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L’allenatore come capro espiatorio

La ricerca del colpevole degli insuccessi come costante nello sport e nella vita

La colorita espressione “penso che il mister quest’anno non arriverà a mangiare il panettone” è usata nel gergo giornalistico sportivo per comunicare che il feeling tra la squadra e chi ne gestisce l’organizzazione tecnica e tattica sta iniziando a deteriorarsi dopo pochi mesi dall’inizio del campionato.

Le ultime settimane di novembre, oltre a caratterizzarsi per la comparsa dei primi ornamenti luminosi natalizi nelle strade delle nostre città, sono state caratterizzate dal forzato allontanamento dalla panchina di alcuni allenatori nella serie A di calcio, Sannino dal Carpi, Delio Rossi dal Bologna, Iachini dal Palermo, Zenga dalla Sampdoria, ma sopratutto per l’esonero del coach della squadra campione d’Italia di Basket della Dinamo Sassari: Meo Sacchetti.

Quest’ultimo é stato l’artefice della storica conquista dello scudetto 2015, sigillo ad una collana di vittorie che include due Coppe Italia (2014 e 2015) e una Supercoppa italiana (2014), dopo la promozione dalla Legadue in A del 2010. Tutto questo non è bastato per mantenere un credito di riconoscenza che 6 sconfitte consecutive in Eurolega e 3 sconfitte su 7 partite giocate in campionato hanno bruciato inesorabilmente. “La prossima settimana inizierà un nuovo ciclo, speriamo sotto i migliori auspici… Una crisi è l’insieme di difficoltà e opportunità: è un momento difficile ma che permette una crescita”. Queste le parole del patron della Dinamo, un misto di frasi di circostanza e luoghi comuni, che accompagnano il fulmine a ciel sereno dell’esonero di mister Sacchetti, che qualche giorno prima aveva iniziato a declinare alcune delle proprie responsabilità affermando: “O loro hanno bisogno di un altro tipo di allenatore o io ho bisogno di altri giocatori”. Allusione al cambiamento forse dei giocatori dell’ultima campagna acquisti e cessioni, non condiviso con la società.

Il gioco dello scarico di responsabilità si accompagna spesso, nello sport e nella vita, alla ricerca di un capro espiatorio. Anticamente, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati, caricavano tutti i peccati del popolo su un capro che veniva poi allontanato nel deserto. Gli attuali allenatori di calcio o basket non vengono spediti nel deserto, anzi spesso finiscono su spiagge esotiche a godersi i residui dei loro ingaggi, a volte milionari.

La ricerca del colpevole degli insuccessi è una cosa assai diversa rispetto all’individuazione delle responsabilità, specialmente quando sono coinvolte dinamiche di gruppo. La squadra è infatti un collettivo nel quale l’alchimia del successo è un insieme di equilibri di relazioni emotive funzionali alla realizzazione di un progetto. Il rispetto dei ruoli, della leadership, delle regole, l’accettazione della vittoria e della sconfitta permettono di superare le crisi e di trasformare il riconoscimento dei propri limiti in opportunità di crescita. Un gruppo cresce se i suoi componenti condividono le emozioni e trovano soluzioni ai problemi. Il ruolo dell’allenatore negli sport di squadra è quello di responsabile di come i singoli cooperano strategicamente alla definizione ed al raggiungimento del risultato. Se l’allenatore accetta in maniera ambigua il ruolo del capro espiatorio, i singoli atleti si sentono giustificati a non assumersi le proprie responsabilità: questo è il principio della fine di un ciclo… pur se molto vincente.

Spesso purtroppo nello sport professionistico gli interessi economici dei club si intrecciano con le aspettative del pubblico e dei media, rendendo le situazioni di crisi ancora più complesse. Nello sport come nella vita il riconoscimento delle proprie responsabilità al servizio di un progetto condiviso é alla base del corretto funzionamento del gruppo sociale: squadra, gruppo, famiglia, movimento, partito politico, complesso musicale che sia.

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