CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 novembre 2011 (ZENIT.org) - Quello libanese è un territorio di cruciale importanza per le sorti della pace in Medio Oriente e del resto del mondo. E' questo uno degli aspetti più rilevanti emersi dal colloquio tra papa Benedetto XVI e il premier di Beirut, Najib Mikati.

L'incontro è avvenuto stamattina nel Palazzo Apostolico, dove il Santo Padre ha ricevuto in Udienza il Presidente del Consiglio dei Ministri del Libano.

Successivamente Najib Mikati ha reso visita al Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone, accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti.

Nel corso dei cordiali colloqui sono stati messi in rilievo il ruolo che il Libano riveste per la regione e per il mondo intero e la sua vocazione a offrire un messaggio di libertà e di rispettosa convivenza delle diverse comunità cristiane e musulmane che lo compongono.

Si è auspicata, inoltre, una maggiore stabilità politica e una  collaborazione e un dialogo più proficui fra i diversi responsabili della vita sociale e istituzionale, anche per poter affrontare efficacemente le sfide che si presentano al Paese a livello interno e internazionale.

Nel prosieguo dei colloqui il Papa e il premier libanese si sono soffermati sulla situazione del Medio Oriente, con riferimento anche alla delicata situazione in Siria. Al riguardo hanno sottolineato l’urgenza che tutti si impegnino per una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia, sulla riconciliazione e sul rispetto della dignità della persona e dei suoi diritti inalienabili.

Hanno richiamato, infine, il contributo fondamentale che a tale scopo possono offrire i Cristiani chiamati a essere artefici di concordia e di pace e la cui permanenza è essenziale per il bene della Regione.

SPECIALE ASSISI: La testimonianza del Rabbino David Rosen

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo del discorso pronunciato dal Rabbino David Rosen, Direttore del Dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (AJC), giovedì 27 ottobre ad Assisi.

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Un pellegrinaggio è, per definizione, molto più che un viaggio. Le parole ebraiche per pellegrinaggio sono “aliyah la’regel”, espressione che significa “salita a piedi”.

Il concetto biblico di ascesa aveva un significato al tempo stesso letterale e spirituale. Letterale, poiché si salivano i monti della Giudea sino a Gerusalemme, al Santo Tempio.

In ogni caso, il simbolismo fisico cercava di instillare nella coscienza del pellegrino una consapevolezza interiore di ascesa spirituale, di essere sempre più vicino a Dio e, di conseguenza, un accordo con il volere divino e con i comandamenti.

Questo concetto di pellegrinaggio, di ascesa, è centrale alla visione profetica dello stabilimento del Regno dei Cieli sulla terra – la visione messianica di pace universale.

Nelle parole del profeta Isaia: “Verranno molti popoli e diranno: «Andiamo e saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe, affinché egli ci insegni le sue vie e noi possiamo camminare nei suoi sentieri; poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore». Egli sarà giudice tra le nazioni e arbitro fra molti popoli; spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri e delle loro lance faranno falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,3-4).

E continua il profeta: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello ; il leopardo si sdraierà con il bambino; il vitello e il leone pascoleranno insieme, e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme, i loro piccoli si sdraieranno insieme; il leone si ciberà di paglia, come il bue. Un lattante giocherà sulla buca di un serpente e un bambino metterà la sua mano nel covo di una vipera. Non faranno del male né distruggeranno in tutto il mio santo monte, poiché la terra sarà piena della conoscenza del Signore, come le acque ricoprono il mare” (11,6-9).

C’è un famoso commento del grande rabbino Meir Simcha di Dwinsk, vissuto un secolo fa. Egli osservava che questa visione di pace si era già realizzata una volta nella storia religiosa dell’umanità, all’interno dell’arca di Noè. Lì i predatori dovettero vivere da vegetariani e le loro potenziali prede poterono vivere in pace. Tuttavia, notava il rabbino, la profonda differenza tra la situazione dell’Arca di Noè e la visione di Isaia è che nell’arca di Noè non vi era possibilità di scelta. Quella era l’unica opzione disponibile per gli animali, al fine di sopravvivere al diluvio. La visione di Isaia invece nasce dalla “conoscenza del Signore”: è una visione che sgorga dalla più intima comprensione spirituale e dalla libera volontà. Per molti, nel mondo, la pace è una necessità pragmatica – e in effetti ciò è vero, non dobbiamo in alcun modo sminuire la benedizione che rappresenta per il nostro mondo un tale pragmatismo. Tuttavia, ciò che gli uomini e le donne di fede cercano e ciò a cui anelano,“salire alla montagna del Signore” è un’idea di pace quale espressione sublime della volontà divina e dell’immagine divina nella quale ogni essere umano è creato.

Per aver dimostrato questa aspirazione in una maniera così visibile, qui in Assisi, 25 anni fa, noi abbiamo un debito di gratitudine alla memoria del Beato Giovanni Paolo II e dobbiamo essere profondamente grati al suo successore, Papa Benedetto XVI per aver continuato questo cammino.

I saggi del Talmud ci insegnano che pace non solo è il nome di Dio (Shabbat b, cfr. Gdc ,24),ma è anche il prerequisito indispensabile per la redenzione, come sta scritto (Is ,7): “Egli annuncia la pace…egli annuncia la salvezza” (Deuter. Rabbah 20,10). Inoltre, i nostri saggi sottolineano che non vi è altro valore per cercare il quale siamo obbligati ad uscire dalla nostra strada, come accade per la pace, come sta scritto (Sal ,15): “cerca la pace e perseguila”.

Possa l’incontro di oggi rinvigorire tutti gli uomini e donne di fede e di buona volontà per moltiplicare i nostri sforzi e fare di questo obiettivo una realtà, realtà che porti vera benedizione e guarigione all’umanità, come sta scritto: “Pace, pace ai lontani e ai vicini e li guarirò” (Is ,19).

SPECIALE ASSISI: Il discorso di Sua Eminenza Norvan Zakarian

ROMA, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Apriamo il nostro speciale su Assisi con il discorso che Sua Eminenza Norvan Zakarian, Primate della Diocesi della Chiesa Apostolica Armena di Francia, ha pronunciato giovedì 27 ottobre nella città del Poverello in occasione della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo.

SPECIALE ASSISI: L'allocuzione della Rappresentante dei non credenti o agnostici

ROMA, sabato, 29 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Per chiudere il nostro speciale su Assisi, pubblichiamo di seguito l’allocuzione pronunciata dalla filosofa, psicanalista e scrittrice Julia Kristeva, rappresentante dei non credenti o agnostici.

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Cos’è l’umanesimo? Un grande punto di domanda sulla questione più seria? È nella tradizione europea, greco-giudaico-cristiana che si produce questa realtà, che continua al tempo stesso a promettere, a deludere, a rifondarsi.

Signore e Signori,
Le parole di Giovanni Paolo II, “Non abbiate paura!”, non sono indirizzate unicamente ai credenti, perché esse incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L’appello di quel Papa, apostolo dei diritti umani, ci spinge anche a non temere la cultura europea, ma, al contrario, ad osare l’umanesimo: nel costruire delle complicità tra l’umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal Rinascimento e dall’Illuminismo, ha l’ambizione di aprire le strade rischiose della libertà.

1. L’umanesimo del XXI secolo non è un teomorfismo. Né “valore”, né “fine” , l’Uomo con la maiuscola non esiste. Dopo la Shoah il Gulag, l’umanesimo ha il dovere di ricordare a uomini e donne che se, per un verso, noi ci riteniamo gli unici legislatori, è unicamente attraverso la continua messa in questione della nostra situazione personale, storica e sociale che noi possiamo decidere della società e della storia.

2. L’umanesimo è un processo di rifondazione permanente, che si sviluppa unicamente grazie a delle rotture che sono delle innovazioni. La memoria non riguarda il passato: la Bibbia, i Vangeli, il Corano, il Rigveda, il Tao, ci abitano al presente. Affinché l’umanesimo possa svilupparsi e rifondarsi, è giunto il momento di riprendere i codici morali costruiti nel corso della storia: senza indebolirli, per problematizzarli, rinnovandoli di fronte a nuove singolarità.

3. L’umanesimo è un femminismo. La liberazione dei desideri doveva condurre all’emancipazione delle donne. Le battaglie per una parità economica, giuridica e politica necessitano di una nuova riflessione sulla scelta e la responsabilità della maternità. La secolarizzazione è a tutt’oggi la sola civilizzazione che manchi di un discorso sulla realtà della madre. Questo legame passionale tra la madre e il bambino, attraverso il quale la biologia diviene senso, alterità e parola, è una “reliance” che, differente dalla funzione paterna e dalla religiosità, le completa, partecipando a pieno titolo all’etica umanista.

4. Poiché risveglia i desideri di libertà di uomini e donne, l’umanesimo ci insegna a prenderci cura di essi. La cura amorosa per l’altro, la cura della terra, dei giovani, dei malati, degli handicappati, degli anziani non autosufficienti, costituiscono delle esperienze interiori che creano delle nuove prossimità e delle solidarietà inattese. Non abbiamo un altro modo per accompagnare la rivoluzione antropologica, già annunciata dalla corsa in avanti delle scienze, dai procedimenti incontrollabili della tecnica e della finanza, e dall’incapacità del modello democratico piramidale a canalizzare le novità.

5. L’uomo non fa la storia, noi siamo la storia. Per la prima volta, l’homo sapiens è in grado di distruggere la terra e se stesso in nome delle proprie credenze, religioni o ideologie. Ugualmente per la prima volta gli uomini e le donne sono in grado di rivalutare in completa trasparenza la religiosità costitutiva dell’essere umano. L’incontro delle nostre diversità qui, ad Assisi, testimonia che l’ipotesi della distruzione non è l’unica possibile. Nessuno può sapere quali esseri umani succederanno a noi che siamo impegnati in questa transvalutazione antropologica e cosmica senza precedenti. La rifondazione dell’umanesimo non è un dogma provvidenziale né un gioco dello spirito, è una scommessa.

Signore e Signori, l’età del sospetto non è più sufficiente. Di fronte alle crisi e alle minacce che si aggravano, è giunta l’età della scommessa. Osiamo scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità di uomini e donne a credere e a conoscere insieme. Affinché, nel “multiverso” bordato di vuoto, l’umanità possa perseguire ancora a lungo il proprio destino creativo.