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Pope meets the Italian Conference of Bishops (CEI) on Monday

PHOTO.VA - OSSERVATORE ROMANO

I vescovi e il prete che “sogna” Francesco

Riflessioni all’indomani del discorso del Papa all’assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana

È stato un discorso importante, quello che Papa Francesco ha tenuto aprendo l’Assemblea dei vescovi italiani lunedì 16 maggio, non solo perché il Primate d’Italia (tale è il Vescovo di Roma) parlava ai “suoi fratelli” nell’episcopato, dimostrando loro attenzione e desiderio di condividere il peso delle loro responsabilità, ma anche per il tema, l’immagine del prete che Francesco “sogna” per la nostra società complessa, al tempo stesso dalle profonde radici cristiane e pervasa da un profondo processo di secolarizzazione. Egli stesso ha detto di non voler offrire una riflessione sistematica, quasi un manifesto teorico sulla condizione dei sacerdoti oggi in Italia: ciò che ha tracciato è piuttosto un affresco a tinte forti, un “sogno” di fede e d’amore, che stimoli a leggere il disegno di Dio sulla Chiesa e i sacerdoti nella luce del tempo presente, delle risorse e delle sfide che lo caratterizzano. Sono tre le domande che il Papa ha voluto porsi, invitando i Vescovi a riflettere con lui in un comune esercizio di ascolto e di contemplazione, capace di tradurre per l’oggi i grandi orizzonti tracciati da Paolo VI nel documento cui Francesco ha dichiarato spesso di ispirarsi, l’Evangelii Nuntiandi dell’8 dicembre 1975, in cui il Papa del Vaticano II e delle immani sfide del post Concilio prega affinché «il mondo del nostro tempo possa ricevere la Buona Novella […] da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore» (n. 80).

La prima domanda che Papa Francesco si è posto riflettendo sulla figura del sacerdote “che irradi fervore” è stata: che cosa ne rende saporita la vita? La sua risposta parte dalla considerazione dei profondi mutamenti avvenuti nel contesto culturale negli ultimi decenni: “Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca… nel nostro ministero quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello”. È su questo sfondo che il Papa “sogna” la vita del presbitero: essa “diventa eloquente”, se accetta di essere “diversa, alternativa”. Ecco esplicitato in che senso: “Come Mosè, il prete è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un devoto, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato”. La sorgente per un simile stile di vita non può essere che quella di un grande amore: “Il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione”. Il segreto di un tale stile sta nel profondo legame con Gesù Cristo: “È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio”.

La seconda domanda che Francesco si è posto riguardo al presbitero che opera oggi in Italia è stata: “Per chi impegna il suo servizio?” La risposta muove dalla constatazione che “il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona”. Qui il Papa ha citato Dom  Hélder Câmara, il profetico vescovo dei poveri del Brasile: “Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!”. In una Chiesa “in uscita” il presbitero non può essere una figura statica e sedentaria, legato alla semplice conservazione, ma deve osare, mettersi in gioco senza paura per portare a tutti il Vangelo, alla scuola del suo popolo e delle sue attese di salvezza: “Il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale”. Significativamente Francesco ha aggiunto: “La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia”. La passione per la causa delle persone da raggiungere e amare relativizza le misure e gli strumenti umani: “In una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio”.

Infine, Francesco si è chiesto “quale sia la ragione ultima del donarsi del nostro presbitero”. La risposta sta ancora una volta in un’appartenenza convinta di fede e d’amore a Dio e alla Chiesa: “Quanta tristezza fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci… Sono i più infelici! Il nostro presbitero, invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura”. Solo così il prete può diventare un segno e un aiuto per tutti, se cioè è un uomo “della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti”. Il sogno del Papa “venuto quasi dalla fine del mondo” non è utopia, né evasione tranquillizzante: è piuttosto pungolo, sfida, appello appassionato e urgente, che riguarda tutti, perché un prete secondo il Vangelo non è solo un bene per la comunità della Chiesa e per ogni singolo credente, ma anche un dono per l’intera società civile, soprattutto in tempi di crisi e di sfide nuove e inattese. Lo dichiarano le parole di un grande pensatore ebreo del Novecento, Emmanuel Lévinas, che per testimoniare il ruolo che tanti preti hanno avuto per la salvezza di ebrei e partigiani negli anni drammatici della barbarie nazionalsocialista, non esitava ad affermare: “Dove vedevamo una tonaca, lì c’era per noi la salvezza”.

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Fonte: Il Sole 24 Ore, domenica 22 maggio 2016, pp. 1 e 18

About Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

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