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L’inutile appello di Einstein ai suoi colleghi

Oggi l’uomo continua a cedere alla tentazione di ergersi come ri-creatore di se stesso, come dimostra la notizia che un team di scienziati cinesi ha modificato il genoma di alcuni embrioni umani

«Noi scienziati rivolgiamo un appello come esseri umani rivolti ad esseri umani. Ricordate la vostra umanità e dimenticate pure il resto».

Era il 1955: Albert Einstein si rivolgeva ai suoi colleghi guardando al futuro, come era solito fare. Forse temeva quello che un giorno l’umanità avrebbe visto, ad esempio ciò che è accaduto pochi giorni fa in Cina. Nell’ex “celeste impero” alcuni genetisti hanno sottoposto a trattamento 86 embrioni umani portatori di una malattia ereditaria, la betatalassemia, poiché generati da un ovulo fecondato da due spermatozoi anziché da uno solo e perciò condannati a non avere sviluppo. Gli studiosi, servendosi di tecniche di chirurgia genetica, hanno tuttavia tentato di sostituire il gene della malattia riuscendo, in qualche evenienza, a modificare correttamente il dna, sostituendosi al “grande Allevatore” evolutivo. Ma la notizia vera è che nella stragrande maggioranza dei casi sono state procurate mutazioni genetiche non volute, generando embrioni capaci di riprodursi con il loro specifico biologico ignoto, incuranti di ogni precauzione e senso di responsabilità. Un genetista apprezzato come Bruno Dallapiccola non s’è perso dietro giri di parole: «Un esperimento criminale». Pensava, probabilmente, a cosa potrebbe accadere se il tentativo tecno-scientifico proseguisse, consentendo il venire alla luce di un bimbo per volontà cosciente o mero errore figlio di quelle mutazioni dagli effetti sconosciuti agli stessi manipolatori.

Ne deriva una riflessione che non riguarda i diversi orientamenti etici sull’embrione, ma l’affidabilità – all’interno della comunità scientifica – di quanti, da “apprendisti stregoni”, poco o nulla mostrano di avere a che fare col rigore scientifico. Oggi, secondo un diffuso atteggiamento culturale e da troppi supinamente condiviso, l’uomo si erge a ri-creatore di se stesso, nella vita nascente come nel prosieguo dell’esistenza. Un orizzonte inseguito con entusiasmo dalla scienza: solo negli Usa negli ultimi 15 anni il numero delle iniezioni di botulino è aumentato del 4000% e nel 2011 per interventi simili sono stati spesi 10 miliardi di dollari.

È evidente la tendenza, inarrestabile, ad una costante trasformazione dello stile di vita e dello stesso fenotipo antropologico che mira adesso ad un nuovo obiettivo: diventare arbitri del concepimento, della nascita, dell’evoluzione, possibilmente ritardando la morte e con l’obiettivo di arrivare magari un giorno a preparare l’elisir della vita eterna. Ciò avviene con il concorso di sedicenti scienziati, come se la scienza fosse il tutto o, ancor peggio, un dio da sostituire al Dio, visto come un ostacolo al progresso umano. Nessuno, nemmeno con l’aiuto della ragione, pone più l’accento sulle frontiere che, come per ogni cosa, anche la ricerca deve riconoscere e conoscere. E per questa via si dimentica che l’autentico scienziato non è chi sa dare ogni risposta, ma colui che sa sottoporre le vere domande, cosciente che il suo compito di verificare la scena della realtà, ossia il fenomeno, non esaurisce le dimensioni dell’essere e che proprio per questo deve custodire castamente la sua frontiera. «Scienza e religione», scriveva anche Max Planck, «non sono in contrasto, ma hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente».

Chi se lo ricorda più, al giorno d’oggi? Davvero solo Dio ci può salvare!

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