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The mouth of hell: the dragon (devil

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L’inferno è la spaventosa possibilità del totale fallimento

Non esiste più l’immagine di un Dio che ci aspetta al varco col martelletto e la scrivania giudiziaria. Dell’inferno non si ha paura quando si è conosciuto Gesù e il suo amore

“Salve prof, ma è possibile che un Dio che ama, lasci che i suoi figli vadano all’inferno?” 

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«Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc. 9,43-48).

Gesù non c’è andato liscio quando ha parlato dell’inferno, ma quelle parole sono un profondissimo atto d’amore nei nostri confronti, per riportarci alla consapevolezza dell’importanza delle scelte che facciamo su questa terra.  Un po’ come quando si prende per il bavero una persona che sta facendo delle cavolate pazzesche e la si sbatte sul muro, gridandogli in faccia: “Ma sei fuori di testa? Se continui così ti rovinerai la vita!”. Perché Dio “vuole che tutti gli uomini si salvino” (1 Tim. 2, 4). 

Gesù Cristo si è fatto uomo ed è morto in croce perché nessuno vivesse la sua eternità all’Inferno. Lui stesso ha parlato chiaramente del motivo principale della sua venuta sulla terra: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Luca 5,32). Non è Dio a creare l’inferno e a rimpinguarlo di abitanti. Sembra incredibile, ma è l’uomo che sceglie testardamente e caparbiamente il male, iniziando a creare l’inferno già su questa terra.

Gesù, sapendo benissimo che stava giocando una partita fondamentale (il cui scopo era portarci tutti in Paradiso) non si è risparmiato neanche la croce, facendola diventare la zattera di salvataggio su cui salire, per superare indenni le tempeste della vita. Nel febbraio del 2008, un prete fece questa domanda direttamente a Benedetto XVI:

«Il 25 marzo 2007 Lei ha fatto un discorso a braccio, lamentandosi come oggi si parli poco dei Novissimi. In effetti, nei catechismi della Cei usati per l’insegnamento della nostra fede ai ragazzi … non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso…. Mancando queste parti essenziali del credo… non parlando di inferno, anche la redenzione di Cristo viene a essere sminuita. Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla. O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l’orizzontale dal verticale…»

Benedetto XVI rispose poche parole e chiare: “Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione…. Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione…. Lei ha ragione: dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra… Oggi si è abituati a pensare:… Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c’è la giustizia e c’è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l’uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere questo testo anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare». 

L’immagine di un Dio che col martelletto e la sua scrivania giudiziaria, ci aspetta al varco, non esiste più. Pian piano (perché a noi uomini ci occorrono un po’ di secoli, per capire il modo di agire di Dio) abbiamo cominciato a percepire non più l’inferno come punizione, ma come conseguenza sostanziale del nostro agire! È Dio che dà origine al Paradiso ma è la creatura ribelle che dà origine all’inferno. Siamo liberi di autodeterminarci. Tragicamente liberi di scegliere tra il fallimento eterno o la corona della vittoria.  È per questo che il Catechismo parla dell’inferno come «stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati»  

Chiara Lubich, parlando dell’inferno, si esprime con molta efficacia e con un linguaggio profondamente “moderno”: «Ognuno sarà pazzo perché solo e parlerà con se stesso, non potrà giammai comunicare con l’altro e, se comunicherà, sarà per dir improperi che aumenteranno la disunità. Che terribile l’Inferno!». 

Per questo Gesù ha parlato dello splendore del paradiso (dove Lui è andato a prepararci un posto) ed ha scacciato il male in tutti i modi (guarendo i malati, liberando i posseduti, parlando della misericordia di Dio, descrivendoci la festa immensa del suo regno…). E’ morto dopo essere stato torturato, pur di convincerci del suo amore ed infine è risorto, facendoci sentire protetti da un Dio più potente di ogni male. Voleva che tutti dicessimo proprio come Francesco Saverio: “Faccio il bene non perché in cambio entrerò in cielo e neppure perché altrimenti mi potresti mandare all’inferno. Lo faccio, perché Tu sei Tu, il mio Re e mio Signore!”  

Dell’inferno non si ha paura quando si è conosciuto Gesù e il suo amore. Della morte non si ha timore quando sappiamo che è l’appuntamento con l’Amante dell’universo!

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[Tratto da www.intemirifugio.it]

 

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