CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 22 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la continuazione degli interventi pronunciati e quelli "in scriptis" di questo giovedì mattina, in occasione della 12ma Congregazione generale dell'Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi.

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Nella Dodicesima Congregazione Generale sono intervenuti i seguenti Delegati fraterni:


- S.E. Emmanuel ADAMAKIS, Metropolita di Francia (FRANCIA)

Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo mi ha pregato di porgervi, a nome del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e Chiesa sorella, tutti i suoi auguri di felice esito in occasione dello svolgimento, in questi giorni, del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente.
Il Medio Oriente attira e affascina. È proprietà di tutti e non soffre di esclusività. Terra sacra, è anche santa per noi cristiani, perché è in questa regione del mondo che è piaciuto a Dio offrirci la più incredibile delle promesse, quella della risurrezione. Questa terra, primo testimone attraverso le epoche dell’opera salvifica di Cristo, partecipa tuttavia di ciò che il filosofo Pascal descriveva come la sua agonia attraverso le epoche. Infatti, l’attualità non cessa di ricordarci le divisioni, le separazioni, le sofferenze quotidiane alle quali alcune frange della popolazione sono sottoposte, al primo posto i cristiani della regione.
Non possiamo che felicitarci per lo svolgimento di questa Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi dedicata al Medio Oriente. Il mondo attende da questa riunione un messaggio forte, che siano proposti dei gesti concreti. Ne va non solo della responsabilità della Chiesa Cattolica in quanto organizzatrice di questo Sinodo, ma anche di ognuna delle Chiese che partecipano a titolo di “Delegati fraterni”, al di là delle nostre differenze, che sono stati semplicemente invitati a prendere parte attiva alla discussione. Perciò, desidereremmo sottolineare due fatti che ci sembrano essenziali.
Il primo riguarda la scomparsa progressiva del cristianesimo in Medio Oriente. Come far permanere la presenza dei cristiani nella regione tenendo conto dei nostri dialoghi bilaterali? Il documento di lavoro del Sinodo, l’Instrumentum laboris, ricordiamolo, è stato reso pubblico da Papa Benedetto XVI in occasione del sua viaggio ufficiale a Cipro, nel giugno 2010. Si tratta dunque di un segno rivolto non solo agli orientali cattolici, ma anche alla Chiesa Ortodossa e ai suoi fedeli. A questo proposito, è opportuno ricordare l’importanza della presenza ortodossa all’interno delle società orientali. Così, il pluralismo locale deve essere in grado di far progredire le nostre varie iniziative di dialogo e di concretizzarsi in altrettante cooperazioni necessarie e utili per il bene di un numero crescente e la trasmissione efficace della testimonianza evangelica. In effetti, sottolineando le buone relazioni che le nostre Chiese mantengono attualmente, la speranza tangibile di una prossima unione avrà un effetto catalizzatore. Un’unione garantirebbe il permanere della presenza cristiana localmente.
In un secondo tempo, vorremmo offrire un chiarimento particolare sulle nostre capacità di dialogare con le altre componenti religiose della regione e in particolare con i nostri fratelli musulmani ed ebrei. L’accumulo di iniziative che, al giorno d’oggi, il dialogo interreligioso conosce non deve farci perdere di vista il fatto che le iniziative istituzionali non sono pertinenti se non quando l’insieme delle società viene ad essere investito della necessità di un vivere insieme nella pace. Il Medio Oriente, infatti, deve abbandonare la tesi dello scontro di civiltà. Perché sì, un vivere insieme è realizzabile, secondo modalità che non saranno dettate da terzi, ma da quanti vi vivono giorno dopo giorno. Sono essi “il sale della terra”. Ora, la prima condizione inalienabile per qualsiasi coesistenza rimane la garanzia della libertà religiosa per tutti. Solo su questa base i rapporti fra le religioni, i popoli e le culture saranno in grado di favorire l’emergenza di ciò che Lévi-Strauss chiamava “la coesistenza di culture che presentano fra di loro la più grande diversità”.
Infine, auspichiamo che questo Sinodo rafforzi i legami che uniscono tutti i cristiani della regione, con chiarezza, coraggio e amore. Ma anche che, evitando qualsiasi paternalismo eccessivo nei confronti dei cristiani d’Oriente, sappiamo anche noi metterci alla scuola della loro realtà. È dunque nostro dovere, per non dire nostra responsabilità, che questo Sinodo non si aggiunga alla lunga lista degli incontri senza domani, quanto meno per rispetto verso coloro che soffrono e per impegno verso la nostra fede.
Preghiamo perché il Signore ispiri tutti i partecipanti di questo incontro e che, nella pace, conceda di avere alla “moltitudine dei credenti un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32).

[Testo originale: francese]

- S.G. Munib YOUNAN, Vescovo della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e la Terra Santa, Presidente della World Lutheran Federation (ISRAELE)

(Efesini 4, 1-6. “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.)
Sua Santità, Eminenze, Eccellenze, vi porto il saluto da Gerusalemme, la città della passione e morte di nostro Signore, la città della sua risurrezione e ascensione, la città della Pentecoste e della nascita della Chiesa. L’apostolo Paolo ci esorta a fare ogni sforzo per “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 3). Così io “con ogni umiltà e mansuetudine” parlo a voi della nostra comune sollecitudine per il corpo di Cristo.
Il 21 ottobre 1999 ad Augusta, in Germania, ci siamo incontrati per firmare la Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della Giustificazione - si è tratto di un evento storico che ha cancellato le condanne del passato e ha dato l’avvio al nostro futuro comune. È positivo che il rapporto tra luterani e cattolici si sia sviluppato secondo questa linea e stia progredendo. La scorsa estate, quando la Federazione Luterana Mondiale si è riunita in Assemblea a Stoccarda, in Germania, il nostro tema era il seguente : “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Noi condividiamo lo stesso pane, la medesima responsabilità nei confronti di un mondo che ha fame, fame di spiritualità e fame di giustizia. Noi condividiamo la medesima responsabilità di assicurare il cibo, di estirpare la povertà e di combattere malattie che portano alla morte.
In particolare vorrei sottolineare il buon rapporto tra la Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e Terra Santa (ELCJHL) e la Chiesa cattolica in Palestina, Israele e Giordania. Ho la fortuna di intrattenere rapporti collegiali e fraterni con tutti i vescovi e i prelati cattolici di Gerusalemme. Ciò deve continuare per il bene del nostro popolo e per la testimonianza comune.
Vorrei esprimere anche la mia gratitudine per la vostra iniziativa di occuparvi in questo Sinodo dei cristiani del Medio Oriente. Il Medio Oriente è la culla del cristianesimo, Sarebbe una tragedia se dopo duemila anni questa testimonianza scomparisse. Vi domando: che ne sarebbe del Medio Oriente se nza i cristiani?
Condividiamo questa comune preoccupazione. Tuttavia non voglio soffermarmi sui problemi. Vorrei menzionarne brevemente soltanto tre: la precaria situazione politica, la disoccupazione in seguito alla situazione economica e l’aumento dell’estremismo - sia politico che religioso - che sconvolgono la regione e portano all’emigrazione. Secondo me il futuro del cristianesimo dipende dalla pace e dalla giustizia in Medio Oriente. In che modo possiamo rendere insieme una testimonianza viva e dinamica? È fondamentale non concentrarsi unicamente sulla testimonianza confessionale, bensì offrire con una sola voce una testimonianza comune.
La nostra base si aspetta di vederci operare insieme, testimoniare insieme, vivere insieme, e amarci vicendevolmente. Per questo motivo è essenziale che noi rafforziamo i nostri rapporti ecumenici sia nella zona Israelo-palestinese, sia in tutto il Medio Oriente.
Come possiamo farlo? Innanzitutto il Consiglio Orientale delle Chiese rappresenta l’unico organismo al mondo che riunisce le quattro famiglie delle Chiese: cattolica, ortodossa, orientale ed evangelica. In questo momento non stiamo facendo progressi con il vigore richiesto, piuttosto avanziamo a tentoni. Faccio appello a voi affinché ci aiutiate a ravvivare questo contesto ecumenico in cui tutti possiamo operare insieme.
In secondo luogo dobbiamo agire insieme per creare posti di lavoro, per fornire alloggi sicuri e ed economicamente accessibili, per migliorare le scuole e rafforzare tutte le istituzioni cristiane, perché esse sono al servizio di ciascuno, indipendentemente dal sesso, dall’etnia, dalla politica o dalla religione. Le nostre scuole luterane, per esempio, educano lo stesso numero di cristiani e musulmani, di maschi e femmine, fianco a fianco, creando così un clima di rispetto reciproco. Questa è la nostra forza. Dobbiamo continuare a impegnarci affinché i cristiani possano rimanere saldi nei loro paesi, come parte integrante del tessuto della propria società, operando per il bene di tutti.
In terzo luogo, la testimonianza comune della Chiesa - nonostante il calo numerico - è essenziale per la costruzione di una società moderna, democratica e rispettosa dei diritti umani, e promuove la libertà di religione, una coscienza per tutto il Medio Oriente, per il mondo arabo e musulmano, per Israele e la Palestina. Nel corso di questi duemila anni il cristianesimo non ha ricoperto un ruolo dominante nel governo di questa regione, ma abbiamo sempre offerto una testimonianza viva, come il lievito nella pasta delle nostre società. La nostra Chiesa non è timida e non si nasconde per paura della propria sopravvivenza, ma confida nella forza che ci viene dallo Spirito di essere profetica, di dire la verità al potere, e di promuovere la giustizia per tutti con la pace, la riconciliazione e il perdono.
In quarto luogo, la nostra testimonianza ecumenica si manifesta in un attivo dialogo interconfessionale. Ciò deve avvenire in diversi campi. Uno di questi è la promozione di migliori rapporti musulmano-cristiani. Noi teniamo in alta considerazione la lettera aperta del 2007 da parte dei capi musulmani “Una Parola Comune”, che parla del cuore della religione inteso come “amare Dio e amare il prossimo”. Come è accaduto nel 2005 con il messaggio di Amman del re Abdullah II di Giordania, dobbiamo sostenere quanti vivono il vero islam e combattono l’estremismo. Lo scorso mese ho sottoposto alle Nazioni Unite la sua proposta di istituire una Settimana di Armonia Interconfessionale Mondiale. Non c’è luogo migliore di Gerusalemme ove noi cristiani possiamo offrire un esempio di come vivere e dialogare con l’islam.
Il secondo passo del dialogo tra le fedi promuove i rapporti musulmano-cristiano-ebraici. Il Consiglio delle Istituzioni religiose in Terra Santa riunisce a Gerusalemme capi di tutte e tre le fedi allo scopo di promuovere insieme la coesistenza, combattere l’estremismo e cercare soluzioni ai problemi sociali. Attualmente consulenti accademici stanno studiando centinaia di libri di testo delle scuole israeliane e palestinesi con l’obiettivo di scoprire ed eliminare tutte le affermazioni discriminatorie e spregiative. Questo progetto rappresenta la via preferenziale per la giustizia, la pace e la riconciliazione.
Il consiglio sta inoltre mettendo a punto un documento che rappresenti la base delle future discussioni interconfessionali, una semplice dichiarazione sulla casa spirituale comune di tutte e tre le religioni. La questione è questa: perché Gerusalemme è santa per i musulmani e gli ebrei, come pure per i cristiani?
La nostra sfida è semplicemente quella di amare il nostro prossimo come noi stessi. Molti affermano di amare Dio, ma come possono amare Dio che non vedono, quando non amano i loro fratelli e sorelle che vedono? (cfr 1 Gv 4, 20).
Noi luterani siamo impegnati a operare con voi cattolici come pure con le Chiese ortodosse e altre principali Chiese evangeliche a favore della nostra testimonianza comune in Medio Oriente.
Siamo quindi impegnati a fare ogni sforzo per “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace”

[Testo originale: inglese]

INTERVENTI “IN SCRIPTIS” DEI PADRI SINODALI

Alcuni Padri sinodali hanno poi consegnato solo per iscritto un intervento:

- S. B. Em. Card. Lubomyr HUSAR, M.S.U., Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyč (UCRAINA)

Intendo intervenire su due argomenti che, fra i numerosi altri, sono presenti nell' Instrumentum Laboris e che costituiscono elementi di profonda attenzione, a mio parere, e continua preoccupazione in quanto ci interpellano come Chiese Orientali, andando oltre i nostri confini geografici e storici. Concludo poi con due proposte concrete.

1 - Il primo punto sul quale intervengo è tutto il mondo dell'emigrazione. Noi Greco-cattolici Ucraini condividiamo con i Confratelli del Medio Oriente il dramma della migrazione dei nostri fedeli, sebbene dettati da motivi diversi. I dati statistici documentano che in questi ultimi anni sono migrati verso il mondo intero e verso l'Europa occidentale in particolare cinque milioni di ucraini, metà dei quali dalle regioni nelle quali vi è la maggioranza di nostri fedeli.
Dobbiamo riconoscere che nei Paesi verso i quali si sono indirizzati hanno trovato generalmente una buona accoglienza dalle Diocesi latine, ma questo non ci solleva dalla grave responsabilità che abbiamo di salvaguardarne la fede secondo la Tradizione Orientale alla quale appartengono e nella quale devono essere assicurati con l'adeguata cura pastorale specifica del loro Rito, secondo quanto prescrive rigorosamente anche il diritto canonico.
Nell'Instrumentum Laboris si riconosce questo nostro diritto-dovere laddove al n. 6 si legge: "I membri delle Chiese sui iuris sono i fedeli intesi come singole persone e come membri delle rispettive comunità". Sembra evidente che essi, sebbene fuori dalla patria, devono essere messi in condizione di esercitare questa loro appartenenza originaria con la garanzia di tutti i mezzi dei quali la loro Chiesa dispone per la cura pastorale: sacerdoti propri, rito proprio, spiritualità propria, vita comunitaria propria.
Può sorgere l'obiezione che questa garanzia possa costituire un impedimento all'integrazione nelle nuove realtà nelle quali i nostri fedeli hanno deciso di vivere. La nostra esperienza ormai ultrasecolare ci insegna che questo non è assolutamente vero: i nostri fedeli nelle Americhe ed in Australia, oltre che in vari Paesi d'Europa, sono oggi perfettamente integrati pur mantenendo intatto il loro patrimonio ed esercitando la piena appartenenza alla Chiesa Greco-cattolica Ucraina.
Mi sia conse ntita una osservazione a questo proposito: un Padre della Chiesa l'ha definita "circumdata varietate" a significare che l'unità della Chiesa non si identifica con l'uniformità, ma esprime la ricchezza di Dio Creatore nell'armonia delle diversità o delle molteplicità, volendo usare il termine scelto ed impiegato anche nell'Instrumentum Laboris. Come spiega assai bene Sant'Ignazio di Antiochia con l'immagine delle corde unite alla cetra e della sinfonia del coro che canta, la diversità non è un pericolo, ma un irrinunciabile tesoro per la Chiesa Universale, naturalmente tenendo conto del fatto che il Successore di Pietro ha il divino mandato di dirigere il coro perché non ci siano stonature e venga così garantita la sinfonia della verità e della carità. Dobbiamo trovare il coraggio nello Spirito Santo di vivere l'armonia nella molteplicità o diversità in tutte quelle regioni che fino a pochi decenni fa per motivi storici sono state caratterizzate dalla presenza di un unico Rito e si sono abituate ad una specie di monopolio. Per osservare che il territorio non è più, oggi, a fronte della sfida crescente delle migrazioni, un concetto geografico, ma è un concetto antropologico. Applicando il principio enunciato proprio dalla citazione sopra riportata dell' Instrumentum Laboris, mi sembra di dover arguire che il territorio di tutte le Chiese sui iuris è costituito dalle persone dei fedeli laddove per varie necessità, hanno deciso di vivere. Si devono, pertanto, ripensare e rivedere gli strumenti anche giuridici per garantire praticamente questo principio, per assicurare la salus animarum dei nostri fedeli dei quali siamo responsabili ovunque come pastori e per superare l'eventuale pericolo di assimilazioni che impoveriscono la strutturale natura della Chiesa come voluta da nostro Signore Gesù Cristo.
2 - Il secondo tema sul quale desidero soffermare la comune riflessione mi è offerto dal n. 20 del nostro Instrumentum Laboris avente come oggetto la "apostolicità e vocazione missionaria". Vi si afferma: "In quanto apostoliche, le nostre Chiese hanno la missione particolare di portare il Vangelo in tutto il mondo come è avvenuto nel corso della storia". Devo dolorosamente concordare con quanto viene rilevato in termini critici appena dopo, riferendo una certa chiusura tipica della mentalità di chi si sente assediato o di chi ha vissuto entro confini etnici o ideologici assolutisti come è capitato a noi per 70 anni con il regime comunista sovietico. E' vero che è stato frenato lo "slancio evangelico". Mi chiedo: le prove odierne che attraversano le nostre Chiese sui iuris - anche quella in Ucraina ha avvisaglie di nuove difficoltà - ed il singolare fenomeno che ci colpisce così profondamente della massiccia migrazione dei nostri fedeli non è forse un segno inviato dallo Spirito Santo perché usciamo come Abramo dalle certezze di Ur di Caldea e ci mettiamo in viaggio in tutto il mondo? E non ho timore di dire in tutto il mondo, cioè anche là dove la Chiesa ha conosciuto fino ad oggi o a ieri situazioni che potrei definire di pacifico possesso, attualmente in profonda crisi per la defezione o la superficialità o la contrarietà di persone e di culture anticristiane. Mi chiedo: se tutta la Chiesa Universale è missionaria, questa situazione non è forse una provocazione per noi di Tradizione Orientale per deciderci di andare ad gentes, ovunque queste gentes hanno bisogno o attendono la Parola che salva? La ricchezza della nostra spiritualità e delle nostre Liturgie è un patrimonio da condividere e non da tenere gelosamente custodito o addirittura nascosto nelle nostre comunità. E' vero che siamo poveri rispetto a tanti altri fratelli, ma non dobbiamo mai dimenticarci che Dio sceglie sempre gli umili e i poveri per compiere le sue opere meravigliose, come ha fatto, a sublime esempio, con Maria, la Theotókos.
3 - I due temi che ho richiamato alla comune attenzione sono solo una piccola parte delle grandi sfide che dobbiamo quotidianamente affrontare e dinanzi alle quali ci sentiamo spesso sprovvisti o inadeguati o deboli, comunque in difficoltà. Abbiamo bisogno dell'aiuto di Pietro.
Ed ecco la proposta-appello che con tutta semplicità e profonda fiducia avanzo: costituire un organismo formato dai Patriarchi e Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali in comunione con Roma, simile al Sinodo Permanente della Tradizione Orientale, tramite il quale il Successore di san Pietro può confortarci, sostenerci e consigliarci nel dare pienezza evangelica al nostro ministero e alla nostra missione.
4 - Conseguentemente a questa prima proposta, ne avanzo una seconda. Chiedo ai Partecipanti a questo Sinodo di chiedere al Santo Padre di dedicare al tema generale della natura e del ruolo delle Chiese Cattoliche Orientali un Sinodo entro un prossimo futuro.

[Testo originale: italiano]

- S. E. R. Mons. Antonio Maria VEGLIÒ, Arcivescovo titolare di Eclano, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (CITTÀ DEL VATICANO)

Negli ultimi decenni, i cristiani, e particolarmente i giovani, in molti Paesi dell'area mediorientale, abbandonano la loro patria in massa. È sotto gli occhi di tutti, perciò, che i cristiani nel Medio Oriente versano in situazioni di diffusa difficoltà, sono in numero esiguo e appaiono spesso impotenti e rassegnati. In quest'importante assise spontaneamente emergono sentimenti di spirituale vicinanza, di sostegno e di incoraggiamento per i cristiani in Medio Oriente, anche ricordando il sacrificio della vita che hanno offerto al mondo Mons. Faraj Raho, Mons. Luigi Padovese, Don Andrea Santoro e altri sacerdoti e tanti uomini e donne, che le comunità cristiane locali ben conoscono e ammirano.
Nel fenomeno migratorio vi sono anche aspetti positivi, avendo esso fatto aumentare il numero dei cattolici nella regione che si riversano in alcune aree del Medio Oriente, tanto che non sono poche le comunità cristiane composte quasi esclusivamente da immigrati, sempre più a contatto con popolazioni di altra religione, specialmente musulmani.
In tale scenario, è decisivo sollecitare un impegno politico a livello mondiale che affronti le cause dell'emorragia di uomini e donne, che svuota le Chiese del Medio Oriente e i luoghi in cui il cristianesimo è nato e si è sviluppato. Sarebbe terribile se la Terra Santa e i Paesi limitrofi, culla del cristianesimo e patria del Principe della Pace, diventassero un museo di pietre, un caro ricordo dei tempi passati! Altrettanto indispensabile è l'impegno culturale, cioè la formazione al rispetto della centralità e della dignità di ogni persona umana, l'opposizione alla xenofobia, talvolta favorita dai mezzi di comunicazione, e il sostegno all'integrazione che salvi l'identità delle persone.
Mentre vedo con preoccupazione i problemi sociali emergenti, noto anche il rischio che le singole Chiese Orientali Cattoliche si ripieghino su se stesse. Le comunità cristiane del Medio Oriente devono essere incoraggiate ad una migliore conoscenza reciproca, che le aiuti a rispettarsi e ad apprezzarsi maggiormente, a collaborare e a lavorare insieme per avere maggior peso.
Questa Assemblea certamente manifesterà solidarietà e sostegno per i cristiani del Medio Oriente, affinché si sentano incoraggiati a rimanere in patria, così da poter svolgere là la loro missione di "lievito", attraverso la vita e la testimonianza della comunione e, dove è possibile, anche con l'annuncio esplicito di Gesù Cristo unico Signore e Salvatore.
Infine, voglio farvi una confidenza: sono molto contento di questo Sinodo, che vi farà meglio conoscere tra di voi Chiese Orientali e tra voi e la Chiesa latina. E se ci conosciamo, ci ameremo e c i aiuteremo di più.

[Testo originale: italiano]

- S. E. R. Mons. Raboula Antoine BEYLOUNI, Arcivescovo titolare di Mardin dei Siri, Vescovo di Curia di Antiochia dei Siri (LIBANO)

In Libano abbiamo un comitato nazionale per il dialogo islamo-cristiano da diversi anni. Esisteva anche una commissione episcopale, istituita in seguito all’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici in Libano, incaricata del dialogo islamo-cristiano. È stata soppressa ultimamente per conferire maggiore importanza all’altro comitato; per di più non aveva ottenuto risultati tangibili.
Talvolta vengono portati avanti in diversi luoghi vari dialoghi nei paesi arabi, come ad esempio quello del Qatar in cui l’Emiro stesso invita, a sue spese, personalità di diversi paesi delle tre religioni: cristiana, musulmana ed ebraica. In Libano, alcuni canali televisivi come Télé-lumière e Noursat trasmettono programmi sul dialogo islamo-cristiano. Spesso viene scelto un tema e ogni parte lo spiega e lo interpreta secondo la sua religione. Queste trasmissioni sono di solito molto istruttive.
Vorrei con questo intervento richiamare l’attenzione sui punti che rendono difficili e spesso inefficaci questi incontri o dialoghi. Ovviamente non si discute sui dogmi, ma anche gli altri temi d’ordine pratico e sociale sono difficilmente affrontabili quando sono inseriti nel Corano o nella Sunna. Ecco le difficoltà con cui ci confrontiamo.
Il Corano inculca al musulmano l’orgoglio di possedere la sola religione vera e completa, religione insegnata dal più grande profeta, poiché è l’ultimo venuto. Il musulmano fa parte della nazione privilegiata e parla la lingua di Dio, la lingua del paradiso, l’arabo. Per questo affronta il dialogo con questa superiorità e con la certezza della vittoria.
Il Corano, che si suppone scritto da Dio stesso da cima a fondo, dà lo stesso valore a tutto ciò che vi è scritto: il dogma come qualunque altra legge o pratica.
Nel Corano non c’è uguaglianza tra uomo e donna, né nel matrimonio stesso in cui l’uomo può avere più donne e divorziare a suo piacimento, né nell’eredità in cui l’uomo ha diritto a una doppia parte, né nella testimonianza davanti ai giudici in cui la voce dell’uomo equivale a quella di due donne ecc.
Il Corano permette al musulmano di nascondere la verità al cristiano e di parlare e agire in contrasto con ciò che pensa e crede.
Nel Corano vi sono versetti contraddittori e versetti annullati da altri, cosa che permette al musulmano di usare l’uno o l’altro a suo vantaggio; così può considerare il cristiano umile, pio e credente in Dio ma anche considerarlo empio, rinnegato e idolatra.
Il Corano dà al musulmano il diritto di giudicare i cristiani e di ucciderli con la jihad (guerra santa). Ordina di imporre la religione con la forza, con la spada. La storia delle invasioni lo testimonia. Per questo i musulmani non riconoscono la libertà religiosa, né per loro né per gli altri. Non stupisce vedere tutti i paesi arabi e musulmani rifiutarsi di applicare integralmente i “Diritti umani” sanciti dalle Nazioni Unite.
Di fronte a tutti questi divieti e simili argomenti dobbiamo eliminare il dialogo? No, sicuramente no. Ma occorre scegliere i temi da affrontare e gli interlocutori cristiani capaci e ben formati, coraggiosi e pii, saggi e prudenti... che dicano la verità con chiarezza e convinzione...
Deploriamo talvolta alcuni dialoghi in TV in cui l’interlocutore cristiano non è all’altezza del compito e non riesce a esprimere tutta la bellezza e la spiritualità della religione cristiana, cosa che scandalizza gli ascoltatori. Peggio ancora, talvolta ci sono interlocutori del clero che, nel dialogo, per guadagnarsi la simpatia del musulmano chiamano Maometto profeta e aggiungono la famosa invocazione musulmana spesso ripetuta “Salla lahou alayhi wa sallam” (che la pace e la benedizione di Dio siano su di lui).
Per concludere suggerisco quanto segue.
Dato che il Corano ha parlato bene della Vergine Maria, insistendo sulla verginità perpetua e sulla sua concezione miracolosa e unica, che ci ha dato Cristo, e dato che i musulmani la considerano molto e chiedono la sua intercessione, dobbiamo ricorrere a lei in ogni dialogo e in ogni incontro con i musulmani. Essendo la Madre di tutti, Ella ci guiderà nei nostri rapporti con i musulmani per mostrare loro il vero volto di suo Figlio Gesù, Redentore del genere umano.
Voglia Dio che la festa dell’Annunciazione, dichiarata in Libano festa nazionale per i cristiani e i musulmani, divenga festa nazionale anche negli altri paesi arabi.

[Testo originale: francese]

- S. E. R. Mons. Flavien Joseph MELKI, Vescovo titolare di Dara dei Siri, Vescovo di Curia di Antiochia dei Siri (LIBANO)

Il paragrafo 25 dell’Instrumentum Laboris invita i cristiani del Medio Oriente a dare il proprio contributo, insieme ai musulmani moderati e illuminati, per riuscire a instaurare negli Stati islamici in cui vivono, una “laicità positiva” che garantirebbe l’uguaglianza di tutti i cittadini riconoscendo il ruolo benefico delle religioni. Questa riforma del regime politico e teocratico dei nostri paesi favorirebbe “la promozione di una democrazia sana”.
Queste proposte, benché auspicabili e legittime, hanno la possibilità di essere messe in pratica? È pensabile che i paesi arabi del Medio Oriente, in cui il fondamentalismo continua a inasprirsi, accetteranno, in un futuro prossimo, di abbandonare i loro regimi teocratici, fondati sul Corano e sulla Shari’a che comportano una evidente discriminazione nei confronti dei non musulmani? Mi sembra utopico per i secoli a venire.
A eccezione del Libano, i circa 15.000.000 di cristiani del Medio Oriente sono, sottoposti da 14 secoli a molteplici forme di persecuzione, di massacro, di discriminazione, di sopruso e di umiliazione. Ancora oggi, nel III millennio, assistiamo impotenti, con il cuore straziato, alla prova dei nostri fratelli iracheni e al loro esodo di massa.
Dovremo attendere la scomparsa dei cristiani del Medio Oriente per alzare la voce e reclamare con forza libertà, uguaglianza e giustizia per queste minoranze religiose minacciate nella loro sopravvivenza? Il mondo civile assisterà con indifferenza alla loro estinzione?
Occorre quindi agire, senza tardare, per riformare questi regimi islamici. I cristiani del Medio Oriente non saprebbero, da soli, raggiungere questo obiettivo. Devono essere aiutati dalla Chiesa universale e dai paesi democratici.
1 - La Santa Sede potrebbe intervenire, in questo senso, presso i paesi con i quali intrattiene relazioni diplomatiche.
2 - I paesi europei, gli Stati Uniti e i paesi rispettosi dei diritti umani dovrebbero fare pressione, a tutti i livelli, sui regimi che ledono i diritti inalienabili della persona umana, per spingerli a riformare le loro leggi, ispirate alla Shari’a islamica, che considerano le minoranze religiose come cittadini di seconda classe.
E perché non chiedere alle istanze internazionali di perorare la causa dei cristiani, vittime di discriminazione, ed esigere che i paesi islamici trattino i cristiani alla stregua degli Stati europei, che conferiscono alle minoranze di musulmani, divenuti cittadini, gli stessi diritti dei propri abitanti autoctoni.
Mobilitando così l’opinione pubblica internazionale, i cristiani avrebbero delle buone ragioni per sperare e ritroverebbero la loro dignità di cittadini a pieno titolo, cosa che li spingerebbe a non espatriare.
Dobbiamo reclamare incessantemente i nostri diritti lesi e la nostra dignità calpestata e operare instancabilmente per ricomporre questa situazione anormale, secondo la Parola di Cristo: “Chiede te e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7, 7). O ancora, seguire l’esempio della vedova del Vangelo, senza mezzi di difesa, che insistendo ha potuto infine ottenere da un giudice iniquo, senza fede e senza cuore, che venisse fatta giustizia.

[Testo originale: francese]


- S. E. R. Mons. Mounged EL-HACHEM, Arcivescovo titolare di Darni, Nunzio Apostolico (LIBANO)

Il Corano contiene dei versetti che impongono la tolleranza, soprattutto nei confronti dei cristiani. I primi califfi e i governatori delle province sono ricorsi ai cristiani perché dessero il loro contributo al governo. Ma è soprattutto nel campo della cultura e delle cure mediche che i cristiani hanno occupato il primo posto.
I rapporti si sono deteriorati con le crociate e soprattutto sotto il regime dei Mammalucchi.
Alla fine del XIX° secolo e all’inizio del XX°, il mondo arabo e i musulmani hanno affrontato difficoltà enormi: i paesi dell’Africa del nord erano stati colonizzati dalla Francia; la lingua araba era quasi scomparsa, l’impero turco cominciava a perdere consistenza. Numerosi intellettuali cristiani, soprattutto libanesi e siriani sono emigrati in Egitto e lì hanno dato il via alla rinascita della lingua e della cultura araba.
Oggi, soprattutto a partire dall’11 settembre del 2001, il mondo musulmano affronta grandi sfide, nonostante le sue ricchezze, specialmente le sue immense riserve di petrolio e di gas.
Ricordiamone qualcuna:
- i suoi difficili rapporti con l’Occidente, soprattutto con l’Europa e gli Stati Uniti d’America
- i suoi regimi politici: dittature militari e monarchie ereditarie
- assenza di democrazia, di libertà (d’opinione, di espressione, di associazione, di religione...)
- mancato rispetto dei diritti dell’uomo, nonostante la firma del trattato del 1948
- condizione della donna e sua uguaglianza con l’uomo
- tensione tra Sunniti e Sciiti
- guerre e conflitti: Palestina, Iraq, Yemen...
- confusione tra lo spirituale e il temporale, tra la religione e lo stato.
Numerosi sono i cristiani e le associazioni che si occupano del dialogo islamo-cristiano, a partire dalla sezione islamica del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.
Alcuni suggerimenti pratici in vista di una collaborazione concreta:
1. Favorire una conoscenza esatta, e allo stesso tempo elementare di una parte e dell’altra: “l’uomo è il nemico che non si conosce”. Questo insegnamento deve svolgersi a tutti i livelli: dalla scuola materna all’università.
2. Mettere a punto manuali scolastici che assicurino un insegnamento esatto delle due religioni
3. Incoraggiare le scuole miste, lo scambio tra le scuole cristiane e musulmane , cosa che viene effettuata sempre più spesso in Libano
4. Organizzare campeggi comuni, dove i giovani musulmani e cristiani possano vivere insieme
5. Svolgere insieme attività sociali, caritative e umanitarie.
È auspicabile che i capi religiosi di uno stesso paese prendano iniziative che incoraggino la collaborazione tra i fedeli delle due religioni; in Libano, per esempio, il Comitato Nazionale del dialogo islamo-cristiano, istituito dai Capi delle sei Comunità religiose più importanti, sta svolgendo un lavoro notevole. Il governo ha messo a punto due manuali comuni di storia e di educazione civica per tutti gli scolari. Intende rivolgersi alle masse e non limitarsi alle classi elitarie.
Questo dialogo di vita rappresenta una messa in pratica del tema del Sinodo: “Comunione e testimonianza”

[Testo originale: francese]