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Robot industriale / Wikimedia Commons - ICAPlants, CC BY-SA 3.0

Per una tecnologia dal cuore umano

Nasce una diversa consapevolezza nei confronti dei limiti di un lavoro finalizzato a consumo e profitto

«Non vogliamo che i nostri figli si limitino a volere quello che i robot possono dare! Non vogliamo che si riducano a rinunciare a tutto ciò che i robot non possono, o non vogliono, dare! Vogliamo che siano uomini, e donne».

Murray Leinster, tra i più noti scrittori statunitensi di fantascienza del Novecento, da sognatore tecnologico un messaggio voleva che i suoi libri consegnassero all’umanità: la Persona deve essere sempre al centro di ogni attenzione. E forse già immaginava che la sua visione avrebbe avuto un risvolto anche economico. Analisi e previsioni segnalano l’ulteriore effetto negativo sull’occupazione che avrà la quarta rivoluzione industriale: robot, stampanti 3D, biotecnologie, comunicazione online, internet delle cose, sharing economy e altro ancora, concorreranno a bruciare posti di lavoro. Dai 5 ai 7 milioni solo in Italia, secondo alcune stime. Recentemente uno studio Ocse ha mostrato come, a differenza di altri studi che prevedevano l’elevato rischio di scomparsa per la metà delle professioni attuali, il rischio di totale eliminazione riguardi il 9% dei lavori, mentre percentuali molto maggiori (circa il 35%) andranno incontro a una profonda trasformazione.

Insomma, quello che era un sogno dell’uomo, la liberazione dalla fatica attraverso il progresso tecnologico, diventa invece un incubo, reso ancor più fosco dal quadro economico attuale, con la fatica di tanti a mantenere la propria famiglia, l’aumento della distanza fra ricchi e poveri, l’impoverimento del ceto medio, il disagio ed a volte la disperazione causati dalla disoccupazione e, più in generale, dall’incertezza, dalla sfiducia ed dalla rassegnazione di molti giovani rispetto a un futuro dal quale si sentono esclusi, mentre per vivere sono costretti a rimanere aggrappati a genitori e nonni. Questioni delle quali, non a caso, la Chiesa si occuperà anche a Cagliari, a fine Ottobre, in occasione del quarantottesimo appuntamento con le Settimane Sociali, incentrato sul tema del lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale. Quello da tutelare anche nell’era della tecnologia e che in essa,  soprattutto, trova linfa.

Paradossalmente, in ambito lavorativo, è l’avanzata dei robot a valorizzare l’uomo: per un verso, l’impresa non è più solo luogo di esecuzione, ma anche di creazione di valore e condivisione di sapere; per altro verso, il lavoratore non è più soltanto forza fisica ed esecuzione mentale di processi standard, ma contano la sua personalità, le sue vocazioni e sempre più anche le sue predilezioni ed interessi. Ecco perché, secondo “Italia Lavoro”, entro il 2020 mezzo milione di nuovi posti fioriranno nel campo dei servizi, in particolare di quelli alla persona. Un risultato scontato, in considerazione dell’allungamento della vita e della diffusione di malattie croniche, disabilità, stress e patologie psichiche. Eppure, sebbene la logica della produttività sia ancora preponderante, il venire a maturazione di una serie di tensioni ed esigenze sociali e ambientali sta provocando una diversa consapevolezza nei confronti dei limiti di un lavoro finalizzato a consumo e profitto: la qualità della vita di tutti, in primis dei soggetti deboli, e l’uguaglianza delle opportunità, diventano aspetti da considerare anche nelle attività lavorative, nella consapevolezza che «una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari», come scriveva il filosofo Elbert Hubbard, «ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario».

Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra.

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