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Cells in a jail

Pixabay CC0 - TryJimmy, Public Domain

Si oppone all’eutanasia di suo figlio: arrestato

È quanto accaduto a un uomo in Texas, tornato in libertà dopo 11 mesi. Suo figlio, grazie al suo intervento, è ora guarito

Stretto a suo figlio adagiato su un letto d’ospedale, con gli occhi chiusi e attaccato a dei tubi per l’ossigeno. Questa è l’immagine (commovente) che gira in Rete di George Pickering, 59enne uscito dal carcere prima di Natale dopo aver passato undici mesi dietro le sbarre.

Per lui, che ha sempre avuto una condotta di vita integerrima, i guai con la giustizia sono iniziati esattamente un anno fa. “Abbiamo bisogno urgente di aiuto. C’è un familiare di un paziente armato di pistola!”. Queste le parole che un membro del Tomball Regional Medical Center, ospedale di Pinehurst, in Texas, ha pronunciato al telefono dopo aver composto il numero della polizia.

Poco prima, Pickering aveva estratto una pistola e si era barricato in una stanza dell’ospedale, al capezzale di suo figlio, in coma dopo aver subito un ictus. Il gesto estremo, a seguito della notizia che il giovane sarebbe stato scollegato dalle macchine che lo tenevano in vita, per via della morte cerebrale.

Una decisione, quella dei medici, accettata dalla madre e dal fratello maggiore del 27enne. Ma non da suo padre George, convinto che anche se cerebralmente morto, suo figlio si sarebbe ancora potuto salvare. “I medici hanno detto che mio figlio era cerebralmente morto, che era un vegetale – ha riferito l’uomo all’emittente locale Kprc -. Si muoveva tutto in fretta; l’ospedale, gli infermieri, i medici. Io sapevo che se avessi potuto stare da solo con lui, circa tre o quattro ore, avrei potuto sapere se era morto o no”.

Le ragioni di questo padre disperato furono però respinte dal muro di gomma del protocollo. Secondo quanto riporta Kprc, erano già state avviate le procedure per la donazione degli organi. “A quel punto ho avuto i paraocchi”, confida George. Il quale ha estratto la pistola che portava con sé e ha minacciato tutti i presenti nella stanza di uscire immediatamente.

Rimasto solo al capezzale di suo figlio, ha iniziato a interagire con lui. In poco tempo, ha potuto verificare che non era cerebralmente morto. Quando i medici sono riusciti a entrare di nuovo nella stanza di terapia intensiva, non hanno potuto far altro che constatare con sorpresa che il giovane aveva iniziato a stabilire un contatto visivo e che seguiva i loro ordini.

George, come spiega il suo avvocato, aveva stretto diverse volte la mano di suo figlio durante il tempo (alcune ore) in cui i due sono rimasti insieme da soli. È così che i medici, anziché staccare le spine, hanno iniziato le procedure per la rianimazione del paziente.

Intanto suo padre George si è consegnato alle autorità, con un’accusa di aggressione aggravata con arma mortale. Processato per direttissima, è stato condannato a un anno di carcere. Un anno di purgatorio, scontato senza battere ciglio, fissato soltanto verso l’obiettivo di poter riabbracciare suo figlio. Stavolta non più su un letto d’ospedale, bensì a casa.

Obiettivo che si è realizzato. Il giovane sta meglio, è uscito dall’ospedale e sta pian piano tornando in condizioni di salute normali. “Una legge è stata infranta, ma è stata infranta per un giusta ragione”, afferma il giovane. Che aggiunge, indicando suo padre che gli siede accanto: “Tutto il bene che è stato compiuto per me, è ciò che ha fatto quest’uomo seduto al mio fianco”.

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