La nuova legge sulla sicurezza, "peccato originale nella legislazione sulle migrazioni"

Commento del segretario del dicastero per i Migranti e gli Itineranti

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di Roberta Sciamplicotti

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 25 agosto 2009 (ZENIT.org).- La nuova legge italiana sulla Pubblica Sicurezza è “un ‘peccato originale’ nella legislazione sulle migrazioni”, ha dichiarato l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

In un intervento dal titolo “Commenti sulla nuova legge italiana sulla Pubblica Sicurezza”, pubblicato dalla rivista britannica “Jurist” il 14 agosto, il presule confessa di aver espresso “un punto di vista molto critico su tale questione”, che ha ricevuto un’approvazione “lungi dall’essere unanime”.

Le nuove norme regolano l’immigrazione in Italia e forniscono disposizioni sulla condizione degli stranieri che vivono nei confini nazionali.

L’Arcivescovo Marchetto ricorda che ultimamente “l’opinione pubblica è stata nutrita da rapporti mediatici su crimini atroci commessi da stranieri, esacerbando sentimenti di insicurezza, paura e perfino xenofobia”.

“Quanti beneficiano dei servizi degli immigrati, per la cura dei bambini e degli anziani, nei lavori domestici e in altre occupazioni che sempre meno italiani sono disposti a svolgere, affermano che è un’ingiustizia nei loro confronti non riportare anche questi aspetti”.

“Gli operatori dei mezzi di comunicazione devono assumere la propria responsabilità a questo proposito”, aggiunge il presule.

Migrazioni e respingimenti

“Prima di entrare nel merito (direi demerito) della questione”, monsignor Marchetto ha voluto ripercorrere brevemente la situazione mondiale e il contesto in cui le migrazioni hanno luogo attualmente, osservando che “non richiede un grande sforzo capire che oggi la gente lascia i propri Paesi per guerre, violenza, violazione dei diritti umani, carestia e altre catastrofi naturali o provocate dall’uomo”.

“Ci sono anche coloro che lasciano il proprio Paese per far fronte alle proprie necessità e a quelle dei familiari, o semplicemente per trovare migliori opportunità all’estero”, ha osservato.

“Quando si avvicinano ai nostri confini nazionali, ci chiediamo quali ragioni li hanno portati fino a lì o siamo così influenzati da considerarli subito con sospetto e ritenerli un pericolo o una minaccia potenziali?”, ha chiesto.

Nonostante “la fondamentale distinzione e la differenza nel trattamento legale” “tra lavoratori migranti e rifugiati o richiedenti asilo”, monsignor Marchetto ha sottolineato “la noncuranza per le differenze” negli ultimi casi di respingimento ordinati dal Governo italiano nei confronti di quanti viaggiavano via mare dalle coste africane all’Italia.

“Sappiamo che il principio del non respingimento è fondamentale nella difesa delle popolazioni perseguitate”, ha dichiarato.

Mentre la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti di Tutti i Lavoratori Migranti e dei Membri delle Loro Famiglie, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU con la risoluzione 45/158 del 18 dicembre 1990 e in vigore dal 1° luglio 2003, sottolinea che nessuno deve essere privato dei propri diritti a causa dell’irregolarità del suo soggiorno o del suo impiego, monsignor Marchetto osserva che la nuova legge italiana ha invece “inasprito le norme relative allo status irregolare degli stranieri, e ha trasformato le migrazioni irregolari in un delitto criminale anziché nella violazione amministrativa che era”.

Peccato originale” nella legislazione

Secondo monsignor Marchetto, questo cambiamento di prospettiva ha “significative ripercussioni” sulla vita concreta del migrante e della sua famiglia.

“Lo considero un ‘peccato originale’ nella legislazione sulle migrazioni”, ha dichiarato il presule.

In primo luogo, ha osservato, “sarà difficile per l’immigrato irregolare trovare un alloggio, visto che chiunque affitti un appartamento a persone in queste condizioni corre il rischio del carcere”.

“Sarà difficile se non impossibile” per il migrante irregolare anche inviare rimesse ai propri familiari, visto che ciò “richiede la presentazione di un regolare permesso di soggiorno nel Paese”.

Questo fattore è particolarmente rilevante e solleva “una seria preoccupazione per il benessere delle famiglie che sono rimaste a casa, e priva i Paesi d’origine di quelle entrate di cui le loro povere economie hanno grande bisogno”.

La nuova legge, prosegue il presule, danneggia le famiglie. “Visto che tutti gli atti legali relativi allo stato civile richiedono la presentazione di un regolare permesso di soggiorno, un immigrato irregolare non può essere registrato come genitore di un bambino che potrebbe anche avere uno status legale in Italia”.

Allo stesso modo, serve il permesso di soggiorno per poter sposare un cittadino italiano, così come gli immigrati sono a rischio a livello sanitario, perché i medici devono riferire alle autorità la presenza nel territorio di persone irregolari, che quindi potrebbero non farsi curare mettendo in pericolo la propria vita e anche quella degli italiani.

Anche se gli Stati “hanno sicuramente il diritto di controllare le proprie frontiere e di assicurarsi che non siano un ingresso facile per i criminali, che potrebbero approfittare della miseria e delle condizioni disperate”, “la giustizia e la solidarietà non sono concetti contrapposti, ma vanno mano nella mano, come la pubblica sicurezza e l’accoglienza”, ha rimarcato monsignor Marchetto.

“Il bene comune nazionale, in ogni caso, deve essere considerato nel contesto del bene comune universale”, ha concluso.

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ZENIT Staff

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