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Cardinale britannico esorta a ridurre gli aborti

LONDRA, venerdì, 23 maggio 2008 (ZENIT.org).- Il Cardinale Cormac Murphy O’Connor si è detto ottimista dopo aver sottolineato la delusione provocata dai parlamentari che hanno votato a favore del mantenimento del limite massimo per la legge britannica sull’aborto a 24 settimane di gestazione.

Il voto ha respinto una proposta di abbassare il limite a 12, 16, 20 o anche 22 settimane, basata su una ricerca che mostra come i bambini abbiano sempre più possibilità di sopravvivere al di fuori del grembo materno all’inizio della gravidanza.

Aborto e contraccezione: “è dalla verità che sgorga la libertà”

ROMA, domenica, 16 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.

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Nel campo della riflessione bioetica il primo momento è l’analisi del dato scientifico. Non si può effettuare né una corretta analisi, né esprimere un giudizio etico in presenza di dati biologici non corretti, perché un simile errore inficerebbe alla radice l’intero processo valutativo.

Sempre più spesso capita di doversi confrontare con prese di posizione che, magari in maniera inconsapevole, rischiano di influenzare l’opinione pubblica non attraverso un proprio argomentare filosofico-morale, ma attaccando la verità del dato scientifico, in modo che risulti assai più comodo giungere poi alle conclusioni etiche desiderate.

Ovviamente sono richieste competenze specifiche ed uno sforzo di analisi non indifferente, ma grazie all’odierna facilitazione di accesso alle fonti, disponendo di un’abbondante dose di buona volontà non è impossibile costituire un efficiente gruppo di persone dedicato a questo genere di attività.

Oggi ci soffermeremo su un altro esempio di come sia essenziale sottoporre ad attenta verifica le fonti.

Nei giorni scorsi il Ministero della Salute ha divulgato il primo rapporto sui lavori della commissione “Salute delle Donne”, istituita dal ministro Livia Turco compendiato nel primo rapporto sullo stato di salute della donna (2).

Si tratta di un documento di duecento pagine, preparatorio del documento finale, in cui sono esaminati numerosi aspetti della salute femminile. Al di là delle perplessità non marginali che si potrebbero sollevare in relazione all’acritica adesione all’ideologia di gender e all’impostazione di gender health (3), proposto dalle maggiori organizzazioni sovranazionali, su cui l’intero documento è plasmato, ma di cui in questa sede non è possibile né intendiamo occuparci, destano non poche preoccupazioni e sconcerto numerosi punti contenuti nella sezione dedicata alla “Salute sessuale e riproduttiva”.

Cercheremo di evidenziare le maggiori criticità.

1) Nel documento si afferma che il ricorso all’interruzione di gravidanza è diminuito. Nella relazione il confronto è posto tra il dato attuale e quello del picco storico raggiunto nel 1982, ma si dimentica che il confronto andrebbe effettuato con i dati del primo anno di completa legalizzazione dell’aborto, il 1979. Un confronto siffatto mostrerebbe una riduzione assai più contenuta, inoltre risulterebbe assai facile verificare come negli ultimi dieci anni il tasso di abortività, purtroppo, risulti sostanzialmente stabile. È inoltre davvero biasimevole che in un documento ufficiale si citi come più probabile la cifra di 350.000 aborti clandestini (con un range di 200.000-600.000) prima della legge 194, senza citare né fonti bibliografiche, né metodologie di rilevazione. Risulta infatti stupefacente attribuire all’Italia 350.000 aborti clandestini quando in Inghilterra e Galles nel 1977, dopo 10 anni di legalizzazione il numero di aborti tra i residenti fu di 102.677 (4) e nacquero 569.300 bambini, con un rapporto di abortività di 180,3 aborti ogni mille nati vivi. Negli stessi anni in Italia nascevano 800.000 bambini e quindi il rapporto di abortività ipotizzato dagli autori come praticato nella clandestinità sarebbe dovuto essere di 437 ogni mille nati vivi, cioè una cifra pari al 242% rispetto al dato inglese. Gli autori dimenticano altresì di citare alcuni dati, tra questi l’incremento negli anni dell’abortività spontanea (il rapporto di abortività spontanea standardizzato era nel 1985 pari 118,56 ed è cresciuto nel 2004 a 124,76), indicatore che può far pensare ad un certo incremento dell’aborto clandestino.

2) Gli autori del rapporto fanno poco più avanti un vero e proprio atto di fede, quando affermano: “La riduzione, sia dell’abortività legale che di quella clandestina, indica chiaramente che dalla legalizzazione la tendenza al ricorso all’aborto si è ridotta in modo significativo, molto probabilmente come conseguenza dell’aumentata competenza delle donne e delle coppie a regolare efficacemente la fecondità con i metodi della procreazione responsabile. Infatti, come osservato in altri paesi, in Italia la maggiore circolazione dell’informazione e il maggiore impegno dei servizi (in primis i consultori familiari, soprattutto nell’azione preventiva) ha aumentato le conoscenze, le consapevolezze e le competenze delle donne nel campo riproduttivo“. L’affermazione non va oltre una certa verosimiglianza, ma, almeno in un documento governativo, sarebbe stato opportuno offrire qualcosa di più. Come è infatti possibile attribuire la riduzione degli aborti all’incremento delle competenze a regolare la fertilità senza avere verificato la variazione di fertilità e di attività sessuale? Eppure sono disponibili numerosi studi che indicano un netto calo della fertilità, in particolare maschile. Gli ultimi dati giungono proprio da un ampio studio coordinato dal centro di andrologia di Pisa che ha dimostrato una notevole riduzione del numero e della motilità degli spermatozoi (5). Quanto questo fattore possa modificare il ricorso all’aborto è indicato in una recente pubblicazione nord europea (6). In mancanza di dati è norma di correttezza scientifica ammettere di non potere fornire spiegazioni, piuttosto che lanciarsi in rappresentazioni di fiction scientifica. Per accorgersi che l’idea che attribuisce la presunta riduzione degli aborti alla contraccezione sia vera quanto lo possono essere i soldi del monopoli sarebbe bastato che gli autori avessero posto in relazione i dati di contraccezione che loro stessi forniscono con i tassi di abortività ufficiali. Si sarebbero così accorti che né a livello europeo, né a livello regionale italiano, nelle aree dove più è diffuso l’uso della contraccezione ormonale la pratica dell’aborto è a più bassi livelli. Si tratta di dati che trovano conferma in una recentissima pubblicazione del Guttmacher Institute, l’istituto di ricerca americano non certo schierato su posizioni pro-life, che dopo attenta valutazione della letteratura, ha concluso che in nessuno degli 11 studi disponibili le politiche di promozione della contraccezione hanno dato alcun risultato in termini di riduzione delle gravidanza indesiderate (7).

3) Al di là degli aspetti etici delle questioni, non minore sgomento sul piano scientifico suscitano le proposte conclusive. Grande risalto viene dato alla pillola del giorno dopo quale strumento di prevenzione delle gravidanze indesiderate e in prospettiva all’aborto. La prescrizione della pillola del giorno dopo dovrebbe infatti essere inclusa tra i codici verdi nei pronto soccorso italiani, cioè essere considerata una condizione di “urgenza” da evadere entro due ore (8). Non so da dove gli estensori del rapporto derivino la loro fiducia nella capacità della pillola del giorno dopo di determinare a livello di popolazione una riduzione delle gravidanze indesiderate e degli aborti, tanto da consigliare interventi di politica sanitaria come quelli prospettati, dal momento che non viene riportata alcuna voce bibliografica. Allo scrivente non risultano infatti studi che abbiano dimostrato una tale efficacia della cosiddetta contraccezione d’emergenza, anzi è piuttosto il contrario. Suggerisco agli esperti incaricati dal ministro di leggere due studi importanti in proposito pubblicati all’inizio del 2007 (9; 10). Si tratta di una valutazione dell’efficacia reale (effectiveness) della forma di dispensazione della pillola del giorno dopo teoricamente più efficiente, l’advanced provision, cioè la fornitura alle donne di scorte di confezioni di pillola del giorno dopo da tenere in casa in modo da non dovere passare attraverso gli eventuali ostacoli costituiti dalla disponibilità di un medico prescrittore e di un farmacista che dispensi il farmaco. Entrambi gli studi dimostrano con chiarezza che l’advanced provision aumenta l’impiego e riduce i tempi di attesa, ma non ha alcun effetto né sulle gravidanze indesiderate, né sugli aborti. Credo non sia secondario ricordare agli esperti che il levonorgestrel è attualmente sul mercato senza uno studio di efficacia placebo-controllato, cosa che, unita ai dati di letteratura, dovrebbe indurre almeno ad una certa cautela prima di indurre comportamenti che rischiano di non produrre gli effetti clinici ipotizzati, ma costituire una fonte di spesa e di possibili rischi.

4) Infine non si comprendono le motivazioni che spingono gli autori del documento a proporre di “formare” i medici di medicina generale su le varie tecniche abortive, compreso l’aborto farmacologico. Forse che si vuole arruolare i medici di medicina generale tra i personale operatore dell’aborto? Si ha forse in mente d’introdurre come in Francia l’aborto farmacologico dal medico di famiglia? Se queste sono le intenzioni credo sarebbe corretto dichiararlo apertis verbis. In caso contrario si dovrebbe spiegare quante risorse una tale formazione assorbirebbe e sarebbe obbligatorio dimostrare l’appropiatezza di una tale allocazione a fronte di un assoluto silenzio del documento circa la formazione del medico di famiglia nell’opera di counseling delle donne con gravidanza difficile a rischio di aborto volontario. Eppure i medici di medicina generale sono responsabili di un terzo dei documenti necessari per sottoporsi alla procedura di interruzione di gravidanza. È oltremodo indicativo che digitando le parole chiave “interruzione volontaria di gravidanza” nella banca dati del ministero della salute non compaia alcun corso di aggiornamento rivolto ai medici di medicina generale tra gli eventi di formazione continua in medicina (ECM) svolti, come se la compilazione del documento da parte del medico fosse una mera formalità e di formare il medico ad aiutare la donna a rischio di aborto non vi fosse alcuna necessità.

In conclusione emerge chiaramente che è dalla verità che sgorga la libertà; solo conoscendo la verità le nostre azioni assumono una rilevanza morale che ci coinvolge personalmente. Nella menzogna siamo tutti schiavi.

 

Riferimenti:

1. Renzo Puccetti. I neonati fortemente prematuri, portatori di pieni diritti, ZENIT, 24 febbraio 2008.

2. Il documento è scaricabile interamente qui:http://www.ministerosalute.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=133

3. vedi per le definizioni:http://www.bag.admin.ch/themen/gesundheitspolitik/00394/00402/01422/01710/index.html?lang=it

4. cfr. Abortion Statistics, England and Wales: 2006. http://www.dh.gov.uk/en/Publicationsandstatistics/Publications/PublicationsStatistics/DH_075697

5. Inquinamento, cala la fertilità maschile, Corriere della Sera – Salute. http://www.corriere.it/salute/08_marzo_07/inquinamento_fertilita_maschile_5218afea-ec12-11dc-a76d-0003ba99c667.shtml

6. Jensen TK, et al. Declining trends in conception rates in recent birth cohorts of native Danish women: a possible role of deteriorating male reproductive health. Int J Androl. 2008 Apr;31(2):81-92. Epub 2007 Nov 1.

7. Kirby D. The impact of programs to increase contraceptive use among adult women: a review of experimental and quasi-experimental studies. Perspect Sex Reprod Health. 2008 Mar;40(1):34-41.

8. Francesco Falli. Il codice colore in pronto soccorso. http://www.infermierionline.net/specialistiche/codice_rosso.htm

9. Raymond EG, Trussell J, Polis CB. Population effect of increased access to emergency contraceptive pills: a systematic review. Obstet Gynecol. 2007 Jan;109(1):181-8. Review.

10. Polis CB, et al. Advance provision of emergency contraception for pregnancy prevention (full review). Cochrane Database Syst Rev. 2007 Apr 18;(2):CD005497.

 

Dopo la moratoria per i Caino serve quella per gli Abele

ROMA, domenica, 13 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.

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L’Occidente è malato, anzi di più, è in preda ad uno shock settico. La cosa ancora più triste è che coloro che si accorgono della malattia, che indicano la necessità di cure urgenti e magari dolorose, sono additati come pazzi visionari da scacciare fuori dall’Italia, dall’Europa, o se possibile fuori dal sistema solare.

Questa piaga si chiama aborto legale, ha colpito l’Inghilterra nel 1967, la Francia nel 1975 e l’Italia nel 1978. Giuliano Ferrara ha il grande merito di avere compreso la situazione e attraverso la sua “dieta speciale” ha spremuto il bubbone richiamando l’attenzione della società civile: dopo la moratoria per i Caino serve quella per gli Abele. 

Come si è visto in occasione del referendum sulla legge 40 e come indicato da alcuni sondaggi (1), nel panorama italiano le posizioni radicali in materia di vita nascente sono assolutamente minoritarie. L’abortismo libertario, il feto come proprietà della donna, è posizione non condivisa nella Nazione e rifiutata anche dalle sentenze che escludono un diritto all’aborto tout court. È però maggioritario quello che Lombardi-Vallauri ha chiamato abortismo umanitario. Secondo questa visione, l’aborto è un male più o meno grande, ma una legislazione che renda l’aborto legale e facilmente accessibile è una necessità dettata dall’intento di ridurre i danni arrecati dall’illegalità.

L’orizzonte morale in cui tale concezione si inserisce è chiaramente quello proporzionalista, una concezione costantemente rifiutata dall’insegnamento magisteriale che ha invece sempre ribadito l’esistenza di azioni intrinsecamente malvagie, che mai, in nessuna circostanza possono diventare buone, includendo tra queste l’aborto volontario (2). 

Dibattere quindi sulla legislazione dell’aborto in termini di utilità, conseguenze e aggiustamenti normativi non può essere indicato come un percorso rigorosamente cattolico; chi lo fa è consapevole di muoversi in un orizzonte laico. Si tratta di un elemento che ingenerosamente viene disconosciuto dal fronte laicista, che in maniera fideistica e talora settaria si sottrae a tale confronto, dogmatizzando la legge e rifugiandosi nel comodo, un tempo efficace, ma ormai logoro schema della mistificazione e dell’invettiva (3) (4).

C’è un’inquietudine crescente di un mondo che aveva creduto di scindere ragione e fede, confinando quest’ultima in un recinto muto, privato e insignificante, ma che ora si trova a fare i conti con i frutti seminati; frutti imbarazzanti e amari, anzi amarissimi, nei cui confronti la società comincia, seppure in maniera ancora indistinta, a scoprire le bugie con cui le piante che li hanno generati erano state seminate e coltivate. 

In questi giorni sono stati attribuiti alla legge 194 una serie di meriti di cui il Ministro della Salute si è fatta garante (5), primo fra tutti quello di aver determinato la riduzione del numero di aborti. Il Ministro è persona colta, è per giunta laureata in Filosofia, e dovrebbe quindi essere attenta a non cadere nella fallacia logica del post hoc, ergo propter hoc. Se uno accende una sigaretta e dopo un minuto una tegola gli cade in testa, non vuol dire che le sigarette facciano cadere le tegole. Dal 1979 al 1982 il numero assoluto di aborti ufficialmente registrati è aumentato, per poi ridursi negli anni successivi, il tutto a legislazione invariata: effetto ad intermittenza? Il Ministro ha stuoli di esperti che potranno spiegarle che difficilmente la riduzione degli aborti è attribuibile alla contraccezione, stabile ormai da anni nel nostro Paese, basata in larga misura su metodi teoricamente poco efficaci, impiegata in percentuali che vedono l’Italia agli ultimi posti in Europa. Basta controllare le statistiche ufficiali per accorgersi che in Francia, Inghilterra, Scozia, Svezia, il ricorso all’aborto è nettamente maggiore nonostante pratiche contraccettive più sofisticate e diffuse.

No, deve esserci qualcosa di diverso, tra questi, forse, la riduzione della fertilità maschile, come è stato recentemente segnalato in uno studio danese (6), assieme allo sforzo di migliaia di volontari che con la Chiesa si sono adoperati per sostenere materialmente le donne in difficoltà e impedire, anche culturalmente, che la luce dell’aiuto alla vita fosse ancor più messa sotto il moggio. Ne è una prova il crescente ricorso all’aborto in Paesi come la Francia e l’Inghilterra, che del laicismo etico hanno fatto una bandiera, annullando il contributo sociale della religione. 

Negare, come sostenuto dal Ministro, che l’aborto legale sia strumento che di fatto realizza pratiche eugenetiche è operazione intellettualmente disperata.

Mentre nella popolazione generale italiana il rapporto di abortività è di 241,8 aborti ogni 1000 nati vivi, per i bambini down è di 600 in Campania, sale a 800 nel Triveneto e raggiunge 1600 in Toscana ed Emilia Romagna (7). I bambini down hanno cioè probabilità di essere soppressi prima della nascita 3-6 volte maggiori che i sani. I casi del bambino sopravvissuto all’aborto di Careggi e delle gemelline soppresse al San Paolo di Milano sono solamente la drammatizzazione mediatica di una realtà agghiacciante nella sua routinaria applicazione. 

Si ribatte che la legalizzazione ha sconfitto l’aborto clandestino e ha concorso a salvare la vita di migliaia di donne. Ricordo che nella relazione dello scorso anno si continuava a citare la cifra di ventimila aborti clandestini, segno di una pratica ancora lungi dall’essere esaurita, ma ancor più rilevante è che la mortalità materna non beneficia praticamente per niente della legalizzazione dell’aborto. Chi vorrà consultare le cifre fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità si accorgerà che la mortalità materna (entro 42 giorni dal termine della gravidanza, portata a termine o interrotta) in Irlanda, dove l’aborto è legalmente limitato ai casi di pericolo per la vita della donna, è minore che in Inghilterra, dove invece è completamente libero. Parimenti il solo fatto di doversi recare all’estero per abortire, un problema non insormontabile visto l’ampia mobilità a cui siamo giunti, è comunque sufficiente a ridurre gli aborti del 70%.

Viene allora da chiedersi se la riduzione degli aborti sia negli anni avvenuta grazie alla legge 194, o nonostante la legge. A coloro che chiedono l’applicazione della legge quantomeno anche nella parte preventiva, il Ministro risponde che essa è “applicatissima”. Difficile dare torto al Ministro. Il fatto che l’attività certificativa per le interruzioni di gravidanza impegni solamente il 10% dell’attività dei consultori, che grazie alla pratica delle dimissioni volontarie dopo le pillole abortive si possa abortire sul tram, che a 30 anni dalla legge non si abbia un quadro delle motivazioni alla base della richiesta di aborto che aiuti a fornire risposte specifiche e adeguate, che non si conservi alcuna documentazione utilizzabile sui contenuti del colloquio con la donna (come avviene ad esempio in Germania), che si persista nell’ostinato ostracismo nei confronti delle strutture di volontariato che si adoperano per la vita nascente, la dice lunga sull’applicatissima reale natura di questa legge. 

Certo, deve esserci consapevolezza che i cambiamenti possono andare non soltanto in senso restrittivo, ma anche ulteriormente allargare l’accesso all’aborto, sia in senso concettuale che pratico; tale consapevolezza deve essere alla base della prudenza nei comportamenti di coloro che ricoprono incarichi di responsabilità, tuttavia tale consapevolezza non deve fare dimenticare l’essenza profondamente iniqua della legislazione attuale. Questa legge è frutto degli umori del tempo che l’ha prodotta; è comprensibile essere affezionati ai miti giovanili, ma tutto scorre e bisogna dare prova di sapere cambiare idea.

Riferimenti:

(1) SONDAGGIO ISPO “Le questioni eticamente sensibili. Le opinioni degli italiani” http://www.lucacoscioni.it/node/6148

(2) cfr. enc. Veritatis Splendor (tra cui n. 56, 67, 79 e 80)

(3) Barbara Spinelli “Fede e mala fede“, «La Stampa», 30 dicembre 2007

(4) Filippo Facci “Contro la legge 194 una truppa di farisei“, «Il Giornale», venerdì 4 gennaio pag.1

(5) Aborto: Turco, nessuna legge è così attentamente monitorata, http://www.agi.it/politica/notizie/200801031113-pol-rt11026-art.html

(6) Jansen TK et al, Int J Androl. 2007 Nov 1

(7) cfr. Disabilità in cifre, http://www.disabilitaincifre.it/indicatori/nascita/sindrome_down.asp

Cresce in Italia la richiesta per una moratoria sull’aborto

Di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 7 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Sta raccogliendo molti consensi la proposta di moratoria sull’aborto lanciata il 21 dicembre 2007 da Il Foglio, quotidiano diretto da Giuliano Ferrara.

Il giorno precedente alla proposta di Ferrara, il Cardinale Renato Raffaele Martino, in una intervista concessa a L’Osservatore Romano in merito alla moratoria della pena di morte, aveva spiegato che “i cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile”.

Il Presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti aveva spiegato che “l’esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati”.

Cardinale scozzese si dimette da membro di Amnesty International

ROMA, martedì, 28 agosto 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Keith O’Brien, Arcivescovo di Edimburgo, ha scritto questo martedì al Direttore di Amnesty International in Scozia avvertendo di volersi dimettere da membro dell’organizzazione in seguito alla decisione del Consiglio Internazionale di quest’ultima di sostenere l’aborto.

Cardinal Martino: Niente più finanziamenti cattolici ad “Amnesty International”, dopo la svolta abortista

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 13 giugno 2007(ZENIT.org).- In una intervista rilasciata al periodico statunitense National Catholic Register, il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha chiesto alla Chiesa e ai cattolici di sospendere i contributi ad Amnesty International, dopo che la nota organizzazione internazionale si è schierata a favore dell’aborto.

“Armonia” di vedute fra vescovi statunitensi e cardinal Ratzinger sulla Comunione ai politici pro-aborto

WASHINGTON, martedì, 13 luglio 2004 (ZENIT.org).- La posizione del cardinal Joseph Ratzinger e quella dei vescovi cattolici statunitensi sono “veramente in buona armonia” per ciò che riguarda l’atteggiamento generale della Chiesa di fronte all’accesso alla comunione di quei politici cattolici che si dicono pubblicamente favorevoli all’aborto.

Dichiarazione dell’Arcivescovo Smith sull’aborto in Inghilterra e Galles

LONDRA, lunedì 5 aprile 2004 (ZENIT.org).- “La Chiesa Cattolica è totalmente contraria all’aborto. La vita umana nella sua interezza, dal momento del concepimento fino alla morte naturale, è sacra e inviolabile, inclusi i bambini non ancora nati”, ha affermato l’arcivescovo Peter Smith nel parlare della diffusione dell’aborto, dopo che un canale televisivo ha annunciato di voler proiettare le immagini di come viene ucciso un feto.