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Cambiare sesso ai bambini? “Pericoloso esperimento di ingegneria sociale”

La dott.ssa Atzori interviene sul caso scoppiato in Gran Bretagna: “Non è scienza, ma sovrastruttura ideologica che pretende di creare una società unisex partendo dall’infanzia”

La Gran Bretagna è all’avanguardia. Sicuramente lo è nel campo della “ingegneria sociale” ai danni dei bambini di otto anni. È con questo termine che la dott.ssa Chiara Atzori, infettivologa all’ospedale “Sacco” di Milano, autrice del libro “Gendercrazia nuova utopia. Uomo e donna al bivio tra relazione o disintegrazione” (ed. Sugarco, 2015), commenta il fatto che il Servizio sanitario britannico abbia speso in soli nove mesi del 2015 la cifra di 2,6milioni di sterline per somministrare farmaci che bloccano la pubertà a oltre mille bambini.

Sulla base di una diagnosi psicologica, i medici britannici pretendono di rilevare un disturbo dell’identità sessuale e di risolverlo arrestando la crescita dei tratti fisici identitari della sessualità nei bambini. “Con un atto di congelamento chimico del naturale sviluppo puberale – spiega a ZENIT la Atzori – si ha la pretesa di affrontare il complesso tema dell’identità di ogni essere vivente, che come ci ricorda il premio Nobel per la medicina Eric Kandel, è il risultato ‘già e non ancora’ di inestricabili interazioni tra ciò che è biologico e la relazione con l’ambiente esterno”.

Del resto – ricorda la Atzori – “il processo di progressiva consapevolezza di appartenere al proprio sesso è esposto alla vulnerabilità, sia biologica che psichica e culturale, e ciò già prima della nascita”. Vulnerabilità dovuta a numerosi fattori: dallo stress materno durante la gravidanza alle esperienze relazionali nei primi tre anni di vita, nei quali il bambino, “che sia maschio o femmina”, si confronta “in una dinamica di  identificazione e disidentificazione con una figura femminile primaria (la madre) e maschile (il padre)”. E “l’attuale fragilità dei legami familiari – osserva la Atzori – dovrebbe preoccupare rispetto agli effetti sull’identità in formazione dei bambini”. Alla luce di “questo complesso intreccio di fattori”, la Atzori ritiene “francamente controversa” l’iniziativa britannica.

La quale per altro affonda le proprie radici in un fallimento avvenuto in passato negli Stati Uniti. “È purtroppo poco noto al grande pubblico – spiega l’infettivologa – che la famosa ‘Gender clinic’ americana, pioniera del campo, afferente all’Università ‘John Hopkins’ di Baltimora, è stata chiusa dopo un’accurata revisione della casistica dei soggetti adulti con ‘disforia di genere’ trattati, per l’evidenza di elevata percentuale di disturbi mentali, suicidi e comunque insoddisfazione seguita a un iniziale desiderio di ‘cambiare sesso’”. Un’esperienza preoccupante, che dovrebbe suggerire almeno un “principio di precauzione” nel momento in cui la questione riguarda i bambini.

La Atzori ritiene tuttavia che il buon senso venga intralciato dal dilagare dell’ideologia gender, che “sta portando ad una rinegoziazione non scientifica ma filosofica e politica dei disturbi dell’identità sessuale”. Questa posizione sostiene che la non conformità di genere non è in sé una patologia, ma una normale variante della soggettività umana da assecondare. “In quest’ottica l’uso degli ormoni è puramente strumentale”, rileva la Atzori. Che spiega quindi che è qui che si inserisce “la proposta di ‘congelare’ addirittura in soggetti pediatrici  la natura  (lo sviluppo puberale) per favorire il desiderio, come se il desiderio abitasse un contenitore astratto e neutrale e non emanasse piuttosto da un soggetto immerso in una realtà relazionale familiare ed educativa”.

E aggiunge: “Personalmente ritengo questa posizione antiecologica, innaturale, oggettivamente pericolosa, quasi  un esperimento di ingegneria sociale di stampo biomedico”. A tal proposito sottolinea che “la clinica Tavistock ha una nota inclinazione pluridecennale ad effettuare questo tipo di esperimenti ammantati di ‘scientificità’”.

I rischi investono anche il profilo puramente medico. Così afferma la Atzori: “Gli effetti della somministrazione di questi farmaci, possono essere l’alterazione della densità ossea, senso di debolezza, deficit della forza muscolare, vampate di calore, irritabilità, depressione. Tra l’altro si tratta di iniezioni che vanno somministrate intramuscolo con particolari accorgimenti”.

L’impennata del numero di casi diagnosticati è secondo la Atzori “quantomeno sospetta”, e “sembra segnalare la spinta ad assecondare una moda, quella della autodeterminazione dell’identità sessuata, estendendola ai soggetti pediatrici, quasi a validare le pretese di alcune potenti lobby pro-gender”.

Gli esperti della disforia di genere infantile – commenta la Atzori – “ci ricordano nella letteratura scientifica come simili problemi possano risolversi spontaneamente proprio con la maturazione dei caratteri sessuali, talvolta allentando l’attenzione esasperata sulle manifestazioni di ‘non conformità di genere’ dei piccoli pazienti, o con adeguata psicoterapia sistemica”.

La Atzori lancia allora un allarme. “Urge un momento di seria autocritica e di responsabilità da parte del mondo clinico, medico e biologico, per affrontare con realismo, scrollandosi di dosso le pressioni politiche e dell’attivismo militante, il tema fondante della identità sessuale e di genere”. Senza far pagare ai bambini “lo scotto delle nostre sovrastrutture ideologiche a pretesa unisex o pansessuale di stampo gender”.

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