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Mons. Bertolone: “Laicità non vuol dire discriminare i cristiani”

Il Consiglio di Stato ha stabilito la liceità delle benedizioni pasquali nelle scuole, in orari extradidattici e con partecipazione libera e facoltativa degli studenti

«Fingere d’ignorare, col pretesto della laicità, i fondamenti cristiani dei valori occidentali è contrario alla laicità».

Le parole dello scrittore francese Jacques Julliard hanno avuto eco nella sentenza con cui il Consiglio di Stato ha chiuso, almeno per il momento, la contesa sulla liceità delle benedizioni pasquali nelle scuole, in orari extradidattici e con partecipazione libera e facoltativa degli studenti. Proprio così: c’è stato bisogno di una pronuncia del massimo organo della giustizia amministrativa per sancire che una benedizione cristiana impartita a scuola, condivisa da chi lo desidera e a nessuno imposta, non sia un insulto o una sopraffazione e neanche lontanamente una ferita alla libertà altrui.

In particolare, secondo i magistrati chiamati a valutare la questione, il rito«ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e tanto spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa sentirsi leso da esso». Una decisione, sottolinea il Consiglio di Stato, informata anche «ad un elementare principio di non discriminazione: non può attribuirsi alla natura religiosa di un’attività una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile sol perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima».

Insomma, l’unica discriminazione insita nel divieto delle benedizioni pasquali è quella contro i cristiani, in nome di uno strumentale richiamo ad un principio di laicità svuotato del suo significato originario: se dirsi laici dovesse tradursi in avversione alla religione, si finirebbe col negare ad essa ogni cittadinanza nella vita pubblica, escludendo perciò Dio dalla visione del mondo e degli uomini. E tutto questo ritenendo offensiva una preghiera. In realtà, l’offesa è altro. È deridere i simboli delle religioni, disconoscerne i valori, considerarli pericolosi.

Quel che sorprende, ed amareggia, è che questo tentativo di emarginazione del sacro sia avvenuto in un contesto – quale quello della scuola – che per definizione dovrebbe favorire l’integrazione ed educare al dialogo ed al confronto, anche sul piano del credo religioso. Invece, almeno nel caso specifico, sotto la spinta di una minoranza, è accaduto l’esatto contrario, spacciando per libertà di pensiero il sostanziale tentativo di imporre un pensiero unico.

Perché così non fosse, s’è dovuto dar voce ai Tribunali ed attendere una sentenza che ribadisse i contorni degli orizzonti della laicità inclusiva che, del resto, è il frutto della cultura italiana, maturata nei secoli coniugando umano rispetto, civile accoglienza e civiltà cattolica. Valori che parte della società contemporanea sembra avere frettolosamente accantonato, rendendo attuale quanto Pier Paolo Pasolini, che bacchettone non era, asseriva quando scriveva che nei suoi libri era da ricercarsi un insegnamento: convincere il lettore «a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci».

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