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Children of Gaza Strip

Pixabay CC0 - badwanart0

Gaza. Fuga dei cristiani per paura di una nuova guerra

Il direttore di Caritas Jerusalem traccia il drammatico quadro della situazione nella Striscia, dove i cristiani sono oggi 1100 a fronte dei 1300 del 2014

Sono passati esattamente due anni dall’operazione militare “Margine Protettivo”, sulla Striscia di Gaza, tra esercito israeliano e Hamas. Dall’8 luglio al 26 agosto 2014 si susseguirono bombardamenti, con un bilancio di oltre 2mila palestinesi uccisi, dei quali circa 500 bambini, 64 soldati israeliani caduti, cui vanno aggiunti 6 civili, tra cui un bimbo. I feriti, tra i palestinesi, sono stati 11mila, 3mila dei quali bambini.

È stato quello l’ultimo conflitto sulla Striscia dal 12 settembre 2005, data del ritiro di Israele. A due anni di distanza la situazione a Gaza resta molto critica, come spiega all’agenzia Sir Raed Abusahlia, direttore generale di Caritas Jerusalem.

“Tutto è fermo. Bloccato – afferma -. Hanno ricostruito alcune case distrutte nel centro della città ma non quelle nei quartieri più colpiti. Parliamo di circa 10mila abitazioni a fronte di 46mila parzialmente distrutte. Ogni alloggio necessita tra i 5 e i 10mila dollari di lavori per essere di nuovo abitabile. Altre 15mila case sono totalmente distrutte e le macerie visibili. La ricostruzione è minima”.

E gli aiuti dall’estero? “Dopo la fine della guerra nella Conferenza dei Paesi donatori del Cairo fu deciso di stanziare 5,3 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza”, racconta Abusahlia. Che formula però un interrogativo retorico: “Dove sono questi soldi? Solo il Qatar sta facendo la sua parte costruendo circa 200 abitazioni, ma non di più”.

Il direttore di Caritas Jerusalem addossa la responsabilità dei ritardi nella ricostruzione “al blocco israeliano”, giacché “non permette l’ingresso ai valichi di materiale come ferro, cemento e legno, poiché ritenuti utili alla costruzione dei tunnel di Hamas”. Tuttavia – fa notare – “senza cemento non si può ricostruire e l’uso di prodotti diversi da questo fa lievitare i prezzi di altri materiali. Anche da qui si capisce che la diplomazia ha fallito”.

Egli ringrazia poi il Catholic Relief Service, la Caritas dei vescovi statunitensi, che ha realizzato nella Striscia oltre 250 case in legno per chi ne ha bisogno. Il sacerdote ricorda che più dell’80% dei gazawi vive sotto la soglia di povertà e che il 34% dei bambini soffre di anemia. “Nel 2015 – aggiunge Abusahlia a proposito dell’impegno di Caritas Jerusalem – siamo intervenuti con un milione di euro donati da Caritas Internationalis e quest’anno siamo impegnati in un progetto di 410mila euro per la nutrizione di bambini da 5 ai 15 anni”.

“La situazione è drammatica – ripete padre Abusahlia – la gente è triste, segnata da guerre continue di cui paga un prezzo altissimo. Non si possono costringere 1,5 milioni di persone dentro una gabbia. Gaza è una prigione a cielo aperto da quando, nel 2007, Israele ha imposto il blocco”.

Guarda con sfiducia al futuro il sacerdote. Afferma che Hamas si sta dotando di sempre nuovi armamenti di ignota provenienza, mentre il ministro della Difesa israeliano, il nazionalista Avigdor Liebermann, “ha dichiarato che la prossima guerra dovrà essere quella decisiva, l’ultima che servirà a sconfiggere Hamas. Ma così facendo – dice preoccupato padre Raed – spazzerà via anche Gaza e la sua popolazione”.

Una nuova guerra per i cittadini di Gaza è considerata più che un’eventualità. Abusahlia dice che “non tarderà ad arrivare, è già scritta: basta solo una piccola scintilla al confine per accendere l’incendio”. Per questo chi può fugge, come molti cristiani. “In occasione delle ultime festività pasquali – rivela il sacerdote – Israele ha concesso un permesso per uscire dalla Striscia al 95% della popolazione cristiana. Di questi molti non hanno fatto rientro preferendo restare in Cisgiordania, a Betlemme, a Ramallah. Si stima che almeno 50 famiglie non siano rientrate. A Gaza hanno lasciato tutto quello che avevano. Prima della guerra del 2014 i cristiani di Gaza erano 310 famiglie (poco più di 1300 fedeli) e il 34% di queste non aveva una fonte di reddito. Oggi sono circa 1100”.

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