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Padre Anton Luli con Giovanni Paolo II

Due volti della Misericordia: i gesuiti Felice M. Cappello e Anton Luli

Uno curava le anime in confessionale, l’altro testimoniava Cristo nell’Albania perseguitata dal comunismo

A pochi giorni dalla chiusura dell’Anno Giubilare della Misericordia, ieri, venerdì 11 novembre, nella chiesa di Sant’Ignazio al Campo Marzio, si è svolta una solenne celebrazione in ricordo di padre Felice Maria Cappello, che dal 1922 al 1962 è stato il “confessore di Roma”, e di padre Anton Luli, gesuita “già dato per martire” il quale, dopo più di 20 anni di torture e lavori forzati, ha testimoniato sempre grande misericordia soprattutto nel ministero della riconciliazione.

L’evento è stato celebrato in occasione della Messa di Guarigione dei Malati, che si tiene in S. Ignazio ogni secondo venerdì del mese, con una presentazione di Andrea Sarubbi e la testimonianza di padre Lello Lanzilli SJ, che, nei suoi 20 anni di missione nell’Albania postcomunista ha potuto vivere a lungo con padre Luli a Tirana.

Due volti della Misericordia che meritano una breve presentazione a risvegliare la memoria presso i fedeli romani.

Di padre Anton Luli ha già ben tratteggiato la vicenda il quotidiano Avvenire  il 28 ottobre nella pagina Agorà. Un ricordo quanto mai opportuno, perché del gesuita albanese esce una breve biografia proprio in concomitanza con la beatificazione dei 38 martiri del Comunismo albanese avvenuta il 5 novembre nella cattedrale di Scutari, (“P. Anton Luli – Soffrire con Cristo nell’Albania comunista, Ed. Velar  2016).

È lo stesso mons. Angelo Massafra, metropolita di Scutari e presidente della Conferenza Episcopale albanese, a collegare la figura di Luli con la beatificazione dei 38 martiri, ricordando che “pur non avendo ricevuto ‘il dono del martirio’ nell’accezione classica del termine, egli subì a più riprese il carcere più duro, torture di vario genere, umiliazioni. Vi si sottopose non solo perché costretto dalla forza, ma intendendo viverle “come partecipazione alle stesse sofferenze di Gesù nella passione”. Nella seconda parte della sua prigionia finì per autoaccusarsi di aver battezzato un pronipote pur di scagionare nonna del bambino, arrestata insieme a lui per lo stesso motivo, risparmiandole così la condanna a morte”.

“Quando il duro regime comunista iniziò a stemperarsi e finalmente gli concesse la libertà, padre Luli comprese che anche quel periodo, che il Signore gli donava di vivere ancora (aveva 79 anni quando fu liberato, morì a 88) poteva essere l’occasione preziosa per testimoniare la sua fedeltà al Signore misericordioso di fronte al mondo intero. In questa luce diventa emblematico il perdono dato al suo torturatore.

Questi, il giorno che si incontrarono per strada, al vederlo poco lontano, voleva deviare. Padre Luli gli corse incontro, lo fermò e lo abbracciò in segno di perdono. Con questo spirito visse il resto dei suoi anni senza mai mostrare rancore verso nessuno, perché diceva che la presenza di Gesù sperimentata in vari momenti, mentre era sotto le torture, gli aveva trasmesso un amore nuovo per tutta la sua gente. Il suo incontro definitivo con il Signore avvenne il 9 marzo 1998. Il suo ricordo  è in benedizione”.

Anche di padre Felice M. Cappello è appena stata pubblicata una breve biografia, “P. Felice Maria Cappello – il Gesuita della misericordia”  scritta dal padre Francesco Occhetta SJ. Ne ha stilato la prefazione di mons. Gianrico Ruzza, che delinea la figura di uno che a un tempo è stato uomo di preghiera e di azione, cattedratico alla Gregoriana e fedelissimo al confessionale, canonista di fama internazionale e amatissimo dai suoi molti penitenti.

“Il percorso che ha condotto il giovane Felice Cappello a consacrarsi nel sacerdozio per poi porre la sua vita al ser­vizio del carisma ignaziano nella Compagnia di Gesù è af­fascinante e mostra la fantasia di Dio, che lo ha plasmato attraverso la storia familiare e le personali sofferenze. Era­no anni difficili, quelli tra il 1920 e il 1962, che sono gli anni trascorsi dal P. Cappello a Roma. Anni tra le due guerre mondiali, la drammaticità della seconda Guerra mondiale e la fatica della ricostruzio­ne. E mentre la Chiesa si preparava a celebrare il Concilio Vaticano II, padre Felice Cappello viveva nel centro di Ro­ma e dal cuore della città sapeva raggiungere i cuori più lontani. Alla conclusione del suo pellegrinaggio terreno era da tutti conosciuto come “il confessore di Roma”.

Quest’uomo ha anticipato una sensibilità spirituale e pastorale per la quale ogni uomo ed ogni donna bisognosi di perdono sono una vera “periferia esistenziale”. Ma ri­salta anche come egli abbia contribuito a ricostruire il tes­suto ecclesiale e sociale del suo tempo attraverso il sacrifi­cio di sé, la preparazione rigorosa, l’ascolto e la confes­sione sacramentale. Le  molte testimonianze su di lui ci fanno scoprire un piccolo gigan­te! La sua vita continua a lasciare una traccia di devozio­ne profonda e silenziosa nelle persone che lo hanno in­contrato e ancora oggi sostano presso il suo confessiona­le. Per me, che l’ho conosciuto attraverso il racconto com­mosso dei suoi penitenti, è stata un’occasione per esalta­re ancora una volta il dono e la responsabilità di essere pa­stori nella Chiesa di Dio, alla sequela del Buon Pastore”.

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Per ogni approfondimento: www.velar.it

 

 

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