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"Amoris Laetitia" / ZENIT - HSM, CC BY-NC-SA

Critiche all’Amoris Laetitia? Risponde il cardinale Coccopalmerio

In un’articolo pubblicato dal mensile “Frammenti di Pace”, il cardinale Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi analizza il capitolo 8 dell’esortazione postsinodale

L’Amoris Laetitia è l’esortazione post sinodale in cui si riportano le conclusioni dei due Sinodi sulla Famiglia che si sono svolti nel 2014 e nel 2015. Nonostante l’evidente intenzione di portare sollievo, proteggere e incoraggiare le famiglie, l’esortazione pontifica ha suscitato un vivace dibattito soprattutto all’interno del mondo curiale ed ecclesiale.

A differenza dell’enciclica Laudato Si’ che ha suscitato un interesse significativo e maggioritario fuori dagli ambiti ecclesiali, l’Amoris Laetitia sembra aver attirato attenzione ma anche paure e critiche da parte di legislatori in ambito ecclesiale. Molto irritati sono sembrati alcuni gruppi di moralisti, che si rifanno ad un’applicazione rigida del Magistero, come se l’Amoris Laetitia andasse a toccare i fondamenti della Dottrina cattolica.

All’inizio dell’Amoris Laetitia, papa Francesco ha scritto “desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” e, seppure da cardinale Bergoglio avesse dato esempio duraturo di applicazione seria e rigorosa della dottrina, alcuni porporati hanno espresso critiche durissime contro quelle che sono state indicate come intenzioni del Pontefice, in particolare sulla controversa questione della comunione ai divorziati risposati.

La questione è complessa e annosa, il dibattito di fondo fa riferimento al rapporto tra dottrina e pastorale, tra legge e misericordia. Per evitare interpretazioni arbitrarie, per cercare di spiegare bene il senso e il significato dei contenuti dell’esortazione post sinodale, per dissolvere i dubbi circa il capitolo 8, quello più controverso dell’Amoris Laetitia, il cardinale Coccopalmerio ha scritto e pubblicato un lungo e dettagliato articolo sulla rivista Frammenti di Pace.

Ne riportiamo la parte conclusiva intitolata L’ermenutica della Persona in Papa Francesco.

“A me pare –ha scritto il porporato – che ancora una volta si affermi l’ermeneutica della persona propria di Papa Francesco. Questa volta nell’aspetto della non esclusione di nessuno. E ciò perché la persona, quindi ogni persona e in ogni condizione si trovi, è un valore in sé, nonostante possa avere elementi di negatività morale. Il Pontefice ribadisce la non esclusione in molte occasioni e in molte forme.

Cosa significa ermeneutica della persona? Ermeneutica – come sappiamo – significa strumento di conoscenza e, perciò, modo di pensare, di valutare la realtà, di interpretare il mondo. Questa ermeneutica, in Papa Francesco, è la persona. In altre parole, Papa Francesco valuta la realtà attraverso la persona o, ancora, mette innanzi la persona e così valuta la realtà. Quello che conta è la persona, il resto viene di logica conseguenza.

E la persona è un valore in sé, a prescindere per tale motivo dalle sue peculiarità strutturali o dalla sua condizione morale.

Una persona può essere bella o non bella, intelligente o non intelligente, istruita o ignorante, giovane o anziana, queste peculiarità strutturali non hanno rilevanza: ogni persona, infatti, è un valore in sé, quindi è importante, quindi è amabile.

Una persona può essere buona o non buona, anche questo non conta, e soprattutto questo non conta: ogni persona, anche non buona, è un valore in sé, quindi è importante, quindi è amabile.

Da qui discende un principio che è elemento fondamentale nella vita di Papa Francesco: la sua contrarietà a ogni forma di emarginazione delle persone. Lo ripete continuamente. Nessuna emarginazione per nessuna persona.

Il riferimento a Gesù è spontaneo, specie a due parabole, che sono nel Vangelo di Luca: la parabola del pastore che va in cerca della centesima pecora che si è smarrita (nessuna emarginazione per questa poveretta) (cfr Luca 15, 1-7) e la parabola del figlio che ritorna a casa (nessuna emarginazione per questo poveretto) (cfr Luca 15, 11-32).

L’amore di Gesù e del Padre, che è uguale a quello del pastore e a quello del Padre delle due parabole, è tale che Gesù e il Padre ritengono così importanti le singole persone che – notiamolo bene – non solo le beneficano, ma soprattutto ne hanno bisogno, non possono stare senza alcuna di loro, per cui si sentono rivivere quando ritrovano la smarrita o quando il figlio ritorna.

Così – mi pare – è l’animo, è lo stile di Papa Francesco, è – in altre parole e per ritornare al discorso iniziale – la sua ermeneutica della persona.

Certo è che, praticando questo amore, Papa Francesco va incontro ai noti rischi del pastore della pecora perduta e del Padre del figlio che ritorna. Il pastore può ferirsi, il padre può subire, cosa anche dolorosa forse più di una ferita, la contestazione del figlio maggiore, il quale non si capisce perché il Padre accolga con amore il figlio peccatore.

Fuori dell’immagine, peraltro vivissima, anche Papa Francesco ha esperito ed esperisce ferite e incomprensioni per la sua ermeneutica della persona. In altre parole, se il pastore cerca la pecora smarrita, cioè la persona del peccatore, se il padre riaccoglie il figlio, cioè la persona che ha peccato, se il Papa accoglie il peccatore, se il Papa non emargina chi sbaglia, non va questo atteggiamento a scapito della integrità della dottrina? Deve prevalere la purezza della dottrina o l’amore e l’accoglienza del peccatore? Accogliendo il peccatore, giustifico il comportamento e sconfesso la dottrina?

Certamente no, come ci pare di aver dimostrato in casi particolari nelle pagine precedenti. Però notiamo che il Papa stesso si fa interprete e si fa carico della particolare sensibilità o della aliquale ansia di alcuni pastori e lo fa con queste parole già citate nelle pagine precedenti:

“Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo a nessuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (Evangelii gaudium, 45)” (n. 308).

Ecco riespressa l’ermeneutica della persona.

La quale ermeneutica non resta in Papa Francesco qualcosa di solo teorico, ma si traduce in sentimenti, che sono di compassione e di tenerezza. Il Papa torna spesso su questo tema della tenerezza specie nei confronti di chi soffre.

Non voglio ora usare parole mie. Uso quelle di Francesco nell’ Angelus domenicale, del 15 febbraio 2015, una vera, piccola perla. Ascoltiamo:

“In queste domeniche l’evangelista Marco ci sta raccontando l’azione di Gesù contro ogni specie di male, a benefìcio dei sofferenti nel corpo e nello spirito: indemoniati, ammalati, peccatori… Nel Vangelo di oggi (cfr Mc 1,40-45)… Gesù reagisce con un atteggiamento profondo del suo animo: la compassione. E “compassione” è una parola molto profonda: compassione significa “patire-con-l’altro”.

Il cuore di Cristo manifesta la compassione paterna di Dio per quell’uomo, avvicinandosi a lui e toccandolo. E questo particolare è molto importante. Gesù «tese la mano, lo toccò… e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato» (v. 41)… A noi, oggi, il Vangelo della guarigione del lebbroso dice che, se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, siamo chiamati a diventare, uniti a Lui, strumenti del suo amore misericordio­so, superando ogni tipo di emarginazione”.

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