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Incredulità di san Tommaso, Michelangelo Merisi da Caravaggio / Wikimedia Commons - artrenewal.org picture n°3757, Public Domain

Iapicca: “Gesù ci porta il Cielo sulla terra dove siamo caduti”

Commento al Vangelo della Domenica della Divina Misericordia, Anno A — 23 aprile 2017

Una fede sperimentabile nella carne, ma che va oltre la carne, come quella imparata da San Paolo. E’ questa la parola del vangelo di oggi: Gesù oltrepassa la porta sprangata delle paure e dei dubbi, il velo ostinato che copre occhi, mente e cuore, e impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe della carne e della storia, la sua presenza certa e amorevole. Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce. Ma, per riconoscerlo, occorre un supplemento d’anima, uno sguardo diverso, una testimonianza piantata nel cuore.

Occorre una rivelazione celeste, il soffio dello Spirito Santo a sigillare nel cuore ciò che appartiene ad una dimensione che va oltre la semplice umanità. Ecco quello che è mancato a Tommaso, ciò di cui, la sua povera carne piena di esigenza, aveva bisogno, come la nostra oggi. Abbiamo bisogno della fede adulta, che va al di là del sentimento, retta e incorruttibile.

Ma la fede si impara. Per questo Gesù non rimprovera Tommaso, ma lo invita a porsi in cammino, a diventare un “credente”, ad imparare la fede adulta e autentica, su cui radicare la propria vita.

I segni che Gesù ha mostrato agli altri apostoli una settimana prima, i sacramenti della sua risurrezione, sono ora davanti a Tommaso. Ma, soli, non bastano. E’ necessario ricevere lo Spirito Santo, come lo era stato per i suoi fratelli,  la Rivelazione del Padre che ha fatto beato Pietro, quel supplemento d’anima che libera lo sguardo oltre le ferite nella carne e induce ad oltrepassare le porte della sola ragione, spesso esigente di prove e conferme. E’ l’amore di Dio, l’amore di Cristo sigillato dallo Spirito Santo, lo stesso che ha fatto conoscere Cristo a San Paolo non più secondo la carne, e lo ha colmato della speranza che non delude.

E’ lo Spirito Santo che, nel cammino della storia, condurrà san Tommaso, e ciascuno di noi, a riconoscere il nostro Signore e il nostro Dio, nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita. La Croce gloriosa, la vita oltre la morte. E’ questo il senso più profondo del Vangelo di oggi, della stessa figura di Tommaso, un gemello nel cui cuore risuona sempre l’eco della presenza del proprio fratello. Il suo nome infatti deriva dalla radice ebraica ta’am, che significa “appaiato, gemello”: Tommaso appare come il gemello di Gesùimmagine di una relazione particolare, intima, esclusiva, quella di ogni uomo “creato in Cristo per camminare nelle opere buone che Dio ha predisposto per lui” (cfr. Ef. 2,10).

Secondo la scienza quella tra gemelli è una comunicazione stretta, totale, che inizia a livello fetale, con reciproche sollecitazioni e risposte che proseguiranno per tutta la vita. Tommaso era legato a Gesù da un unico destino, un’affinità e un sentire comune che solo i gemelli possono sperimentare. La scomparsa di Gesù per lui era stata devastante, una parte di sé era scesa nel sepolcro con il suo Gemello. In questa prospettiva si comprende l’esigenza carnale di Tommaso, quella condizione posta per poter credere. Doveva toccare le ferite, non solo per incredulità, ma anche e soprattutto per affinità, doveva avere la certezza che colui che gli altri apostoli avevano visto fosse proprio il suo Gemello.

Tommaso non aveva altra via che toccare la prova inequivocabile dell’identità di Gesù, le ferite del suo amore. I due infatti erano gemelli in quell’amore infinito, unico, irripetibile, inconfondibile. In quelle ferite erano l’uno immagine dell’altro, il dolore dell’uno era stato il dolore dell’altro; Tommaso non poteva riposare, era alla ricerca del suo Gemello, e la notizia che non fosse più nella tomba lo aveva sconvolto.

Il rapporto unico che li legava gli faceva risuonare dentro il mistero di quanto accaduto, ma aveva la necessità di riannodare la sua esistenza a quella del suo Gemello. Quella condizione posta sulla soglia della fede costituiva il grido estremo dell’amore che, attraverso la carne, giungeva al cuore; Tommaso non aveva paura di essere attratto nel mistero della Vita nuova che aveva coinvolto Gesù, voleva solo riunirsi a quella carne nella quale era stato creato, riunire quello che la morte aveva separato.

Tommaso è una Parola meravigliosa per tutti noi; il suo cammino approda alla più bella professione di fede – Mio Signore e mio Dio! –Riconoscendo il suo Gemello, Tommaso apre gli occhi sulla identità divina di Gesù; in essa scoprirà anche la sua propria identità, gemello di Dio, figlio nel Figlio! La carne ha spalancato a Tommaso la via del Cielo; per questo Gesù gli dice: “E non diventare incredulo, ma diventa credente”: “Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo.

Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento.

Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere” (Ignace de La Potterie).

I segni delle ferite sono quelli offerti da Gesù anche ai discepoli una settimana prima; senza i segni del suo amore non si può credere, sarebbe un salto nel vuoto che non ha nulla a che vedere con la fede cristiana. La Chiesa, infatti, esiste proprio per essere segno e sacramento universale di salvezza.

Tommaso, nell’impulso tutto carnale del gemello cui è stato sottratto il fratello, e che ha sperimentato l’amputazione di una parte fondamentale di se stesso, ha esigito di vedere e toccare quei segni che la memoria del cuore teneva vivi come unica prova per credere. La beatitudine che annuncia Gesù si riferisce a coloro i quali credono pur non avendo la possibilità di vedere il Cristo storico della carne,  ma si appoggiano e si abbandonano fiduciosi ai segni del suo amore disseminati nella storia, annunciati e mostrati dalla Chiesa.

Tommaso era legato alla carne, la sua relazione con Gesù era ancora al di qua della soglia della vita immortale, era esclusiva, e per questo incapace di vivere la comunione di fede della comunità; la settimana prima infatti non era nella sala con i suoi fratelli; l’amore carnale, come tante volte accade tra fidanzati e amici, ma anche nelle nostre comunità, tende ad escludere chi non fa parte del “cerchio magico” degli affetti più appassionati; questa chiusura della carne sui sentimenti passionali ed esclusivi, anche su interessi che divengono assoluti e idolatrati, o sui propri criteri e ideali, chiude gli occhi alla fede, e rende incapaci di aprirsi alla novità di Cristo, all’amore che unisce nella stessa carne redenta i discepoli del Risorto.

Ma Gesù si piega alle esigenze della carne, con un amore che sconvolge; Gesù risorto continua ogni giorno, come quella sera nel Cenacolo, ad aspettare le settimane delle nostre passioni, con la pazienza misericordiosa di chi sa aspettare che le delusioni scavino in noi e ci rendano urgentemente bisognosi di riposo e certezze che superino la carne.

Gesù scende ancora laddove la carne ci schiaccia, e ci cerca, come ha cercato Tommaso, proprio laddove, esausto, aveva esaurito ogni sua ricerca; Gesù scende per incontrarci laddove la carne fallisce e, solo, può aprirsi alla novità assoluta della trascendenza: Gesù scende per portarci il Cielo sulla terra dove siamo caduti, gemelli inconsolabili e affamati d’amore, chiusi nell’egoismo di ogni rapporto che cerca la realizzazione e l’appagamento di se stesso in tutto e in tutti, per liberarci dalle catene della carne e fare di essa il veicolo per amare e aprirsi agli altri, gratuitamente e senza preferenze. Come gli altri apostoli, Tommaso doveva ricevere il dono celeste dello Spirito Santo che lo introducesse in quella dinamica nuova della comunione, della fede ecclesiale che unisce indissolubilmente tutti i gemelli celesti del Signore risorto.

Nel Vangelo è rivelata la grande notizia di una fede più grande dei nostri peccati, dei limiti affettivi e razionali della carne: “non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa”. Tommaso, amato e attirato nelle pieghe del suo gemello, ha visto e toccato in esse le sue stesse piaghe luminose, gloriose, trasfigurate.

In Gesù risorto ha visto la sua vita risuscitata, e ha potuto entrare nella comunione della Chiesa, la sua ricerca aveva incontrato il suo gemello. Ora aveva intrapreso il cammino del credente, quello nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante, quella della fede, di un amore che mai ci abbandona, mai.

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