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Mostra Cinema Pesaro. Si riflette su distanze tra professori e studenti

Alla 52esima edizione dell’evento, proseguono le discussioni critiche tra autoproduzione e nuove frontiere dell’editoria cinematografica

Proseguono le tavole rotonde del Pesaro Film Festival e i dibattiti critici connessi. Lunedì 4 luglio si è svolto un incontro con alcuni autori e autrici dei film della sezione Satellite e con i curatori della sezione (Gianmarco Torri, Anthony Ettorre, Annamaria Licciardello e Mauro Santini) che, nel presentare il ricco ed eterogeneo programma della sezione, hanno adottato la definizione di “giustometraggio”. Dopo la presentazione dei singoli film – Terra sem males; Le 5 Avril Je Me Tue; Memorie – In viaggio verso Auschwitz; Guida al (lento/veloce) lavoro; The Eternal Melacholy of The Same; Adagio Jean Jaurès; Tomba del tuffatore; Senza titolo; Parco Lambro – una sollecitazione di Annamaria Licciardelli sull’autoproduzione ha dato vita a una riflessione sui limiti e le possibilità dei finanziamenti, istituzionali e non.

Nel sostenere l’importanza dell’autoproduzione nella formazione di un autore, infatti, Enrico Masi (Terra sem males) ha riconosciuto il ruolo fondamentale dell’università, non tanto sotto il profilo economico, quanto come luogo-vetrina adibito all’esposizione del suo lavoro. “Bisogna farsi affiancare da produttori sensibili, che sappiano coprire i costi del lavoro di un regista e consigliarlo”, ha aggiunto Sergio Canneto (Le 5 Avril Je Me Tue). Danilo Monte (Memorie – In viaggio verso Auschwitz) ha sottolineato, invece, quanto il limite economico, insito nell’autoproduzione, possa stimolare l’adozione di un linguaggio alternativo. “Non è neanche concepita, per noi, la produzione. Con la produzione si perde la solitudine che è essenziale nel cinema”, con queste parole Francesco Cazzin, portavoce del gruppo di autori di Adagio Jean Jaurès, ha espresso la sua posizione risoluta in merito all’argomento di dibattito. “Anche se l’artista è creativo e può sempre cercare soluzioni finanziarie alternative, la produzione dovrebbe sempre accompagnare i lavori migliori, non i peggiori. La cultura deve essere finanziata”, concludono gli autori di Senza titolo (Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti).

Di altra natura invece la tavola rotonda che si è svolta il 5 luglio. Al centro la novità di questa edizione del Festival, il concorso (Ri)montaggi – il cinema attraverso le immagini (videoessays, recut, mashup e remix). Hanno partecipato Andrea Minuz e Chiara Grizzaffi, curatori della sezione, Federico Rossin e i giurati Tommaso Isabella e Rinaldo Censi, chiamati a decretare il vincitore insieme a Daniela Persico. Andrea Minuz ha aperto l’incontro definendo il videoessay “uno strumento a scopo didattico formidabile per ripensare il cinema oggi” e augurandosi di costituire nell’ambito della Mostra un workshop permanente dedicato ai video saggi, a questi lavori che rimontano e remixano le immagini cinematografiche per interrogarne il significato. Chiara Grizzaffi, parlando della sua esperienza come docente presso la IULM di Milano, ha evidenziato “la prossimità e l’affezione sensibile all’oggetto filmico da analizzare e studiare” insita nella pratica del video saggio.

Ad accendere il dibattito sull’argomento è stato però Federico Rossin: “In questi lavori ritrovo dei progetti autoreferenziali e astorici, che nelle loro forme più interessanti sono al limite delle glosse. Non li chiamerei video saggi, ma piuttosto studi visuali”. Su posizioni meno radicali è rimasto Tommaso Isabella, il quale ha comunque riconosciuto come necessaria la presenza di un’idea di montaggio pregnante, per non incorrere nel duplice rischio di un prodotto troppo pedagogico o, all’inverso, troppo creativo o ludico. “C’è molta didattica e poca analisi nei lavori visionati, ma non escludo che si possa trattare di un punto di partenza ancora da approfondire”, ha aggiunto Rinaldo Censi, in sostanziale accordo con le opinioni dei colleghi.

La parola è tornata poi ad Andrea Minuz, che si è opposto alla separazione tra dimensione ludica e riflessione critica. “Gli studenti oggi vogliono fare e non solo ascoltare. Il video saggio aiuta a colmare il divario tra la teoria e la pratica e ad azzerare la distanza tra professore e studente”. Gli interventi dal pubblico si sono mostrati in favore di questa iniziativa, individuando nelle forme del videoessay la nuova frontiera dell’editoria cinematografica. Al termine della tavola rotonda, è stata poi annunciata l’opera vincitrice del concorso, tra i sette selezionati: Mannequin di Rick Niebe. “Abbiamo apprezzato la collisione di materiali eterogenei e voluto premiare l’azzardo di un progetto che, a differenza degli altri lavori, non si è fatto assorbire dal testo originale”, ha concluso Tommaso Isabella.

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