Dona Adesso

22 modi per stare bene

Scritto da don José Pedro Manglano

MADRID, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Esistono 22 modi di sentirsi bene. Nel suo nuovo libro, lo scrittore e sacerdote spagnolo José Pedro Manglano li elenca e li spiega seguendo il filo di un centinaio di personaggi della letteratura universale.

Il volume dal titolo “22 maneras de caerse bien. Actitudes para conquistar la felicidad” (“22 modi per stare bene. Atteggiamenti per conquistare la felicità”), delle edizioni Planeta, intende creare “esperti in umanità”.

José Pedro Manglano (www.manglano.org) ha confessato a ZENIT che anche se sa che “la felicità piena non è possibile in questa vita terrena”, si ritiene felice, e che vorrebbe comunicare “il gusto per la vita”.

“Sono d’accordo con gli slogan che esortano ad approfittare della vita e a goderla ‘al massimo’ – ha osservato –. Non concordo quando si propone di farlo con l’evasione e l’anonimato, chiudendosi gli occhi e tirando avanti”.

“Vivere la vita come contrapposizione a sprecarla, o al rassegnato andare avanti, presuppone stare bene, accettarsi e amarsi. Scoprire il privilegio di vivere come un dono positivo mi sembra una cosa fondamentale; ma non la vita in astratto, quanto la vita concreta, con le mie determinazioni concrete”, ha aggiunto.

Per accettarsi e stare bene c’è una verità nascosta e precedente, ha rivelato il sacerdote: “Il senso della vita lo ricevo, non me lo do da solo. Il perché della mia esistenza mi viene da fuori”.

Secondo Manglano, “non ci piace affatto accettare questo punto di partenza, perché presuppone il fatto di rinunciare all’autonomia assoluta che è come il sogno che ci viene alimentato dalla cultura attuale”.

Molti importanti pensatori del nostro tempo, ha spiegato, riconoscono che i nostri problemi hanno la loro base nel fatto di aver dimenticato la persona: “E’ scomparsa dalla mappa, assorbita dall’individuo o dalla collettività”, che “non sanno amare né realizzare una vita umana”.

Per questo motivo, Giovanni Paolo II ha sottolineato che l’evangelizzazione doveva cominciare dal fatto che noi cristiani fossimo “esperti in umanità”.

“Il fine dell’esistenza non è far sì che sia indolore, ma realizzare i privilegi che mi sono stati affidati”, spiega l’autore. “L’uomo è fatto per essere un eroe. Senza eroismo, la vita non ha valore”.

L’eroismo di cui parla Manglano è quello di “far sì che nella vita personale e nella vita generata nei miei ambiti di influenza il bene vinca sul male, la bellezza sul brutto, l’amore sull’odio… questo combattimento epico nella mia realtà concreta fa sì che ciascuno realizzi la miglior vita possibile”.

Il libro presenta molti aspetti dell’antropologia cristiana che “postula la libertà, non come punto di partenza, ma come conquista, in primo luogo lottando contro tutte le energie negative che nascono dal cuore dell’uomo schiavizzandolo. Per questo, il dominio di sé è fondamentale”.

“Forse è questo il grande oblio pratico nella nostra civiltà: abbiamo bisogno dello sforzo di superarci, della tensione dell’impegno, della grandezza della rettificazione, della stanchezza della conquista, della violenza del dominio…”.

“La sofferenza non è la bestia nera dell’esistenza; la crescita, la purificazione e la realizzazione fedele della propria vita richiedono molte volte di assumere la sofferenza. Negarlo impedisce di essere capace di amare e di ‘stare bene’”, ha aggiunto.

“So che il segreto della felicità è legato alla persona di Gesù Cristo, vivo e attivo, intimo conoscitore dell’uomo e di ciascuno”.

“Visto che non tutti condividono la fede, tuttavia, e mi piacerebbe che il suo messaggio arrivasse a tutti, in questo libro opto per muovermi esclusivamente a livello filosofico, e molto vicino a narrazioni della letteratura contemporanea, per poterlo condividere con tutti”, ha sottolineato.

I quattro pilastri antropologici che l’autore propone per riuscire a stare bene sono l’apertura, la riconoscenza, il rispetto e la ribellione.

“La vita è formidabile, e dobbiamo resistere, da un lato, al lasciarci prostrare dalle brutte esperienze, e dall’altro a lasciarci convincere dalla cultura dominante che siamo massa”, ha concluso.

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