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Dio a modo mio

Un’inchiesta sulla religiosità giovanile su “La Civiltà Cattolica” mostra come il Papa sia modello di riferimento per una fede autentica ed essenziale

Acuto, intelligente, originale, il saggio di Padre Gian Paolo Salvini pubblicato su ‘La Civiltà Cattolica’ (quaderno 3985 9 luglio 2016). Padre Salvini fa riferimento alle ricerche e agli studi Sulla religiosità giovanile, in particolare “Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia”, a cura di R. Bichi – P. Bignardi, Milano, (Vita e Pensiero, 2016) e “I giovani di fronte al futuro e alla vita, con e senza fede”, il rapporto dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.

Lo studio “Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia” si basa su 150 interviste a giovani di tutta l’Italia, divisi tra grandi e piccoli centri, tutti compresi in due fasce di età ben precise: 76 (metà uomini e metà donne) tra i 19-21 anni, cioè nell’età in cui si è determinato per quasi tutti un certo distacco dalla pratica religiosa e dalla Chiesa, e circa altrettanti (74)  compresi tra i 27-29 anni, cioè in un’età nella quale un certo per corso religioso si è generalmente definito o in forma di riavvicinamento o in forma di distacco dalla fede.

Tutti gli intervistati erano stati scelti fra battezzati, in modo che fosse più omogeneo se non il percorso, almeno il punto di partenza religioso nelle rispettive famiglie di origine.

Secondo l’Istituto Toniolo, nel 2013 i giovani che si proclamano credenti nella religione cattolica sono il 55,9%, mentre si dichiara ateo il 15,2% dei giovani e agnostico il 7,8%.

Il 10% afferma di credere in un’entità superiore, ma senza fare riferimento a una divinità specifica. Solo il 15,4% dei giovani dice di partecipare a un rito religioso ogni settimana. Anche tra coloro che si dichiarano cattolici soltanto il 24,1% è un praticante settimanale.

Inquietante è il fatto che, l’anno successivo, la percentuale di coloro che si dichiarano cattolici, è diminuita di 3,4 punti percentuali, scendendo al 52,5%. Anche altri dati confermano questo continuo calo dei giovani che vanno a Messa la domenica. L’atteggiamento nei confronti della Chiesa rimane critico.

Il voto medio dato alla Chiesa su una scala da 1 a 10 è di 4,0 (4,2 per gli uomini, 3,8 per le donne).

A proposito di questi e altri studi ha scritto Padre Salvini:

“Colpisce anzitutto il fatto che i giovani in maggioranza vivono la loro fede in modo molto problematico, più con riserve e distacco che con interesse e adesione. Valutano la loro storia religiosa con molto disincanto e sono assai critici nel relazionarsi con la Chiesa come istituzione.

Le interviste, prolungate e attente, impediscono delle conclusioni affrettate. «Non è un caso che, nel travagliato rapporto con la Chiesa come istituzione, emerga con forza la figura di Papa Francesco, a cui i giovani guardano come modello di riferimento per una fede autentica, semplice ed essenziale e come figura in grado di promuovere un cambiamento radicale nel linguaggio e nella vita della Chiesa».

Verrebbe da dire che i giovani hanno con la fede un rapporto che la fa considerare un aspetto marginale o comunque non in grado di incidere sulle loro scelte e sugli orientamenti della loro vita.

Ma questo non significa che i giovani non abbiano più fede.

«È una generazione alle prese con una nuova forma di ateismo, non più ideologico, ma esistenziale», eppure la fede appare come una dimensione tutt’altro che estranea. I giovani non si ritrovano più con la fede dell’infanzia, che però non è cresciuta con loro.

Occorre capire come mai la crescita non sia stata accompagnata da quella della fede con altrettanto impegno, in modo proporzionato alle varie età. È mancata l’arte dell’accompagnamento.

Ciò di cui, nel loro racconto, i giovani lamentano la carenza è la vicinanza di testimoni, cioè di persone di qualità che li avessero accompagnati nel cammino e nella crescita.

Sono le persone incontrate che fanno la differenza, purché abbiano rappresentato modelli cui ispirarsi.

Oltre che figure di riferimento credibili, sembra mancare ai giovani la dimensione comunitaria della fede. In parte questo accade perché ci si adegua a un sentire ampiamente veicolato dalla pubblicistica e dalla cultura mediale in cui essi sono immersi.

L’impressione che si ricava è che essi non percepiscano più la Chiesa come un ambiente accogliente e interessante. «Non sono i giovani che si sono allontanati dalla Chiesa, ma è la Chiesa che non ha del tutto mantenuto fede alle promesse, non riuscendo di fatto a rimanere al passo con i cambiamenti e con le nuove sfide che rapidamente si sono susseguite».

I giovani riflettono indubbiamente la cultura individualistica del nostro tempo, e questo vale anche per la fede, che diventa un fatto soggettivo e in parte evanescente. Ma proprio per questo si evidenzia la domanda di ancoraggi forti e di riferimenti significativi che rendano più solida l’esperienza religiosa.

Probabilmente è necessario ricreare un reticolato di comunità nelle quali ciascuno si ponga al servizio degli altri, ritrovando nelle comunità parrocchiali, «in quanto luogo primario della convergenza eucaristica», la realtà della sintesi.

Una prima osservazione è che molti giovani sembrano essere dei «cattolici anonimi», che nutrono cioè una fede che vuole restare entro la tradizione cristiana solo per quel tanto che serve, ma senza assumere obblighi o impegni. Però, in momenti di crisi, essi riattivano un contatto con la tradizione cristiana, rimasta finora latente.

Ma ciò avviene secondo modalità decise dall’individuo. I contenuti, come pure le pratiche, i valori e le regole, vengono decisi dal singolo, che attinge alla tradizione prendendo ciò che gli è utile, lasciando ciò che sente lontano o estraneo.

«Ognuno si costruisce in questo modo la propria fede e il proprio cattolicesimo, dentro una tradizione di fede ufficiale che gli serve come contenitore, ma con la quale non si identifica».

Questa è una caratteristica che appare molto diffusa nelle interviste.

La fede non segue più un processo lineare secondo l’età e lo sviluppo della persona, ma assume il modello di una curva a «U», che conosce un momento di forte socializzazione nell’infanzia, per vivere poi momenti di latenza alternati a momenti di ritorno, fino ad esiti possibili di maturazione.

Ma il modello lineare, oggi in crisi, è proprio quello su cui la Chiesa ha investito molte energie e ha sviluppato i suoi percorsi pedagogici. A un momento di forte esperienza religiosa pare segua sempre — secondo i giovani intervistati — un momento di distacco critico e di rimessa in discussione.

Questo fa parte di un cammino di affezione alla propria identità, che chiede di decostruire e ricostruire tutto ciò che ha appreso dalla tradizione.

Lo esprime bene una ragazza, che dichiara: «Io mi sento di vivere la mia fede come piace a me, nel senso che io sono assolutamente certa che non sia necessario andare in chiesa tutte le domeniche per credere, è necessario il pensiero di un minuto e mezzo nella giornata, mi basta il pensiero. Mi capita di andare in chiesa a delle ore in cui non c’è nessuno”.

Nelle osservazioni conclusive, ha scritto Padre Salvini: “I giovani non conoscono più l’alternativa Cristo sì, Chiesa no, che era di moda alcuni decenni fa. Non sono più in fase di opposizione, ma di distacco dalla Chiesa. Vanno ricreate le relazioni all’interno della comunità cristiana, pensando, come suggerisce Paola Bignardi, a un’educazione cristiana che avvenga in età e in luoghi diversi dagli attuali e che sappia partire dall’ascolto delle domande dei giovani”

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