concepimento.

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C’è un’altra estraneità che i CAV conoscono, con la quale, invece, la nostra società non vuole confrontarsi. È il dolore delle donne che hanno fatto ricorso all’aborto. È un dolore segreto e perciò chiuso nella sfera privatissima di una grande quantità di donne.

Ad esse si è direttamente rivolto Giovanni Paolo II nella “Evangelium Vitae” per farle entrare di nuovo nel “Popolo della vita”, rispetto al quale non si debbono sentire straniere, se lo vogliono. Ad esso sarà dedicata la conversazione di domani pomeriggio, alla quale abbiamo voluto assegnare come titolo proprio l’appello a loro rivolto da Giovanni Paolo II.

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Il diritto tra politica ed etica

ROMA, sabato, 15 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento pronunciato dal prof. Ottavio De Bertolis, S.I., della Pontificia Università Gregoriana in occasione del Convegno dal titolo “La Costituzione Repubblicana. Fondamenti, principali e valori, tra attualità e prospettive”, tenutosi a Roma dal 13 al 15 novembre e organizzato dall’Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato diocesano.

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Le geometrie giuridiche e il loro presupposto

Non è possibile sottovalutare, in un congresso di giuristi che celebrano il 60° anniversario della Costituzione italiana, l’apporto di Kelsen alla nostra concezione del diritto. Nonostante le nostre riserve o le nostre obiezioni, anche noi, come il giurista praghese ci insegna, ci occupiamo “del diritto come è, senza legittimarlo come giusto o squalificarlo come ingiusto; […] del diritto reale e possibile e non già del diritto giusto”[1]. Così ci hanno insegnato a scuola, e così molto probabilmente riteniamo debba essere, anche se ci rendiamo conto che i problemi aperti con questa interpretazione sono probabilmente più numerosi di quelli che con essa risolviamo. Tuttavia sono rinviati ad un altrove non giuridico, in un certo senso rimossi dall’orizzonte nel quale vogliamo rimanere, e questo ci legittima a rimanere all’interno della nostra teoria pura del diritto, la quale, nella sua avalutatività, ci permette di “conoscere esclusivamente e unicamente il suo oggetto”[2].

In questa sorta di operazione chirurgica, che separa dal corpo sociale considerato nel suo complesso il cervello che preside all’elaborazione delle regole che presiedono la sua esistenza, o, se preferiamo, l’hardware del computer sociale da coloro che lo utilizzano, troviamo la possibilità di elaborare una dottrina pura del diritto: tuttavia procedendo in tal modo, ossia evitando di impegolarci in considerazioni morali, cioè non giuridiche[3], è inevitabile ridurre il diritto al potere e con ciò perdere il senso stesso della politica. Essa, giocata nei vari livelli istituzionali, coincide con la mera volontà del legislatore, vero mortal god[4]: ma, se la volontà del legislatore è legge a se stessa, lo Stato di diritto, la grande elaborazione dottrinale dell’Ottocento tedesco proseguita nella dottrina del costituzionalismo, diviene semplicemente il diritto dello Stato[5]. Le conseguenze possono essere pesanti: un vero “nichilismo giuridico”[6], nel quale la politica decade puramente a prassi, pragmatismo volto alla conservazione e gestione del potere ai vari livelli[7]. Come sarà allora possibile chiedere senso dello Stato ai parlamentari, ai giudici, agli stessi cittadini, se lo Stato ha perduto ogni senso?[8] Questa è l’implosione alla quale inevitabilmente giungiamo, e probabilmente alla quale siamo già giunti, proprio estremizzando la “dottrina pura del diritto” e la sua metodologia. Così, se il sistema è valido soltanto perché le sue leggi sono state elaborate secondo i meccanismi propri delle “norme sulla produzione” disciplinate dalla Costituzione, se la nostra attenzione è coartata solamente dal meccanismo di quella suprema machina machinarumche è lo Stato, il diritto rimane pura procedura, proprio come la sua scienza è pura dottrina. E ogni procedura non si giustifica da sé: un pro-cedere, che etimologicamente significa un “andare avanti”, richiede un senso, cioè pone il problema dei fini, che rientrano così a pieno diritto nella riflessione giuridica e lato sensu politica, non per una ideologica etica o religiosa abbracciata, ma per interno dinamismo logico. Questo nonostante ogni sforzo, questo sì ideologico, volto ad esorcizzarli.

Così alcuni ritengono di esorcizzare il problema etico dall’ambito del diritto ricordando, e in effetti con ragione, che “i principi stabiliti dalla Costituzione non sono certo diritto naturale. Essi, al contrario, rappresentano il massimo atto d’orgoglio del diritto positivo, in quanto costituiscono il tentativo di «positivizzare» quel che, per secoli, si era considerato appannaggio del diritto naturale, appunto: la determinazione della giustizia e dei diritti umani. La Costituzione infatti, per quanto trascenda il diritto legislativo, non si colloca in una dimensione indipendente dalla volontà creatrice degli uomini e non precede quindi l’esperienza giuridica positiva”[9]. In realtà, il diritto legislativo, come è chiamato da Zagrebelski, richiede un fondamento, proprio come una geometria richiede degli assiomi di partenza.

E’ noto infatti che proprio la distinzione rigorosa della forma (giuridica) dal contenuto (giuridico), ossia la “dottrina pura del diritto” nella cui prospettiva ci poniamo, conduce a una scienza del diritto che potrebbe paragonarsi, secondo Kelsen, a una geometria del fenomeno giuridico totale (eine Geometrie der totalen Rechtserscheinung), a una scienza delle forme senza contenuto (Formen ohne Inhalt)[10]. Ma le “geometrie legali”, come ogni geometria, euclidea o no, e in generale come ogni sistema di concetti autoreferente, more geometrico demonstrabilis, richiede un’intelligenza dell’assioma, o degli assiomi di partenza[11]. Infatti nessuna scienza – e quindi neanche quella del diritto – può essere verificata o falsificata rimanendo all’interno del suo presignato orizzonte[12]: così il diritto, come ogni scienza, rinvia ad un altro fuori di sé. Detto “altro” non è lo Stato, che non rappresenta affatto un “fuori di sé” rispetto all’ordinamento giuridico, è invece la comunità: il diritto è così sottratto al meccanismo del potere, alle procedure ed al pragmatismo, e affondato piuttosto in quei valori diffusi presenti in una società, che supportano le norme che lo Stato esprime, e rendono l’ordinamento giuridico, ancora secondo la lezione di Kelsen stesso, non sono valido, ma anche efficace[13].

Va infatti ricordato che l’efficacia, l’osservanza delle leggi in quanto percepite come doverose o buone o giuste, comunque colte in una dimensione metalegislativa, se vogliamo lato sensu morale, rientra pienamente nella stretta concezione positivistica del diritto. Nonostante tutto, se è vero che la Costituzione non precede l’esperienza giuridica positiva, dobbiamo, con Kelsen, ammettere che l’esperienza positiva non nasce dal nulla e non si appoggia sul nulla: l’efficacia, condicio per quam della stessa validità del sistema, ce lo rivela.

L’ordinamento giuridico tra validità ed efficacia

Possiamo dire che l’ordinamento giuridico è paragonabile ad una ragnatela, le cui trame sono i percorsi geometrici delle leggi, la loro conformità alla norma fondamentale, la loro posizione in conformità alle norme sulla produzione, in quel sistema articolato sopra-statale, statale e infra-statale che è ormai il nostro. La ragnatela tuttavia si poggia su dei punti-forza che non sono più la ragnatela, ma la sorreggono, e al di fuori dei quali la ragnatela non esiste né può esistere. Questi sono i presupposti dell’ordinamento giuridico come tale, e dunque anche delle Costituzioni come diritto positivo, che lo Stato non può garantire, come vedremo. Lo Stato-apparato infatti può garantire solo il potere, o la coazione: ma uno Stato democratico deve, a pena di non essere più se stesso, garantire un’osmosi continua tra governanti e governati che sarebbe illusorio considerare garantita solo per mezzo della rappresentanza politica, cioè aborrisce il semplice poggiarsi sul potere. Perché lo Stato di diritto sia tale, occorre quindi che il suo diritto rispecchi i fondamenti valoriali di una società, o comunità. E questo non è un discorso teologico o morale, ma puramente laico: rimaniamo all’interno di un paradigma puramente secolare ed immanente del diritto[14], quello proprio della nostra tradizione occidentale cristiana[15].

Proprio all’interno di questa storia, superando l’unitarietà dell’antica christianitas, si è sviluppato lo Stato moderno come “organismo di potere politico per la salvaguardia dei diritti e delle libertà naturali e pre-statali dei singoli […] nel riferimento alla libera personalità singola e autodeterminata dell’individuo”[16]. D’altra parte, rimanendo proprio in questa prospettiva di radicale secolarizzazione propria della nostra tradizione, è ben vero che “il nostro specifico ordinamento occidentale liberal-democratico è cresciuto in simbiosi e dialettica con uno specifico ordinamento morale”[17], pur senza mai coincidere con esso, proprio per la distinzione, già evangelica, tra le cose di Dio e le cose dell’uomo. Nella storia degli ordinamenti giuridici moderni la secolarizazione, paradossalmente, non è – come piacerebbe ad alcuni oggi – la rimozione o la progressiva insignificanza del religioso, ma “un’inserzione all’interno del diritto civile positivo di idee teologiche”[18]: l’etica viene inclusa nel diritto pienamente da Pufendorf e Spinoza, ma lo è già in Hobbes e Leibniz, fino a quando, con Rousseau, la virtù diviene “espressione non più di una teologia o di una filosofia morale ma della coscienza eretta a religione civica”[19]. A questo punto, assimilata la morale al diritto, rimane il diritto come sistema puramente autoreferenziale: di qui la necessità di trovare, all’interno stesso dell’ordinamento dello Stato, tutela al suddito, ormai solo – tramontata con le codificazioni di Napoleone[20] l’antica pluralità degli ordinamenti giuridici – ed esposto al potere onnicomprensivo e sovrano. Così le “elaborazioni dei diritti dell’uomo, costituzionalismo, primato della legislazione sono i grandi frutti di questa stagione ma all’interno del rafforzamento dello Stato”[21].

Sembrerebbe che ogni volta che l’ordinamento giuridico, cioè lo Stato, ha definito il proprio ambito, abbia sempre sentito la necessità di giustificarlo: e così la Costituzione, come Grundnorm, giustifica, com’è noto, la “piramide a gradini” del nostro ordinamento giuridico. Così la Costituzione, pur essendo, come osserva Zagrebelski che prima abbiamo citato, puro diritto positivo, e non diritto naturale – anche se di fatto positivizza anche istanze proprie di diritto naturale secondo la ricostruzione storica velocemente prima tentata – di per sé, e proprio secondo Kelsen, “non vale come norma giuridica positiva, perché non è prodotta nel corso del procedimento del diritto; essa non è posta, ma presupposta come condizione di ogni posizione del diritto, di ogni procedimento giuridico positivo”[22]. Lo Stato presuppone un ubi consistam: tramontata l’antica unità sacrale-politica del mondo, cioè col venire meno dell’idea del sacro romano impero, a questa subentrò, nel bene e nel male, l’idea di nazione: ma l’individualismo proprio della concezione occidentale dei diritti dell’uomo ha emancipato anche dall’idea di nazione, e rimane il problema di garantire la libertà del singolo senza un vincolo unificatore dei singoli preesistente a questa libertà[23]. La Costituzione è un testo di partenza, e fonda l’unità logica del sistema. Ma, testo anch’esso legislativo, tuttavia non posto ma presupposto, richiede un fondamento ulteriore, proprio come esso stesso è stato presupposto a fondamento delle altre fonti del diritto.

Il diritto vive di presupposti che non può garantire

E’ quindi pienamente giustificata l’affermazione di E.W. Böckenförde, per la quale “lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire”[24]. E questo legame precedente non è dato, come alcuni temono[25], dalle Chiese o dal cristianesimo di modo tale che tra le Chiese, e segnatamente la Chiesa cattolica, e lo Stato verrebbe a delinearsi una sorta di asimmetria[26], per la quale l’equilibrio sarebbe sbilanciato a sfavore dello Stato come bisognoso di fondamento, di contro alla maestà autoreferente del Papato o delle pretese veritative delle religioni: non è vero, semplicemente, che cercare un legame unificante precedente le libertà costituzionali “corrisponde a un’idea di democrazia protetta, a sovranità limitata”[27]. Piuttosto, con le parole del costituzionalista tedesco, ne deriva che il diritto si rivela come “una mediazione tra politica ed etica, dove l’etica è intesa come l’ambito complessivo di ciò che nella società è l’ethos effettivo, che a sua volta può venire formato da fonti diverse (il mito, la religione, la Rivelazione cristiana, l’autonoma etica della libertà”[28]. Esso si dà in una sua relativamente continua ridefinizione, rimanendo quindi realtà tutta umana e secolare: mediazione continua tra entrambi i fronti, e quindi irriducibile alla pura politicità ovvero alla semplice eticità, come del resto la storia della civiltà europea dimostra. E così celebrare la Costituzione non può essere un esaltare o idolatrare un testo, per quanto nobile, ma rinvenirne le ragioni nella società, ragioni che sempre richiedono di essere riscoperte nella loro vivacità.

Vi è dunque un circolo virtuoso tra diritto, etica e politica, che continuamente si rinviano, e mai si escludono. La “norma ad una dimensione”[29], cioè la giuridicità ridotta a pura espressione positiva e privata di ogni aggancio morale, diviene inevitabilmente totalitaria: questo è il fenomeno speculare, tipicamente occidentale, contrapposto al fondamentalismo islamico, dove invece la legge morale e religiosa viene a sostituire quella civile. Due manifestazioni di uno stesso problema, che nella sua radice si rivela come l’avere concepito il rapporto tra diritto, etica e politica come di esclusione reciproca, e non di rinvio. Così i nuovi possibili totalitarismi sono da un lato, nel nostro mondo, l’onnipotenza e la pervasività del diritto, e la ricostruzione antropologica della natura umana nella nascita, morte, sessualità, che essa determina, e i vari fondamentalismi religiosi, che fanno di Dio un instrumentum regni.

La riflessione avviata in questo 60° anniversario della carta vuole dunque essere un ripensare il fondamento della convivenza civile: non per trovarlo una volta per tutte o per fare scendere gli dèi sulla terra, ma nel continuo ridefinirsi dei problemi come inevitabilmente si danno nella nostra esperienza di mortali, contro ogni possibile dogmatismo, di parte clericale ma anche laica. La Costituzione non è i Dieci Comandamenti, un testo sacro o intoccabile: è invece una fonte del senso della nostra società.

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Etica e mercato

Dibattito sul ruolo dell’interesse personale

Etica della terra

ROMA, domenica, 2 luglio 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito, per la rubrica di Bioetica, l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.