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Alle Olimpiadi campagna contro la tratta e lo sfruttamento delle persone

La rete brasiliana delle religiose contro la tratta di persone “Um grito pela vida” mette nuovamente in campo la campagna “Gioca a favore della vita”.

Come riportato anche dall’Osservatore Romano, “due anni fa, in occasione dei campionati mondiali di calcio contribuì in modo determinante (+42 per cento di denunce) a far emergere i casi di sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti e di situazioni di tratta di persone. Oggi alle Olimpiadi di Rio de Janeiro la rete brasiliana delle religiose contro la tratta di persone “Um grito pela vida” mette nuovamente in campo la campagna “Gioca a favore della vita”.

Hanno scritto i promotori della campagna sul loro sito, che “lo sport e i giochi olimpici incoraggiano il tifo per i nostri atleti, ma il nostro più grande  obbiettivo è la prevenzione contro il traffico di esseri umani e dello sfruttamento sessuale.

In occasione di un mega evento come le Olimpiadi, dobbiamo rafforzare il nostro agire, con le nostre azioni, insieme a molte altre iniziative che sono in corso, contribuiremo a ridurre al minimo il rischio della violazione dei diritti e soprattutto il numero delle vittime.  Lavoriamo per la pace, lo sport e la consapevolezza!”.

“Un grido per la vita” è lo stesso slogan del 2014. Suor Alves de Oliveira, coordinatrice della campagna ha detto all’Osservatore Romano: “Se la società e le istituzioni non sono attente, le situazioni di degrado come la violenza sessuale e il lavoro minorile, tendono ad aumentare”.

La campagna, è sostenuta anche da Talitha Kum, la rete internazionale degli organismi religiosi contro la tratta di persone, e dall’Unione internazionale delle superiore generali, mira a informare e responsabilizzare i cittadini, la stampa e le agenzie di viaggio su un fenomeno che può essere prevenuto e contrastato.

Suor Alves de Oliveira ha precisato che l’obiettivo, è quello di fare di Rio 2016 “uno spazio propositivo, che promuova la cittadinanza, la cura della vita e la denuncia della tratta di persone e di ogni forma di sfruttamento e violazione dei diritti umani, dando alla popolazione strumenti affinché possa reagire e denunciare ogni forma di mercificazione e banalizzazione della vita”.

Si tratta, ha aggiunto a l’Osservatore Romano di “prendere posizione contro le forze di morte” e di “affermare il nostro impegno a favore della vita” in particolare di coloro “i cui diritti sono violati e vivono sottomessi dal giogo della schiavitù contemporanea: la tratta di persone, definita da Papa Francesco ‘una piaga nel corpo dell’umanità'”.
La campagna antitratta, è realizzata da ventisei gruppi del network presenti in ventidue Stati brasiliani, e chiede alle persone di denunciare ad un numero telefonico e alle autorità di essere più celeri nell’attività di investigazione e nei processi ai responsabili di questi crimini.

La campagna è stata realizzata attraverso mezzi di comunicazione e social media, azioni di strada, volantinaggi a Rio de Janeiro e Manaus. Ma anche con attività di tipo educativo rivolte soprattutto ai giovani e agli adolescenti, che sono i gruppi principali a rischio di tratta.

Suor Gabriella Bottani, coordinatrice di Talitha Kum , ha detto a L’Osservatore Romano “Ci obiettano che non dovremmo associare lo sport a sfruttamento e tratta. Sappiamo che molti progetti sportivi anche in regioni remote sono di aiuto per il recupero di adolescenti in situazioni di vulnerabilità, ma sappiamo anche che grandi eventi portano con sé rischi: atti vandalici o realtà di aumentato sfruttamento, prima per la realizzazione delle infrastrutture e dei servizi necessari, poi per lo sfruttamento sessuale”.

L’iniziativa ha visto l’adesione di non diverse Chiese, non solo la Chiesa cattolica, un lavoro di stampo ecumenico ma anche di collaborazione con le organizzazioni governative preposte a un lavoro contro la tratta.

Padre Mario Geremia, missionario scalabriniano responsabile per il nucleo della rete antitratta della vita consacrata a Rio de Janeiro, ha affermato che la campagna è anche “un gesto profetico” perché “con questa si denunciano non solo le conseguenze della tratta ma le cause, un sistema ingiusto che concentra le ricchezze ed esclude le persone, promuove sogni di consumo” ma “non offre le condizioni per realizzarli”.

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