Mons. Francesco Follo - Foto © Servizio Fotografico-L'Osservatore Romano

Mons. Follo: Seguire Cristo: conversione, comunione e missione

III Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 26 gennaio 2020

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Rito Romano

Is 8,23b – 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23

Gesù, Luce del mondo

 

Rito Ambrosiano – Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Sir 7, 27-30. 32-36; Sal 127; Col 3, 12-21; Lc 2, 22-33

 

 

1) Seguire Cristo è la prima conversione.

Il punto centrale del vangelo di oggi è chiaro: seguire Gesù Cristo, che chiama alla comunione con lui.

In effetti, dopo aver annunciato il regno e la conversione, la prima cosa che il Redentore del mondo fa è quella di mostrarci come si realizza il regno di Dio. La modalità principale di questa realizzazione del regno di Dio è seguire Gesù Cristo, perché seguendo lui diventiamo ciò che siamo: figli nel e con Figlio. Facendo il cammino del Figlio, realizziamo pienamente la nostra verità di figli.  Ed è proprio nel camminare  di Cristo davanti a noi e nel nostro andargli dietro, magari seguendolo a tentoni e sbagliando, che nasce l’uomo nuovo.

Va tenuto presente che questo cammino di conversione esige non solo una “conversione morale”, che implica un cambiamento di vita. Esso esige  una “conversione intellettuale”, che implica un cambiamento nel modo di pensare e di sentire. Esige, infine, una “conversione esistenziale”, che implica vivere della presenza di Cristo, seguito con amorosa fiducia  e totale abbandono.

Dunque la conversione non è  riducibile ad un piccolo aggiustamento del nostro cammino, ma è una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale, intellettuale ed esistenziale.

E’ seguendo il Figlio di Dio che la fede diventa realtà, diventa rapporto personale con Lui. Questa relazione non è solo rapporto di amicizia ma di prassi: lo seguiamo, facciamo lo stesso cammino e diventiamo figli in Lui. E’ proprio nel seguire Gesù che si realizza tutto. Seguire Gesù, però, non è un’iniziativa nostra. Lo seguiamo perché chiamati. Il seguire è la nostra risposta alla sua proposta di convertirci, di credere a Lui, di vivere in relazione con Lui e di vivere come Lui, seguendolo

 

 

  • La vocazione alla conversione.

Nel brano di oggi l’Evangelista e Apostolo Matteo ci narra che Gesù lasciò Nazareth, dove nel nascondimento aveva vissuto una vita quotidiana così normale che nessuno dei suoi compaesani[1] avevano visto in Lui qualcuno di eccezionale, e andò a Cafarnao per portare la luce di Dio. Andò in un luogo, dove c’era una grande mescolanza di ebrei e di altri popoli e per questo era chiamato dai Giudei “Galilea delle genti”, ossia “provincia dei pagani”.

La logica umana si sarebbe aspettata che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme[2], ed eccolo invece partire da una regione periferica, la Galilea, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dal paganesimo. Ma proprio ciò che costituisce una sorpresa è per San Matteo il compimento di un’antica profezia e il segno rivelatore di Gesù: il Messia universale che frantuma ogni forma di particolarismo.

Gesù incominciò da questa “apparente” periferia[3] per illuminare sia la Città santa che il mondo e il suo annuncio è riassunto da San Matteo in una formula concisa: “Il Regno di Dio è vicino, convertitevi”. Queste prime parole di Gesù sono semplici, poche.  San Marco scrive: “Il tempo è compiuto; il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Le parole riportate nel Vangelo di oggi sono ancora più scarne: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17) e, forse, non chiare per noi moderni per la loro stessa sobrietà. Per capirle, e capire pure la differenza tra il messaggio di Giovanni e l’annuncio di Gesù, ne propongo una spiegazione nel linguaggio nostro, cercando di far emergere il loro eternamente vivo significato.

Il Tempo è compiuto”. Il Tempo aspettato, profetato, annunziato è giunto a pienezza. E’ compiuto il tempo di vivere senza conoscere la bellezza della vita con Cristo. E’ compiuto il tempo degli inganni. E’ tempo di farci aprire gli occhi da Dio e contemplare il Suo volto, che poi diventa in parte il nostro.

Il Regno è vicino”. Giovanni il Battista diceva che un Re sarebbe venuto presto a fondare un nuovo regno: il Regno dei Cieli.  Gesù dà la lieta notizia che il  Re è venuto e che le porte del Regno sono aperte. Il Regno non è la fantasia sorpassata di un povero Ebreo di venti secoli fa; non è una cosa antiquata, una memoria morta, un sogno infranto. II Regno dei cieli è in noi. Comincia da subito: è anche opera nostra, per la felicità nostra, in questa vita, su questa terra. Dipende anche dalla nostra volontà, dal nostro rispondere sì o no alla vocazione di Cristo, che ci chiama ad essere santi, cioè a guardare il cielo, a desiderare il cielo e sperare di vivere sempre in cielo. Il Regno di Dio è pace e gioia[4].

Convertitevi” aggiunge Gesù. “Convertitevi”: anche questa “vecchia” parola è stata distorta dal suo senso autentico. La parola del Vangelo in greco “Metanoèite” non si può tradurre in latino con “poenitemini” o in italiano con “fate penitenza”. Metànoia è propriamente il cambiamento del modo di pensare, il cambiamento della mente, la trasformazione dell’anima. Metamorfosi è un mutare la forma; metanoia un mutare lo spirito, è cambiare mentalità. Giustamente la traduzione dice “conversione”, che è il rinnovamento dell’uomo interiore. L’idea di “pentimento” e di “penitenza” non sono che applicazioni e illustrazioni dell’invito di Gesù a girarsi verso di Lui, a muoversi verso la luce.

Il Messia ci invita a convertirci alla luce della verità ed alla beatitudine dell’amore.

Amandolo lo conosceremo meglio, e conoscendolo meglio Lo ameremo ancora di più: si ama bene soltanto quel che si conosce; l’amore fa trasparente chi s’ama. La prima conversione consiste nel credere, nel credere al Verbo di Amore. “La fede in quanto legata alla conversione, è l’opposto dell’idolatria; è separazione dagli idoli per tornare al Dio vivente, mediante un incontro personale. Credere significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l’esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia. La fede consiste nella disponibilità a lasciarsi trasformare sempre di nuovo dalla chiamata di Dio.” (Francesco, Lett. Enc. Lumen Fidei, n. 13).

 

3) Una chiamata nella chiamata.

Il brano dell’Enciclica di Papa  Francesco permette di passare al commento della seconda parte del Vangelo odierno che parla della chiamata dei primi discepoli. Questi proposta a seguirLo Gesù la fa sulla riva del lago di Cafarnao, dove Lui stava predicando e dove gli uomini erano intenti al loro lavoro.

Nessuna cornice eccezionale per la chiamata dei primi discepoli: un porto in riva ad un lago, luogo di lavoro per dei pescatori.

Cerchiamo di far emergere i tratti essenziali di questo racconto di vita.

Gesù è il protagonista. Lui è il personaggio centrale. Sua è l’iniziativa (“vide due fratelli” – Pietro e Andrea – “e disse loro: seguitemi”; “vide altri due fratelli” – Giacomo e Giovanni di Zebedeo – “e li chiamò”).          Non è l’uomo che si autoproclama discepolo, ma è Gesù che converte l’uomo e lo chiama ad essere suo discepolo, scegliendolo con amore. Il discepolo, poi, non è chiamato in primo luogo ad imparare una dottrina ma a vivere con una Presenza, che è il centro affettivo della sua vita di chiamato Al primo posto c’è l’attaccamento alla persona di Gesù.

Questa adesione esige un profondo distacco. Giacomo e Giovanni, Pietro e Andrea lasciano le reti, la barca e il padre. Lasciano, in altre parole, il mestiere e la famiglia. Il mestiere garantisce sicurezza e stima sociale, il padre rappresenta le proprie radici. Si tratta di un distacco radicale.

Questo distacco permette di rispondere all’appello di Gesù mediante una sequela totale e gratuita. I due verbi “lasciare” e “seguire” che indicano uno spostamento del centro della vita della persona chiamata. L’appello di Gesù non è in vista di una sistemazione sociale, non colloca in uno stato, ma mette in cammino per una missione.

Infine si vede che le caratteristiche del discepolo sono almeno due: la comunione con Cristo (“seguitemi”) e un andare verso l’umanità (“vi farò pescatori  di uomini”). La seconda nasce dalla prima. Gesù non colloca i suoi discepoli in uno spazio separato, chiuso: li manda per le strade del mondo. A questo riguardo anche Papa Francesco, parlando del Santo Pietro Favre, gesuita francese, invita a imitare questo “Compagno di Gesù” lasciando che “Cristo occupi il centro del cuore”[5].

Anche le Vergini consacrate vivono questa “centralità” di Cristo, seguendolo in pieno abbandono e amorosa fiducia. Imitando i primi 4 apostoli scelti da Gesù. Non è un caso che fossero pescatori. Il pescatore, che vive gran parte dei suoi giorni nella pura solitudine dell’acqua, è la persona che sa aspettare. È la persona paziente, che non ha fretta, che cala la sua rete e si affida in Dio. L’acqua fa suoi capricci, il lago ha le sue bizzarrie e i giorni non sono mai eguali.  Partendo par andare al largo in cerca di pesci, il pescatore non sa se tornerà colla barca colma senza neanche un pesce da mettere al fuoco per il suo pasto. Si rimette nelle mani del Signore che manda l’abbondanza e la carestia; si consola del giorno cattivo pensando al buono che venne e a quello che verrà.

Con il genio e sensibilità femminile capace di dedizione suprema, le Vergini Consacrate vivono l’analoga chiamata degli apostoli-pescatori, l’analogo cammino di santità di chi va dietro a Cristo con il cuore dilatato, l’analoga umiltà della santa Famiglia di Nazareth (come richiama la liturgia ambrosiana di oggi), della quale evidentemente Gesù era il centro e dove evidentemente la casa dell’uno era l’affetto dell’Altro.

Maria e Giuseppe custodirono e aiutarono a crescere Gesù non solo perché da grande avrebbe detto parole di vita eterna, ma perché sapevano nella fede che Lui era la Parola di Vita per sempre.

 

 

Lettura Patristica

 

Dal Commento al vangelo di Matteo

di Cromazio di Aquileia

 

Avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò in Galilea [e ciò che segue fino a] su quelli che dimoravano nell’ombra di morte una luce si è levata. Lasciata, dunque, Nazaret, il Signore e Salvatore nostro illuminando con la sua presenza diversi luoghi della Giudea, che si era degnato di visitare, giunse nel territorio di Zabulon e di Neftali per adempiere la predizione profetica e cacciato l’errore tenebroso, infondere la luce della sua conoscenza in coloro che credevano in lui, non solo Giudei, ma anche gentili. Questo fatto l’evangelista ricorda nel presente passo, richiamandosi alle parole del profeta col dire: Al di là del Giordano il popolo di Galilea delle genti, che dimorava nelle tenebre, vide una grande luce. In quali tenebre? Certamente nel profondo errore dell’ignoranza. Qual è la grande luce che vide? Quella di cui sta scritto: Era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Di ciò diede testimonianza il giusto Simeone nel Vangelo, dicendo: Luce che hai preparato per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele (Lc 2, 31-32). Che questa luce si doveva levare un giorno nelle tenebre aveva predetto anche Davide, dicendo: È sorta nelle tenebre una luce per i retti di cuore (Sal 111, 4). Anche Isaia parla di questa luce che sarebbe sorta per illuminare la Chiesa, dicendo: Rivestiti di luce, rivestiti di luce, Gerusalemme, perché giunge la tua luce e la maestà del Signore è sorta in te (Is 60, 1) […].

2.

Di questa luce, dunque, nel presente passo è stato detto: Il popolo, che dimorava nelle tenebre, ha visto una grande luce. Ha visto, però, non con la vista del corpo, perché è una luce invisibile, ma con gli occhi della fede e con la visione dello spirito… Prosegue, quindi: Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Fate penitenza, perché il regno dei cieli è vicino. Affinché queste parole del Signore, con le quali esorta a convertirsi, fossero ascoltate, lo Spirito Santo, in precedenza, anche per bocca di Davide, aveva invitato il popolo alla penitenza, dicendo: Se ascolterete oggi la sua voce, non indurite i vostri cuori, come per metter alla prova, quando mi tentarono nel deserto (Sal 94, 8-9). In questo stesso salmo poco sopra, per invitare il popolo peccatore alla penitenza e suggerire sentimenti di compunzione, così si esprime: Venite, prostriamoci davanti a lui e innalziamo suppliche al cospetto del Signore che ci ha creati, perché egli è il nostro Dio. Il Signore esorta alla penitenza, lui che promette il perdono del peccato, lui che dice per bocca d’Isaia: Sono io, sono io che cancello le tue iniquità e non ricorderò i tuoi peccati. Ma tu ricordatene, accusa tu per primo le tue colpe, per essere giustificato (Is 43, 25-26)… Giustamente dunque, il Signore esorta il popolo alla penitenza dicendo: Fate penitenza, perché il regno dei cieli è vicino, affinché, in seguito a questa confessione del loro peccato, diventassero degni del regno dei cieli che si avvicinava. Uno, infatti, non può ricevere la grazia del Dio del cielo, se non sarà purificato da ogni sozzura di peccato mediante la confessione di penitenza, mediante il dono del battesimo della salvezza del Signore e Salvatore nostro.

3

Prosegue, poi: Passando lungo il mare vide due fratelli [e ciò che segue fino a] e subito, lasciata la barca e il padre loro, seguirono. O felici questi pescatori che il Signore scelse per primi al ministero della predicazione divina e alla grazia dell’apostolato tra tanti dottori della Legge e scribi, tra tanti sapienti del mondo! E certamente degna del Signore nostro e conveniente alla sua predicazione fu tale scelta, per ottenere che nella predicazione del suo nome nascesse un’ammirazione che avrebbe suscitato una lode tanto più grande, quanto più meschini nel mondo e umili nel secolo ne fossero stati i predicatori. Questi non avrebbero conquistato il mondo per mezzo della sapienza della parola, ma avrebbero liberato il genere umano da un errore mortale mediante la semplice predicazione della fede, come dice l’Apostolo: Perché la vostra fede non sia fondata sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. E ancora: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto, per confondere i sapienti, e ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti, e ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzabile e ciò che è nulla, per distruggere le cose che sono (1 Cor 1, 2-5). Non scelse, dunque, i nobili del mondo o i ricchi, perché la predicazione non destasse sospetto, non i sapienti della terra così che si potesse credere che aveva persuaso il genere umano mediante la sapienza mondana, ma scelse i pescatori, illetterati, inesperti, ignoranti, perché fosse evidente la grazia del Salvatore. Umili, è vero, nel mondo anche per l’esercizio della loro arte, ma veramente eccelsi per la fede e per l’ossequio del loro animo devoto, spregevoli per la terra, ma graditissimi al cielo, ignobili per il mondo, ma nobili per Cristo, non iscritti nell’albo del senato di questa terra, ma iscritti nell’albo degli angeli in cielo, poveri per il mondo, ma ricchi per Dio. Infatti il Signore sa chi scegliere lui che conosce i segreti del cuore, quelli certamente che non cercavano la sapienza del secolo, ma desideravano la sapienza Dio, né bramavano le ricchezze del mondo, ma aspiravano ai tesori celesti. Perciò, come sentirono il Signore dire: Venite dietro di me, subito, lasciate le loro reti e il padre e ogni loro bene, lo seguirono. E in ciò si dimostrarono veramente figli di Abramo perché sul suo esempio, udita la voce di Dio, seguirono il Salvatore. Rinunciarono, infatti, subito ai proventi materiali, per conseguire il guadagno eterno, lasciarono il padre terreno, per avere un Padre celeste, e perciò, non a torto, meritarono di essere scelti.

4

Il Signore, dunque, scelse dei pescatori che, mutando in meglio il mestiere della pesca, dalla pesca terrena passarono a quella celeste, per catturare come pesci dal profondo gorgo dell’errore il genere umano per la sua salvezza, conforme a ciò che lo stesso Signore disse loro: Venite dietro di me e vi farò pescatori di uomini. Questa stessa cosa aveva precedentemente promesso, per bocca del profeta Geremia, dicendo: Ecco, io manderò molti pescatori, dice il Signore, e li pescheranno. E dopo di ciò manderò dei cacciatori, e li cattureranno (Ger 16, 16). Perciò, sappiamo che gli apostoli furono chiamati non solo pescatori, ma anche cacciatori: pescatori, perché per mezzo delle reti della predicazione evangelica catturano dal mondo tutti i credenti come pesci; cacciatori, poi, perché, per la loro salvezza, catturano, come una caccia voluta dal cielo, gli uomini che vagano nell’errore di questo mondo come in una selva e vivono a guisa delle fiere… Mediante la predicazione apostolica, pertanto, ogni giorno i credenti sono catturati per vivere. E guarda quant’è diversa questa celeste pesca degli apostoli dalla pesca di questa terra. I pesci, infatti, quando sono catturati, muoiono. Gli uomini, invece, sono catturati perché vivano, secondo ciò che il Signore disse Pietro, quando aveva preso una grande quantità di pesci: Non temere: d’ora in poi sarai colui che dà la vita agli uomini.

5

Anche Ezechiele, riferendosi apertamente a questi pescatori evangelici in quanto catturano i pesci perché abbiano la vita: E là ci sarà, disse, una gran quantità di pesce, perché là è venuta quest’acqua e sarà salvo e vivrà ogni uomo a cui giungerà questo fiume, e sederanno i pescatori e in disparte asciugheranno le reti, e i suoi pesci saranno come pesci di un grande mare, una quantità abbondantissima. Mirabile, dunque, è questa pesca e meravigliosi i pescatori, che pescano non perché ne muoiano quelli che catturano, ma perché vivano. Secondo quanto avviene su questa terra vivono i pesci che non sono catturati, in questa pesca, invece muoiono quelli che non meritavano di essere catturati. Come, appunto, la pesca di questi pescatori catturi per dare la vita quelli che cattura mostra chiaramente il profeta nella citazione riportata più sopra: Poiché là è venuta quest’acqua e vivrà il pesce a cui giungerà questo fiume. Certamente il profeta non parla di quest’acqua comune né di un fiume terreno, ma dell’acqua del battesimo della salvezza e del fiume della predicazione del Vangelo, dal quale i credenti traggono l’alimento della vita. Vuoi sapere qual è quest’acqua che risana, che cura, che dà la vita? Ascolta: il Signore che dice nel Vangelo: Chi berrà dell’acqua che do io non avrà sete in eterno, ma in lui ci sarà una fonte di acqua zampillante per la vita eterna (Gv 4, 13-14). Vuoi sapere anche che cosa sia questo fiume nel quale si ha la vita? Ascolta il profeta che dice: L’impeto del fiume rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). Così, dunque, mentre costoro pescano siamo catturati dal mare di questo mondo, siamo tratti dal gorgo dell’errore, per rinascere nell’acqua del battesimo e, purificati dal fiume del Vangelo, rimanere in vita.

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Prosegue, poi: E Gesù percorreva tutta la Galilea [e ciò che segue fino a] e al di là del Giordano. Che questo sarebbe avvenuto aveva predetto Isaia dicendo: Egli ha preso su di sé nostre sofferenze e ha guarito la nostra pena. Per questo, infatti era venuto il maestro di vita e il medico celeste, Cristo Signore, cioè per istruire gli uomini col suo insegnamento, fonte di vita, e per guarire con la medicina celeste i mali del corpo e dell’anima, per liberare i corpi posseduti dal diavolo e ricondurre alla vera e completa salute coloro che erano affetti da ogni sorta d’infermità. Infatti, curava le malattie fisiche con la parola della potenza divina e con la medicina dell’insegnamento celeste risanava le ferite dell’anima. E Davide mostra con chiarezza che tali ferite dell’anima sono guarite solo da Dio, quando dice: Benedici, anima mia, il Signore e non dimenticare tutti i suoi benefici. E aggiunse: Egli perdona tutte le tue colpe e guarisce tutte le tue malattie (Sal 102, 2-3). Vero, dunque, e perfetto medico è quello che dona sanità del corpo e rende la salute dell’anima, il Signore e Salvatore nostro, che è benedetto nei secoli dei secoli. Amen. (Cromazio di Aquileia, Commento a Matteo, Trattati 15-16).

 

 

Le Christ, lumière de notre vie

 

Homélie de Lansperge le Chartreux (+ 1539)

 

Sermon 5, Opera omnia, 3, 315-317

 

Le peuple qui marchait dans les ténèbres a vu se lever une grande lumière (Is 9,1). Mes frères, nul n’ignore que nous sommes tous nés dans les ténèbres et que nous y avons vécu autrefois. Mais faisons en sorte de ne plus y rester, maintenant que le soleil de justice s’est levé pour nous. <>

 

Le Christ est donc venu illuminer ceux qui demeurent dans les ténèbres et l’ombre de la mort, pour guider leurs pas dans le chemin de la paix. De quelles ténèbres parlons-nous? Tout ce qui se trouve dans notre intelligence, dans notre volonté ou dans notre mémoire, et qui n’est pas Dieu ou n’a pas sa source en Dieu, autrement dit tout ce qui en nous n’est pas à la gloire de Dieu et fait écran entre Dieu et l’âme, est ténèbres. <>

 

Aussi le Christ, ayant en lui la lumière, nous l’a-t-il apportée pour que nous puissions voir nos péchés et haïr nos ténèbres. Vraiment, la pauvreté qu’il a choisie quand il n’a pas trouvé de place à l’hôtellerie, est pour nous la lumière à laquelle nous pouvons connaître dès maintenant le bonheur des pauvres en esprit, à qui appartient le Royaume des cieux.

 

L’amour dont le Christ a témoigné en se consacrant à notre instruction et en s’exposant à endurer pour nous les épreuves, l’exil, la persécution, les blessures et la mort sur la croix, l’amour qui finalement l’a fait prier pour ses bourreaux, est pour nous la lumière grâce à laquelle nous pouvons apprendre à aimer aussi nos ennemis.

 

Elle est pour nous lumière, l’humilité avec laquelle il se dépouilla lui-même en prenant la condition de serviteur (Ph 2,7), et, refusant la gloire du monde, voulut naître dans une étable plutôt que dans un palais et subir une mort honteuse sur un gibet. Grâce à cette humilité nous pouvons savoir combien détestable est le péché d’un être de limon, un pauvre petit homme de rien, lorsqu’il s’enorgueillit, se glorifie et ne veut pas obéir, tandis que nous voyons le Dieu infini, humilié, méprisé et livré aux hommes.

 

Elle est aussi pour nous lumière, la douceur avec laquelle il a supporté la faim, la soif, le froid, les insultes, les coups et les blessures, lorsque comme un agneau il a été conduit à l’abattoir et comme une brebis devant le tondeur il n’a pas ouvert la bouche (Is 53,7). Grâce à cette douceur, en effet, nous voyons combien inutile est la colère, de même que la menace, nous consentons alors à souffrir et nous ne servons pas le Christ par routine. Grâce à elle, nous apprenons à connaître tout ce qui nous est demandé: pleurer nos péchés dans la soumission et le silence, et endurer patiemment la souffrance quand elle se présente. Car le Christ a enduré ses tourments avec tant de douceur et de patience, non pour des péchés qu’il n’a pas commis, mais pour ceux d’autrui.

 

Dès lors, frères très chers, réfléchissez à toutes les vertus que le Christ nous a enseignées par sa vie exemplaire, qu’il nous recommande par ses exhortations et qu’il nous donne la force d’imiter avec l’aide de sa grâce.

 

[1] “Non è costui il figlio di Giuseppe?” (Lc 4, 22). Marco e Matteo aggiungono: “Non è costui il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E la sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui” (Mc 6,3; cf Mt 13,55).

[2] Ai tempi della vita terrena di Cristo Gerusalemme era il centro religioso per un fedele ebreo, ma politicamente si poteva considerare marginale rispetto al potere romano.

[3] Va tenuto presente che Cafarnao, lontana dal Tempio, è più vicina al mare Mediterraneo e sulla rotta delle carovane dei mercanti, e diventa il crocevia di una nuova storia, quella della salvezza.

[4]Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini”(Rm 14, 17-18).

[5]Solo se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo! E Favre ha viaggiato senza sosta anche sulle frontiere geografiche tanto che si diceva di lui: «pare che sia nato per non stare fermo da nessuna parte» (MI, Epistolae I, 362). Favre era divorato dall’intenso desiderio di comunicare il Signore. Se noi non abbiamo il suo stesso desiderio, allora abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera e, con fervore silenzioso, chiedere al Signore, per intercessione del nostro fratello Pietro, che torni ad affascinarci: quel fascino del Signore che portava Pietro a tutte queste “pazzie” apostoliche.” (Francesco, Omelia nella Chiesa del Gesù a Roma, 3 febbraio 2014).

***
Mons. Francesco Follo è Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Archbishop Francesco Follo

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