Abbiamo molte sfide da affrontare e vincere sul piano pastorale e missionario nel nostro presente, e per realizzare quello che il Santo Padre ci sprona a fare nelle “periferie esistenziali”, è necessaria una corretta analisi, che scavi fino in fondo l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Siamo infatti siamo chiamati a dare, come scrive Papa Francesco, “una nuova carne alla parola”, a trovare cioè nuovi modi di dire Cristo, nuove maniere di comunicarlo alle persone in ogni luogo della terra ed in ogni situazione culturale. E’ assai difficile poter affrontare questo se non ci si è appropriati fino in fondo della storia dell’arte, della filosofia dell’arte o dell’estetica. Come possiamo infatti iniziare a costruire senza prima progettare, e come possiamo progettare senza prima aver chiarito i termini storiografici della questione nella quale siamo chiamati ad intervenire? In altre parole, senza una corretta storia dell’arte, capace di spiegare ogni epoca dell’arte cristiana alla luce della fede, è difficile progettare nuove chiese o commissionare nuovi dipinti per quelle chiese, o fare considerazioni pastorali sulla nuova o vecchia evangelizzazione, alla ricerca di strumenti efficaci.

Nell’Angelus di ieri il Santo Padre ancora una volta ci esorta a non diventare dei “cristiani annacquati”, ovvero a non perderci nelle spire del mondo, a non diventare, cioè, "mondani", facendo perdere di sapore quel sale che Gesù ci ha consegnato con il suo sacrificio d’amore. Papa Francesco ci esorta a evitare che il cristiano si "annacqui" e “perda la carica di novità che gli viene dal Signore e dallo Spirito Santo”. Bisogna evitare di conformarsi al mondo: per uno studioso di storia dell’arte cristiana questo significa anche evitare la tentazione di cedere alle lusinghe di una storiografia approssimativa, fatta magari di molti documenti cartacei e di poca sapienza di lettura. Conformarsi al mondo, nella storia dell’arte, significa guardare le opere d’arte solo come oggetti che hanno avuto e hanno una sola dimensione, quella economica, e ridurre la storia la storia degli uomini solo a questioni economiche o a ricerca di successo; significa considerare gli artisti di tutti i tempi solo esseri “corrotti” e pervertiti, credere che l’arte coincida con il lusso e che nasca solo dal piacere arrogante dell’esibizione e della propaganda politica; significa ritenere che tutta l’arte occidentale, quella cristiana, e cattolica in particolare, sia afflitta dal peccato originale dell’eresia o dell’arbitrio; significa considerare l’Umanesimo e il Rinascimento come epoche pagane dal punto di vista artistico e il Barocco come un tronfio trionfalismo politicamente scorretto. Esiste infatti nella storia dell’arte un conformarsi al mondo che ha inteso screditare tutta l’arte sacra cristiana, frantumandola in mille pezzi, dividendola in mille stili contrapposti e discontinui. Questo è il conformismo peccaminoso della storia dell’arte che annacqua la grande carica di novità che nel passato il cristianesimo è riuscito a produrre a partire proprio da Cristo, questa è la perdita che atrofizza e paralizza il nostro progettare il mondo.

Esistono molti studi sulla storia dell’arte, sia teorici che iconologici, che pur scovando verità e rintracciando sentieri, finiscono poi per ricostruire malamente un’epoca intera o l’esperienza di un artista o di una singola opera, non riuscendo a comprenderli a volte semplicemente per ignoranza delle informazioni catechetiche basilari, per confusione teorica, oppure per ideologia o anche a volte solo per insensibilità e sbadataggine intellettuale.

Per esempio, ci sono testi come quello memorabile di David Freedberg, Il potere delle immagini, pubblicato a Chicago nel 1989, che già nel sottotitolo Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico mostra un interesse riduzionista: separa infatti il ruolo delle immagini in una categoria a parte, quella appunto delle emozioni, che gli permette di anatomizzare fino al limite estremo il “potere delle immagini”. Distinguere per studiare, che è proprio di alcune scienze, talvolta genera incapacità di ricostruire il mondo che ha generato le immagini artistiche, riducendolo semplicemente ad un cadavere dissezionato. Freedberg ha uno sguardo penetrante che conficca spilli su ogni piccola parte per fissarla, egli guarda l’oggetto dei sui studi con uno sguardo da entomologo, perché quella specie che studia gli è estranea, non gli appartiene. Egli studia i meccanismi del formicaio, ma li riporta alla sua esperienza personale e non compenetra il dispiegarsi degli eventi della comunità alla comunità stessa delle formiche, in altre parole vediamo smontato il formicaio, indicate tutte le parti, analizzati tutti gli elementi singoli, ma non riusciamo a vedere più l’insieme e quindi di fatto non conosciamo nulla di più di quel che sapevamo prima. Purtroppo una visione olistica del mondo delle immagini è spesso mancante anche all’interno del pensiero cattolico. Quanto tutto questo sia fuorviante lo possiamo vedere, per esempio, in una considerazione che il libro di Freedberg produce entro l’ultimo testo di Paolo Prodi, Arte e pietà nella Chiesa tridentina (Il Mulino Bologna 2014). Paolo Prodi, già nell’introduzione, parlando del passaggio dal Rinascimento alla Riforma e alla Controriforma scrive «In questi stessi decenni l’analisi delle opere d’arte, sia letterarie che figurative, è entrata a pieno titolo nelle storia generale come strumento primario per l’interpretazione dei grandi fenomeni della politica e della cultura, e si è messo in luce l’uso delle immagini come strumento di potere»[1]. Nella nota si riferisce proprio al libro di Freedberg mostrando come la lettura riduzionista delle immagini falsifichi l’esito parziale presentandolo come totale e definitivo. L’effetto è tale che difficilmente potremo scrollarci di dosso il pregiudizio che interpreta le immagini artistiche solo in termini di fini politici e demagogici, tanto da arrivare a sconsigliarne l’uso odierno in campo pastorale e missionario.

Un altro esempio di rimandi distratti ed ideologici, è presente all’inizio del secolo scorso quando i testi di Aby Warburg[2] e di Jean Seznec[3] pongono i termini estremi di una questione storiografica che si interroga sul paganesimo del Rinascimento. Warburg insieme ad altri sostiene questa tesi già all’inizio del ‘900, mentre già nel 1940 un suo allievo Seznec la smentisce, infatti «l’ottica di Jean Seznec è strutturata secondo una continuità della tradizione antica attraverso il Medioevo fino al maturo Rinascimento»[4].  Jean Seznec scrive nella introduzione del suo libro sul paganesimo nell’arte, che «l’antichità pagana, lungi dal rinascere nell’Italia del secolo decimo quinto, era sopravvissuta nella cultura e nell’arte medievali; anche per gli antichi dei non vi fu alcuna resurrezione giacchè essi in realtà non erano mai scomparsi dalla memoria e dall’immaginazione degli uomini»[5].  E conclude «alla luce delle nostre analisi infatti il Rinascimento ci appare come una reintegrazione dei motivi antichi nella loro forma antica: non dunque una “resurrezione”, come spesso si lascia intendere, ma un ripristino e un rinnovamento»[6]. Dopo questi due studiosi, si sono ulteriormente affinati gli studi iconologici fino a comprendere pienamente che il Rinascimento non è artisticamente opposto al Medioevo ma in totale continuità, tanto da poterlo definire il compimento del Medioevo.

Persino in un testo filosofico in sé apprezzabile, quale Arte e scolastica di Jacques Maritain, inciampiamo in un giudizio errato sul Rinascimento, che ha condizionato ininterrottamente gran parte del pensiero cattolico successivo, determinando uno scollamento dai fatti storici e introducendo un elemento di discontinuità, che troviamo proprio in un pensatore che invece ebbe come suo intento quello di legare il passato al presente nella linea della continuità.[7]

Il pregiudizio nei confronti del Rinascimento, del Manierismo e del Barocco che andava di moda presso alcuni movimenti artistici anticattolici dell’inizio del ‘900 determinò, dunque, anche in un pensatore fine come Maritain il mito del “primitivismo”, che egli prediligeva ingenuamente ritenendolo capace di risolvere le questioni artistiche nel campo dell’arte sacra di quei decenni.

Da allora, non molto è cambiato, gli studi storico artistici progrediscono in molti campi, ma in ambiente cattolico permane il pregiudizio nei confronti dei secoli più interessanti dell’arte cristiana. Fino a quando non vinceremo questi pregiudizi infondati, legati a una logica mondana, non potremo far ripartire la rinascita dell’arte e non riusciremo a dare una nuova carne alla Parola, come ci chiede Papa Francesco.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio.

Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail: rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

[1] P. Prodi, Arte e pietà nella Chiesa tridentina, Il Mulino Bologna 2014, pp. 10-11.

[2] A. Warburg, La rinascita del paganesimo antico, La Nuova Italia, Firenze 1987.

[3] J. Seznec, La Survivance des dieux antiques. Essai sur le rôle de la tradition mythologique dans l’humanisme et dans l’art de la Renaissance, Studies of the Warburg Institute 11, Londres : The Warburg Institute, 1940

[4] C. Cieri Via, Nei dettagli nascosto, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994, pag.91.

[5] J. Seznec, op. cit. p. 3

[6] Ivi.

[7] J. Maritain, Art et scolastique, Paris, Librairie de l'Art Catholique, 1920