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Norberto De Angelis: “La mia battaglia per i più deboli”

La storia e le imprese impossibili di un campione del volontariato

La storia di Norberto De Angelis sembra uscire da un romanzo. O meglio, da uno di quei film americani basati sulla tenacia, sulla speranza e su una forza d’animo capace di valicare ostacoli impossibili. È la storia di un grande atleta, di un terribile incidente che lo ha costretto su una sedia a rotelle e di un coraggio che lo spinge a combattere grazie all’amore per lo sport e per il prossimo.

Nato a Piacenza nel 1964, a 25 anni Norberto era uno dei migliori giocatori di football americano in Europa. Ha giocato per le più importanti squadre d’Italia e nel 1992, con la Nazionale Italiana, ha vinto il Campionato Europeo di football americano a Helsinki. Era famoso, osannato dai tifosi, davanti a sé aveva una luminosa carriera.

“Dentro di me, però, sentivo che non ero completo” racconta Norberto. “Era come se avessi un debito verso la vita che mi stava dando così tanto. Allora ho deciso che dovevo dare me stesso agli altri, a chi aveva più bisogno. Conobbi il Cefa onlus, un’associazione umanitaria che svolgeva la sua attività soprattutto in Tanzania. Quella associazione era stata fondata nel 1972 dall’onorevole Giovanni Bersani, uomo politico bolognese, eminente figura dell’associazionismo cattolico, che ha dato vita a  diversi movimenti cooperativi di ispirazione cristiana”.

“Quell’uomo, che è morto due anni fa, centenario, era un personaggio eccezionale”, ricorda De Angelis. “Umile, riservato, povero, era un grande campione di umanità, un vero gigante della carità, pieno di idee innovative che le concretizzava con  tenacia, partecipandovi sempre in prima persona.  Rimasi affascinato da Giovanni Bersani e  decisi di partecipare ai programmi della Associazione Cefa da lui fondata. Nel 1992, dopo aver vinto il Campionato europeo di football americano,  partii volontario per la Tanzania”.

“Laggiù, entrai a far parte di un progetto Cefa che aveva lo scopo di avviare  un allevamento di polli che potesse portare lavoro. Ho ricordi meravigliosi di quel periodo. L’Africa è una terra con colori e profumi che non hanno pari, forti, puliti, integri. Io ero giovane, un atleta, e volevo mettere la mia forza e la mia energia al servizio dei più deboli. Mi impegnavo con tutto me stesso”.

“La mia esuberanza – spiega l’atleta -mi causò anche dei problemi. Un giorno difesi una donna da un gruppo di ubriachi. Feci volare nella polvere uno di loro e gli altri se la diedero a gambe. Ma l’indomani, il capo del villaggio venne ad intimarmi di chiedere scusa. Avevo osato prendere le parti di una donna, una cosa inconcepibile per la loro cultura”.

Dopo un mese e mezzo, i sogni e l’entusiasmo di De Angelis furono infranti da un terribile incidente. “Non ricordo nulla di quel momento, me lo hanno raccontato in seguito le persone che erano con me”, racconta. “Stavamo viaggiando su un pickup, pioveva e la strada era scivolosa. Ad un certo punto l’autista ha perso il controllo del mezzo e siamo usciti di strada. Il pickup si è ribaltato e io sono stato sbalzato fuori dall’abitacolo. Mi hanno trovato quaranta metri più in là, con la schiena rotta. Pochi minuti dopo, è passato un medico italiano che da dieci anni faceva il volontario in Tanzania. Ha subito visto che le mie condizioni erano gravi e ha fermato un camion che transitava in quel momento. Coincidenze davvero strane. Su quelle strade non passa quasi mai nessuno, ma in quel drammatico momento ecco un medico e un mezzo di trasporto. Non so, forse qualcuno lassù voleva che mi salvassi”.

“Mi hanno immobilizzato sul camion e mi hanno portato in città, a duecento chilometri di distanza. Ma io ero già in coma. Mi sono svegliato due mesi dopo e mi sono trovato in ospedale a Parma. Mi ci è voluto un anno e mezzo perché potessi rendermi conto della mia situazione. Per molto tempo, infatti, ho continuato a pensare di essere in Africa. Ero convinto che si trattasse di un sogno e che presto mi sarei destato. Quando l’ho fatto davvero, non potevo più muovere le gambe”.

Impossibile immaginare il dramma con cui Norberto dovette fare i conti. Oggi, egli si sforza di parlarne con un certo distacco, ma nella sua voce si sente che le sofferenze furono atroci.

“Ero distrutto”, spiega. “La realtà che avevo davanti era una vita da paralizzato. Quello che mi feriva era vedere il mio corpo andare in declino. Ero stato atletico, forte e adesso invece stavo ingrassando, i miei muscoli diventavano molli. Attraversai una cupa depressione e poi cominciai a bruciare di una rabbia mai provata prima”.

“E fu proprio allora, quando si svegliò dentro di me quella rabbia infuocata  che decisi di reagire. Contro il parere dei medici, tornai in palestra e ripresi ad allenarmi coi pesi. All’inizio fu un tormento perché dovevo fare i conti con movimenti del tutto nuovi. Ma poi, un po’ alla volta, mi rimisi in forma e smisi anche di prendere alcune delle medicine che mi avevano prescritto. Per tenere sotto controllo il peso, presi a fare attività aerobica usando la handbike, cioè la bicicletta per disabili, quella su cui si pedala usando le braccia. Però continuavo ad essere inquieto perché sentivo dentro un forte agonismo che mi consumava. Nel football avevo primeggiato. Volevo farlo anche nella handbike ma era impossibile. Gli atleti disabili erano tutti almeno cinquanta chili più leggeri di me e soprattutto più giovani: non avrei mai potuto competere con loro”.

“Mentre pensavo a come fare per emergere in questo sport, mi diagnosticarono un tumore maligno e dovetti essere operato. Altra grossa depressione. Ma ancora una volta, invece di arrendermi, decisi di compiere un’impresa. Volevo lasciare qualcosa di grande dietro di me.  Qualcosa per cui essere ricordato”.

“L’ispirazione me la diede il film “Forrest Gump”. Il protagonista correva nelle sterminate pianure americane e decisi che avrei fatto lo stesso. Avrei attraversato gli Stati Uniti, da costa a costa, percorrendo con la handbike la famosa Route 66. E così ho fatto. Sono partito da Chicago, in Illinois, il 28 aprile del 2009 e sono arrivato al molo di Santa Monica, in California, il 16 luglio, dopo aver percorso 3798 chilometri, attraversando 8 stati e 3 fusi orari. Tutto a forza di braccia”.

L’impresa compiuta da Norberto De Angelis rimane nella storia. Nessuno al mondo con le sue stesse menomazioni fisiche, aveva mai compiuto qualcosa del genere prima di allora. Ma subito dopo, Norberto mise a fuoco altri straordinari obiettivi. Nel 2012 diventò campione italiano di pesistica paralimpica, nella categoria +85 kg. E,  nel 2013, entrò nella leggenda con una seconda impresa da record.

“Gli ideali di altruismo e volontariato che mi avevano spinto ad andare in Tanzania con il  “Cefa”  nel 1992, non erano mai morti dentro di me. La figura combattiva e generosa di Giovanni Bersani la portavo nel cuore.

“Nel 2013 seppi che il “Cefa” aveva bisogno di aiuto. Un suo progetto umanitario molto importante per l’Africa stava naufragando per mancanza di fondi. Si trattava di una iniziativa riguardante la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro di persone disabili. Mi sono sentito chiamato doppiamente in causa: per la mia ammirazione per gli ideali del “Cefa” e per la mia condizione di disabile”.

“Dovevo dare una mano nel reperire fondi e salvare quel progetto. E volevo anche dimostrare, soprattutto in Africa, che i disabili sono una risorsa per la società, che i pregiudizi e l’ignoranza  con cui spesso si giudicano queste persone vanno combattuti, sempre, in ogni situazione. In Africa, più che in altri posti, i disabili sono emarginati perché ritenuti portatori di sfortuna.

Il mio messaggio era invece di forza e speranza, volevo far capire che non c’è differenza tra le persone e che ognuno, in qualsiasi condizione si trovi, può mettere in atto imprese ritenute impossibili. Ho così ripreso la handbike e dopo un meticoloso allenamento sono tornato in Tanzania, là dove la mia vita era cambiata. Con la handbike, e sostenuto anche dal Comitato Paraolimpico Italiano, ho attraversato la Tanzania, partendo da Matembwe e arrivando alla capitale Dar Es Salaam. Ottocento chilometri passando per foreste, pianure incontaminate, villaggi dove sono stato accolto con un calore che commuoveva”.

“Io sono un arrabbiato”, conclude De Angelis. “Sono arrabbiato perché mi sono state tolte molte libertà, perché la mia vita è stata stravolta, perché non ho potuto continuare a giocare a football. Ma questa energia che mi brucia dentro non mi ha consumato, non mi ha relegato in un angolo a soffrire e incattivire.

Grazie agli ideali del volontariato e alle persone straordinarie che in esso ho conosciuto, ho imparato a  usarla in modo costruttivo, come fosse un fuoco che alimenta la mia caldaia e che mi permette di affrontare ostacoli insormontabili. Questo è il messaggio che mi preme lasciare, specie agli altri disabili. Mai arrendersi, credere sempre in se stessi, nel bene che si è in grado di compiere. Se anche una sola persona, guardando ciò che ho fatto, potrà riuscire a migliorare la sua condizione, sarò soddisfatto e saprò che tutto il dolore che ho sopportato è servito a qualcosa”.

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