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Il card. Souraphiel: “Più attenzione ai diritti umani delle famiglie”

Mentre il Sinodo volge a conclusione, il porporato etiope esprime la preoccupazione per le separazione delle famiglie migranti e la speranza per il viaggio del Papa in Africa

La preoccupazione per le famiglie separate dal fenomeno migratorio, le sfide della Chiesa e del popolo in Africa, le speranze per il viaggio di papa Francesco del 25-30 novembre, soprattutto per quanto riguarda l’incoraggiamento ai giovani al matrimonio. C’è tutto questo nel cuore del cardinale etiope Berhaneyesus Souraphiel, uno dei Padri del Sinodo sulla famiglia che si conclude oggi.  In un’intervista a ZENIT, l’arcivescovo di Addis Abeba, rettore dell’Università Cattolica dell’Africa Orientale, creato cardinale dal Papa nel Concistoro dello scorso febbraio, spiega come la Chiesa del continente nero stia offrendo un grande contributo al Sinodo e alla Chiesa universale. Di seguito l’intervista.

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Cosa ha offerto la Chiesa d’Africa al Sinodo e alla Chiesa universale?

La Chiesa africana è stata molto presente in questo Sinodo. Noi abbiamo quello che chiamiamo il Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar, il Secam, che aveva già svolto i suoi studi sul tema della famiglia e ha presentato quindi il proprio contributo. Inoltre, ci sono le Conferenze regionali, una di loro sarebbe quella che è chiamata AMECEA, cioè l’Associazione delle Conferenze Episcopali degli Stati in Africa orientale, di cui io sono il presidente. Anche queste hanno presentato al Sinodo un loro contributo. 

In ogni caso, la cosa più importante che Chiesa africana ha portato al Sinodo sono i grandi valori tradizionali per la vita. Agli africani piace la vita, sono per la vita e incoraggiano tutti coloro che sostengono la vita. Questo non è solo un valore africano, ma un valore mondiale e cristiano che deve essere mantenuto e trasmesso. Dunque i Padri africani hanno portato questo grande messaggio, perché la famiglia per noi è una preziosa unità della società, in quanto essa non è solo un nucleo ma una famiglia allargata, per cui se nasce una bimba in un villaggio, non è solo figlia di sua madre e suo padre, ma di tutto il paese che si prenderà cura di lei. Quindi, questo amore che gli africani hanno per la famiglia è stato l’aspetto che maggiormente si è riflesso al Sinodo.

Quale è, secondo lei, la più grande sfida per la Chiesa in Etiopia e per le sue famiglie?

Ci sono molte sfide per le famiglie in Africa, e in particolare quelle in Etiopia. Anzitutto quella della povertà, a causa della quale i giovani vogliono cambiare la loro situazione. A loro piace vedere in televisione le cose belle che accadono in Europa e in America. Vogliono andare lì. Quindi abbiamo un sacco di migranti: giovani che escono e vanno per lo più nel mondo arabo e donne che si offrono per i lavori domestici. Purtroppo non siamo in grado di seguirli fino a lì, nel senso di prenderci cura di loro pastoralmente… Alcuni di questi giovani vengono abusati, altri sfruttati o utilizzati per l’orribile mercato della tratta di esseri umani denunciato dal Santo Padre. E anche la morte che avviene durante la strada – sia che si tratti del Sud Africa, ma anche della Libia – verso l’Europa, attraverso il Mar Mediterraneo, o nella zona del Golfo, dimostra la sofferenza della gente. Questo significa anche divisioni nella famiglia. A volte, le giovani coppie si sposano, vedono che non possono mantenersi e il marito o la moglie vanno via. E questo è un grave problema. Quindi sono queste le sfide che le famiglie incontrano in Etiopia.

Il Sinodo ha affrontato questi casi in queste tre settimane?

Sì, in un certo senso. Il Sinodo si è rivolto a queste, tuttavia quando esso è stato preparato, vi era una maggiore influenza, diciamo, delle situazioni in Europa e negli Stati Uniti. Ed i problemi che sono usciti fuori non sono realmente i problemi delle famiglie in Africa e in Etiopia.

Quindi cosa dovrebbe fare il Sinodo per meglio affinare le questioni rilevanti per Africa ed Etiopia, in modo che la Chiesa, i governi, o il mondo siano in grado di aiutare?

Beh, una cosa è che la Chiesa cattolica è universale. L’universalità della Chiesa cattolica va rispettata e presa in considerazione, e allo stesso tempo, anche bisogna vedere ogni Conferenza Episcopale, nel proprio settore, studiare questi problemi, come la questione dei divorziati risposati, vedere i problemi locali, e scoprire quali sono le cause, capire se le coppie si riuniranno di nuovo, o, se sono separate a causa della separazione delle famiglie a causa della migrazione quali sono i rimedi, soprattutto per i bambini. Si tratta di grandi temi, ma che hanno bisogno di essere visti anche a livello locale. Mentre altre questioni come le unioni tra persone dello stesso sesso, non sono problemi per noi.

Sarebbe interessante e proficuo discutere delle migrazioni coinvolgendo i paesi di transito e quelli di destinazione…

Sì, penso che sarebbe molto buono, soprattutto se riuscissimo a creare una rete di assistenza.  Di recente 30 migranti cristiani etiopi che si stavano dirigendo in Libia sono stati massacrati dall’ISIS. Ad Addis Abeba abbiamo consolato i genitori, le famiglie, i parenti, ma sentiamo la responsabilità  di proteggere queste persone dalle minacce che incontrano nella loro migrazione. È straziante vedere mamme con bambini che camminano per giorni, con tante difficoltà. Sicuramente questo è un tema che necessita di più attenzione. Si tratta di diritti umani da difendere.    

Sabato scorso, papa Francesco ha parlato di “decentralizzazione”, nel senso di una maggiore responsabilizzazione dei Vescovi per il governo della Chiesa. Lei cosa ne pensa?

Si tratta di un processo che è già stato avviato dal Concilio Vaticano II, con il rispetto, l’autonomia  e la cooperazione di ogni diocesi e conferenza episcopale. Il Papa sta continuando su questa via.

Cosa vi aspettate dalla visita di papa Francesco in Africa?

Certo, aspettiamo con gioia l’arrivo del Papa in Africa, in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. Lo accoglieremo insieme agli altri cardinali e vescovi. Speriamo che possa incontrare le famiglie africane. La maggior parte di queste famiglie vive fedelmente il rapporto di coppia, educando i figli e affrontando insieme le difficoltà. Lo fanno con amore aiutandosi gli uni con gli altri. Quello che tiene insieme le famiglie non è l’automobile o la televisione, bensì l’amore, l’attenzione e la cura l’uno per l’altro. Speriamo che il Santo Padre riuscirà a benedire le famiglie africane, soprattutto quelle della Repubblica Centrafricana, dove c’è un conflitto armato in corso. Problemi ci sono anche in Sud Sudan. Nella sola Etiopia, abbiamo più di 200.000 rifugiati dal Sud Sudan, dalla Somalia, più o meno lo stesso numero, altri provengono dall’Eritrea. Così in Etiopia ci sono più di 500.000 profughi. Mi stupisce vedere che ci sono lamentele e critiche in Europa quando si vedono decine di migliaia di rifugiati.

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