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Card. Pietro Parolin (agosto 2017) - Foto © CTV - OSSERVATORE ROMANO

Intervento del Cardinale Segretario di Stato alla Conferenza Internazionale “Droga e Dipendenze: un ostacolo allo sviluppo umano integrale”

Omelia della Santa Messa celebrata nella Basilica di San Pietro

Pubblichiamo di seguito l’intervento che l’Em.mo Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha pronunciato oggi [1º dicembre 2018] alla Conferenza Internazionale Droga e Dipendenze: un ostacolo allo sviluppo umano integrale, promossa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in corso in Vaticano dal 29 novembre al 1° dicembre 2018, e l’Omelia pronunciata nella Santa Messa celebrata a seguire nella Basilica di San Pietro:

Intervento del Cardinale Segretario di Stato

Eminenze, Eccellenze,
Distinte Autorità
Signore e Signori,
Desidero ringraziare Sua Eminenza il Card. Peter K. A. Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, per l’invito a intervenire a questa Conferenza Internazionale su un tema tanto spinoso, come quello qui affrontato: “Droga e dipendenze: un ostacolo allo sviluppo umano integrale”. La mia riconoscenza va inoltre al Segretario Mons. Marie Bruno Duffé, ai Sottosegretari e a tutti gli Officiali, che hanno collaborato alla preparazione di questo evento.

Il fenomeno “dipendenze”, per decenni segnalato come emergenza, ormai si presenta quale pandemia dai risvolti molteplici e mutanti, contraddistinto da aspetti talvolta drammatici. In particolare, tale fenomeno si è fortemente diffuso negli ultimi anni soprattutto fra i giovani, per cui non possiamo non esprimere profondo dolore e grande preoccupazione. Come ha affermato Papa Francesco, la droga, al pari delle altre dipendenze, “è un male e con il male non ci possono essere cedimenti o compromessi. Pensare di poter ridurre il danno, consentendo l’uso di psicofarmaci a quelle persone che continuano a usare droga, non risolve affatto il problema. Le legalizzazioni delle cosiddette ‘droghe leggere’, anche parziali, oltre a essere quanto meno discutibili sul piano legislativo, non producono gli effetti che si erano prefisse. Le droghe sostitutive, poi, non sono una terapia sufficiente, ma un modo velato di arrendersi al fenomeno” [1] .

Nell’ultimo decennio il concetto di abuso e di dipendenza ha subito una notevole dilatazione, in quanto il ventaglio delle dipendenze si è andato notevolmente espandendo, includendo un gruppo multiforme di disturbi in cui l’oggetto della dipendenza non è solo una sostanza, bensì un’attività, spesso incoraggiata e socialmente accettata. Queste nuove forme di dipendenza compulsiva dal gioco d’azzardo, internet, shopping, sesso, pornografia, cellulare, dove l’oggetto di dipendenza diventa pensiero ossessivo per la persona ed influenza il suo comportamento e la sua vita, sono il segnale di un disagio psichico profondo dell’individuo e di un impoverimento sociale di valori e di riferimenti. Il vuoto valoriale ha ripercussioni soprattutto sui giovani che, non trovando risposte alle loro giuste domande sul senso della vita, si rifugiano nella droga, come anche in internet o nel gioco, ricevendo in consegna frammenti di piaceri effimeri, piuttosto che aneliti di libertà e di vera felicità.

La Chiesa di fronte a tale fenomeno, fedele all’insegnamento di Cristo, pone la persona al centro, come protagonista, tesa al rinnovamento interiore, alla ricerca del bene, della libertà e della giustizia. Accoglie ed accompagna per il recupero quanti sono coinvolti nella spirale della droga, come anche delle altre dipendenze: “essa” – come ebbi modo di affermare – “li prende per mano, attraverso l’opera di tanti operatori e volontari, perché riscoprano la propria dignità e facciano riemergere quelle risorse, quei talenti personali che la droga ha sepolto in loro, ma che non poteva cancellare, dal momento che ogni uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio” [2] .

Occorre pensare, non solo al lavoro di recupero, ma anche ad un’azione di prevenzione che si traduca in un intervento sulla comunità nel suo insieme, affinché l’azione educativa, culturale e formativa coinvolga il più ampio numero di persone e non soltanto gruppi a rischio. È importante, nell’ambito di una politica di prevenzione del disagio giovanile, “incrementare l’autostima delle nuove generazioni, al fine di contrastare e superare il senso di insicurezza e instabilità emotiva favorito sia dalle implicite pressioni sociali, che dalla stessa natura intrinseca della fase adolescenziale” [3]. Come ha affermato Papa Francesco “le opportunità di lavoro, l’educazione, lo sport, la vita sana: questa è la strada della prevenzione della droga, non c’è posto per l’abuso di alcol e per le altre dipendenze” [4] .

Siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri, per cui “è importante promuovere una cultura della solidarietà e della sussidiarietà volta al bene comune; una cultura che si opponga agli egoismi e alle logiche utilitaristiche ed economiche, ma che si propende verso l’altro, in ascolto, in un cammino di incontro e di relazione con il nostro prossimo, soprattutto quando è più vulnerabile e fragile come lo è chi fa abuso di droghe” [5] Ogni essere umano cerca l’unità e l’armonia personale e la Chiesa, “esperta in umanità”, ha sempre cercato di dare il proprio contributo per educare, curare ed aiutare la persona, mirando alla sua promozione integrale, adottando prospettive che mirino all’unità della persona, alla trascendenza ed a diventare adulti attraverso una maturazione progressiva di tutto l’essere, fisico, psicologico, intellettuale, morale e spirituale, perché diventi più responsabile di se stesso e sappia differire i propri desideri [6].

Lodevoli sono da considerarsi gli studi e le occasioni di confronto capaci di incrementare la consapevolezza sull’impatto e la natura dei costi sanitari e sociali causati dalle droghe; di consolidare e diffondere la base delle conoscenze; di rafforzare la capacità di gestire i trattamenti farmacologici e rieducativi delle dipendenze; di aumentare la mobilitazione e il coordinamento delle risorse; di migliorare il monitoraggio e la prevenzione. Auspichiamo, dunque, che i risultati del lavoro che in questi giorni si è svolto contribuiscano a coinvolgere l’opinione pubblica e, in specie, gli operatori del settore per uno spazio comune di aggiornamento e confronto finalizzato a ragionare su una progettualità politica che stimoli le coscienze e prefiguri possibilità di investimenti strutturati nella prevenzione e nell’educazione, nonché aggiornamenti normativi, onde dar vita ad un sistema che risponda davvero ai nuovi bisogni emergenti.

Concludo con le parole di Papa Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze su Narcotics: Problems and Solutions of this Global Issue: “Il più bisognoso dei nostri fratelli, che in apparenza non ha nulla da dare, serba un tesoro per noi, il volto di Dio, che ci parla e c’interpella” [7] . Vi auguro di andare avanti con il vostro lavoro e concretizzare, nei limiti delle vostre possibilità, le felici iniziative che avete avviato a servizio dello sviluppo umano integrale di quanti soffrono a causa della droga e delle altre dipendenze, in quanto la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo [8] .
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[1] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla 31ma edizione dell’International Drug Enforcement Conference, 20 giugno 2014 [2] Card. Parolin, Omelia per la Santa Messa di Natale presso il Centro Italiano di Solidarietà (CeIs), Roma 22 dicembre 2015 [3] Ibidem [4] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti alla 31ma edizione dell’International Drug Enforcement Conference, 20 giugno 2014 [5] Peter Kodwo Appiah Turkson, Messaggio del Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale in occasione della Giornata Internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe, 26 giugno 2018. [6] Pontificio Consiglio per la Pastorale della salute, Chiesa, droga e tossicomania. Manuale di pastorale, Libreria Editrice Vaticana, Città del vaticano, 2001, pagg. 140-141. [7] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze su Narcotics: Problems and Solutions of this Global Issue, 24 novembre 2016. [8] Cf. Papa Francesco, Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» con la quale si istituisce il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 17 agosto 2016.

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Omelia del Cardinale Segretario di Stato

Eminenze, Eccellenze,
Cari Confratelli Sacerdoti,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
Nella festa dell’Apostolo Sant’Andrea, il Vangelo di Matteo ci presenta la sua chiamata da parte di Gesù, il Maestro. Tale chiamata, secondo l’evangelista, sarà il paradigma di ogni altra chiamata che Gesù rivolge ai discepoli, e, perciò, riguarda anche il nostro presente. Innanzitutto è importante sottolineare il luogo della chiamata, il lago di Galilea. Esso costituisce la frontiera marittima di Israele con i popoli pagani. Tale collocazione è portatrice di un grande significato: il messaggio che la Parola di Dio ci affida è quello di andare verso tutti, di pescare tutti, siano essi giudei o pagani.

Nella pagina della lettera ai Romani ora letta questo concetto della destinazione universale del Vangelo è chiarito e ribadito con forza: “Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano” (Rm 10,11-12). Nel linguaggio di San Paolo, l’eliminazione della distinzione tra giudeo e greco significa che tutti gli uomini hanno la stessa vocazione di figli e la stessa destinazione alla gloria, sotto la guida del Figlio primogenito. Il testo del Vangelo insiste poi sulla chiamata di due coppie di fratelli: Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni. Si sottolinea perciò particolarmente il vincolo di fraternità; vincolo necessario per entrare nel regno di Dio e per rendere credibile l’azione missionaria della Chiesa. Già solo per questo dono della fraternità dobbiamo lodare il Signore. Infatti, viviamo in un tempo di grazia, nel quale il legame fraterno che ci unisce ai nostri fratelli cristiani e, in particolare ai fratelli della Chiesa ortodossa, che oggi celebrano il loro principale patrono, si va continuamente accrescendo e rinsaldando.

Il Vangelo ci mostra che Gesù associa coloro che sta chiamando alla sua opera di rivelazione dell’amore del Padre. I chiamati dovranno seguire Gesù, aderire alla sua Persona e collaborare alla sua missione. Tutto ciò comporta un cambiamento radicale rispetto alla loro vita precedente per dedicarsi pienamente e senza alcun peso frenante ad annunciare al prossimo la salvifica novità del Vangelo. La chiamata che Gesù rivolge a Sant’Andrea e agli altri compagni pescatori si traduce in una chiamata permanente che il Signore rivolge a ogni uomo, come ci ricorda San Paolo nella prima lettura: “Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!»” (Rm 10,14-15).

Con la chiamata degli Apostoli, il Signore ha dato alla Chiesa il dono della successione apostolica. Andrea, il pescatore di Galilea diventerà uno dei dodici Apostoli scelti da Gesù e testimonierà fino al martirio l’amore per il Maestro e per le genti alle quali lo fece conoscere. Anche oggi, è proprio la successione apostolica che permette alla Chiesa di mostrare al mondo il vero volto di Cristo, necessario a tutti gli uomini per la loro salvezza e la loro gioia. Un elemento che non cessa mai di sorprenderci, nella chiamata che anche oggi il Signore ci rivolge, è la fiducia che Egli ripone in noi, sia come comunità, sia come singole persone. Dio ci vuole suoi collaboratori e continua a prenderci a suo servizio. La verità più profonda di ciascuno di noi è perciò quella di essere presi a servizio nella vigna del Signore. Questa chiamata per il servizio riguarda ogni cristiano: alcuni di noi sono stati chiamati nel ministero ordinato come diaconi, preti e vescovi, per l’annuncio della Parola di Dio e la cura pastorale delle comunità, altri sono stati presi a servizio nella vita consacrata, altri ancora sono stati presi a servizio nella vocazione matrimoniale e ciascuno attraverso il proprio impegno contribuisce alla crescita dell’unico bene comune.

La nostra fragilità, quella dell’Apostolo Pietro, del fratello Andrea e di tutti gli altri, non è motivo sufficiente perché Gesù ci scarti, ma il luogo privilegiato perché proprio lì si riveli la sua misericordia e il suo potere benevolo e risanante. È la sua fiducia e la sua fedeltà che sostiene tutti noi, come un tempo ha sostenuto Sant’Andrea, sino al martirio. L’essere stati presi a servizio del progetto di Dio, invita tutti noi alla riconoscenza e all’umiltà, e nello stesso tempo, alla coscienza di essere debitori verso i nostri fratelli. L’espressione che San Paolo ha usato a proposito del suo servizio di apostolo delle genti: “Guai a me se non evangelizzo!” (1Cor 9,16) può essere parafrasata con quella che tutti noi dobbiamo sentire risuonare nel nostro animo: guai a me se non servo i miei fratelli, attraverso l’annuncio della parola e il servizio della carità! Questo aspetto del debito verso i fratelli ci conduce a riflettere su un altro elemento che è quello della responsabilità. Andrea, dopo il primo incontro con Gesù – ci racconta il Vangelo di Giovanni – sentì immediatamente la responsabilità di coinvolgere il fratello Pietro. Il dono dell’incontro si è mutato subito in desiderio di condividere la gioia sperimentata. In seguito, Andrea e tutti gli Apostoli sentiranno così intensamente tale responsabilità, che metteranno in gioco tutta la loro vita.

Ciò costituisce anche per noi un invito a rinnovare la nostra personale responsabilità di persone che vogliono vivere una prossimità responsabile, secondo la felice espressione di Papa Francesco. Tale prossimità responsabile si declina nella cura dell’annuncio della Parola di salvezza e nella cura di coloro che sono afflitti da ogni genere di povertà, compresa la povertà di quanti oggi vivono l’esperienza della prigionia della droga e delle altre dipendenze. La Conferenza internazionale che stiamo svolgendo è certamente espressione del servizio che la Chiesa vuole rendere all’umanità, che tra le numerose ferite che l’affliggono deve annoverare anche la piaga della droga e delle cosiddette nuove dipendenze. Tutti i partecipanti a questa Conferenza condividono questo spirito di dedizione. Siamo invitati dal Signore a usare la nostra intelligenza e le nostre energie per migliorare questo servizio di guarigione, per seminare speranza in mezzo alle nuove generazioni, per aiutarle a non cadere nella trappola delle dipendenze e aiutarle a uscire quando, malauguratamente, vi siano cadute.

Questo ambito di servizio è tra i più difficoltosi, sia a causa di una certa cultura che non favorisce la prevenzione, sia per le frequenti ricadute di coloro che sono afflitti dalle dipendenze, che fanno disperare di un effettivo recupero. Alcuni operatori sono tentati di perdere la speranza e provano un senso di solitudine, anche in ragione di una certa indifferenza e del conseguente indebolimento delle politiche attive di prevenzione, cura e riabilitazione. Il lavoro che questa Conferenza sta svolgendo, su iniziativa del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è necessario e prezioso. L’uomo ferito sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico non deve essere mai abbandonato, anche se le difficoltà sono innumerevoli. La Chiesa desidera che nell’opera di cura della ferita prodotta dalla droga si migliorino i progetti di ricupero, si attuino politiche e legislazioni sempre più attente, si rinnovino le motivazioni e le energie degli operatori. Perciò ringrazio di cuore tutti voi per l’impegno profuso nel vostro specifico settore e per la collaborazione che offrite all’impegno della Chiesa per la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo, ossia dello sviluppo umano integrale (Paolo VI). Affido il vostro lavoro all’intercessione dell’Apostolo Andrea e della Beata Vergine Maria, affinché esso produca buoni frutti e susciti vitali energie per il bene di tutti.

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