MADRID, lunedì, 10 novembre 2008 (ZENIT.org).- Maurice Caillet, Venerabile di una Loggia francese per 15 anni, svela alcuni segreti della Massoneria in un libro di recente pubblicazione e dal titolo: “Sono stato massone” (LibrosLibres).
Rituali, norme di funzionamento interno, giuramenti - in particolare le implicazioni del giuramento che obbliga a difendere gli altri “fratelli” massoni - oltre all'influenza sulla politica da parte di questa organizzazione segreta vengono ora alla luce.
Il volume svela anche la decisiva influenza della Massoneria nell'elaborazione e approvazione di leggi come quella dell'aborto in Francia, a cui Maurice Caillet, in quanto medico, ha partecipato attivamente.
Nato a Bordeaux nel 1933 e specializzato in Ginecologia e Urologia, Caillet ha effettuato aborti e sterilizzazioni prima e dopo la legalizzazione nel suo Paese delle interruzioni di gravidanza. Membro del Partito Socialista Francese, è arrivato a ricoprire incarichi di rilievo nell'amministrazione sanitaria.
Quando è entrato ufficialmente nella Massoneria?
Maurice Caillet: All'inizio del 1970 mi convocarono per una possibile iniziazione. Ignoravo praticamente tutto ciò che mi aspettava. Avevo 36 anni, ero un uomo libero e non mi ero mai affiliato a un sindacato o ad alcun partito politico. Un pomeriggio, in una via discreta della città di Rennes, bussai alla porta del tempio, il cui frontone era ornato da una sfinge alata e da un triangolo che circondava un occhio. Venni ricevuto da un uomo che mi disse: “Signore, ha fatto domanda per essere ammesso tra di noi. La sua decisione è definitiva? E' disposto a sottomettersi alle prove? Se la risposta è positiva, mi segua”. Feci un gesto di assenso e venni introdotto in una serie di corridoi. Iniziai a provare una certa inquietudine, ma prima di poterla formulare sentii che la porta si stava chiudendo dietro di noi...
Nel suo libro “Sono stato massone” spiega che la Massoneria è stata determinante per l'introduzione dell'aborto libero in Francia nel 1974.
Maurice Caillet: L'elezione di Valéry Giscard d'Estaing a Presidente della Repubblica Francese portò Jacques Chirac a diventare Primo Ministro, avendo questi come consigliere personale Jean-Pierre Prouteau, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, principale ramo massonico francese, di tendenza laicista. Al Ministero della Sanità fu collocata Simone Veil, giurista, ex deportata di Auschwitz, che aveva come consigliere il dottor Pierre Simon, Gran Maestro della Grande Loggia di Francia, con il quale io mantenevo una corrispondenza. I politici erano ben circondati da quelli che chiamavamo i nostri “Fratelli tre punti”, e il disegno di legge sull'aborto venne elaborato rapidamente. Adottata dal Consiglio dei Ministri nel mese di novembre, la legge Veil venne votata a dicembre. I deputati e i senatori massoni di destra e di sinistra votarono all'unanimità!
Lei afferma che tra i massoni c'è il dovere di aiutarsi. Continua ad essere così?
Maurice Caillet: I “favori” sono un'abitudine in Francia. Certe Logge cercano di essere virtuose, ma il segreto che regna in questi circoli favorisce la corruzione. Nella Fratellanza degli Alti Funzionari, ad esempio, si negoziano certe promozioni, e in quella per le Costruzioni e le Opere Pubbliche si distribuiscono i contratti, con notevoli conseguenze finanziarie.
Lei ha beneficiato di questi favori?
Maurice Caillet: Sì. La Corte d'Appello presieduta da un “fratello” si pronunciò sul mio divorzio ordinando spese condivise, anziché metterle tutte a mio carico, e ridusse l'entità del contributo che dovevo dare ai miei figli. Tempo dopo, in seguito a un conflitto con i miei tre soci della clinica, un altro “fratello massone”, Jean, direttore della Cassa di Sicurezza Sociale, saputa la questione mi propose di assumere la direzione del Centro per gli Esami Sanitari di Rennes.
L'abbandono della Massoneria ha avuto conseguenze sulla sua carriera?
Maurice Caillet: Da allora non ho trovato posto in nessuna amministrazione pubblica o semipubblica, nonostante il mio ricco curriculum.
Ha mai ricevuto minacce di morte?
Maurice Caillet: Dopo essere stato licenziato dal mio posto di lavoro nell'amministrazione e aver iniziato ad agire contro quella decisione arbitraria, ricevetti la visita di un “fratello” della Grande Loggia di Francia, cattedratico e segretario regionale di Forza Operaia, che mi disse con la massima freddezza che se fossi andato avanti presso il tribunale del lavoro “avrei messo in pericolo la mia vita” e lui non avrebbe potuto far niente per proteggermi. Non ho mai immaginato di poter essere minacciato di morte da noti e onorevoli massoni della nostra città.
Lei era membro del Partito Socialista e conosceva molti dei suoi “fratelli” che si dedicavano alla politica. Potrebbe dirmi quanti massoni ci sono stati nel Governo di Mitterrand?
Maurice Caillet: Dodici.
E in quello attuale di Sarkozy?
Maurice Caillet: Due.
Potrebbe dire a un ignorante come me quali sono i principi della Massoneria?
Maurice Caillet: La Massoneria, in tutte le sue obbedienze, propone una filosofia umanista, preoccupata in primo luogo per l'uomo e consacrata alla ricerca della verità, pur affermando che questa è inaccessibile. Rifiuta ogni dogma e sostiene il relativismo, che colloca tutte le religioni su uno stesso piano, mentre dal 1723, nelle Costituzioni di Anderson, pone se stessa su un piano superiore, come “centro d'unione”. Da ciò si deduce un relativismo morale: nessuna norma morale ha in sé un'origine divina e, quindi, definitiva, intangibile. La sua morale evolve in funzione del consenso delle società.
Come si inserisce Dio nella Massoneria?
Maurice Caillet: Per un massone, il concetto stesso di Dio è speciale, come nelle obbedienze chiamate spiritualiste. Nel migliore dei casi è il Grande Architetto dell'Universo, un Dio astratto, ma solo una specie di “Creatore-maestro orologiaio”, come lo definisce il pastore Désaguliers, uno dei fondatori della Massoneria speculativa. Questo Grande Architetto viene pregato, se mi permette l'espressione, perché non intervenga nelle questioni degli uomini, e non viene neanche citato nelle Costituzioni di Anderson.
E il concetto di salvezza?
Maurice Caillet: Come tale non esiste nella Massoneria, salvo sul piano terreno: è l'elitarismo delle successive iniziazioni, anche se queste possono considerarsi appartenenti all'ambito dell'animismo, secondo René Guènon, grande iniziato, e Mircea Eliade, grande esperto di religioni. E' anche la ricerca di un bene che non si specifica in nessun posto... visto che la morale evolve nella sincerità, che, come tutti sappiamo, non è sinonimo di verità.
Qual è il rapporto della Massoneria con le religioni?
Maurice Caillet: E' molto ambiguo. In linea di principio i Massoni proclamano con fermezza una tolleranza speciale nei confronti di tutte le credenze e le ideologie, con un gusto molto marcato per il sincretismo, vale a dire un coordinamento poco coerente delle varie dottrine spirituali: è l'eterna gnosis, sovversione della vera fede. Dall'altro lato, la vita delle Logge, che è stata la mia per 15 anni, rivela un'animosità particolare nei confronti dell'autorità papale e dei dogmi della Chiesa cattolica.
Com'è iniziata la sua scoperta di Cristo?
Maurice Caillet: Ero razionalista, massone e ateo. Non ero neanche battezzato, ma mia moglie Claude era malata e decidemmo di andare a Lourdes. Mentre lei era nelle piscine, il freddo mi costrinse a rifugiarmi nella Cripta, dove assistetti con interesse alla prima Messa della mia vita. Quando il sacerdote, leggendo il Vangelo, disse: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”, ebbi uno shock tremendo perché avevo sentito questa frase il giorno della m
ia iniziazione al grado di Apprendista ed ero solito ripeterla quando, già Venerabile, iniziavo i profani. Nel silenzio successivo – perché non c'era l'omelia – sentii chiaramente una voce che mi diceva: “Bene, chiedi la guarigione di Claude, ma cosa offri?”. Istantaneamente, e sicuro di essere stato interpellato da Dio stesso, pensai che avevo solo me stesso da offrire. Al termine della Messa, andai in sacrestia e chiesi immediatamente il Battesimo al sacerdote. Questi, stupefatto quando gli confessai la mia appartenenza massonica e le mie pratiche occultiste, mi disse di andare dall'Arcivescovo di Rennes. Quello fu l'inizio del mio itinerario spirituale.
[Per ulteriori informazioni su “Sono stato massone”: www.libroslibres.com]
NAPOLI, sabato, 8 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato dal Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, intervenendo a un incontro sul tema “Chiesa e Mezzogiorno: aspetti etico-morali della questione meridionale”, organizzato il 20 giugno a Napoli dall’Istituto italiano per gli studi filosofici.
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Illustri Signore e Signori,
Porgo un cordiale saluto a tutti voi e ringrazio l’Avv. Gerardo Marotta, per avermi invitato a tenere questa relazione su “La Chiesa e il Mezzogiorno: aspetti etico – religiosi della questione meridionale”. Faccio una breve premessa citando il documento dell’episcopato Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà, giacché esso assume oggi, a quasi un ventennio di distanza, un significato di straordinario valore storico. Di fronte ai preoccupanti segnali che ci riserva l’attuale considerazione in cui è tenuta la questione meridionale oggi ancora risulta forte il richiamo che i Pastori, vent’anni fa, rivolsero a credenti e non credenti: «La Chiesa, oggi, in Italia, specie quella operante nel Sud, di fronte alle situazioni di disagio e di attesa ……. deve esprimersi come “segno di contraddizione”, in ogni suo membro, in tutte e singole le sue comunità, in ogni sua scelta, rispetto alla cultura secolarista e utilitaristica e di fronte a quelle dinamiche socio-politiche che sono devianti nei confronti dell’autentico bene comune» (n. 25).
Siamo purtroppo costretti ancor oggi a constatare la sostanziale indifferenza per la questione del Sud, in base alla convinzione che il suo sviluppo sia – di fronte ai macrofenomeni conseguenti al processo di globalizzazione economica – una questione marginale, destinata a scomparire, se dovesse mai scomparire, grazie al progresso generale del Paese, a cui invece occorre rivolgere tutte le energie e le attenzioni un una economia competitiva, lasciando ogni illusione di un intervento specifico rivolto al Sud.
La concentrazione di ogni interesse ed energia sui progetti utili al “sistema paese” diviene però paradossalmente una categoria non comprensiva, ma escludente il Sud ed i nodi che comportano, nel concreto, il grave ritardo registrato nelle regioni meridionali.
Già vent’anni fa i Vescovi italiani mettevano l’accento sulla modificazione dei modelli di comportamento e dei valori che aveva riguardato il Sud, trasformando e lacerando le reti di solidarietà familiari e sociali, che ne avevano tradizionalmente costituito il tessuto connettivo. Oggi l’assimilazione, nei comportamenti delle famiglie e dei giovani meridionali, di modelli edonistici fortemente segnati dall’individualismo, indifferenti ai legami sociali, ha inciso sulla comunità familiare, delegittimandola rispetto alle “agenzie” temporanee (gruppi giovanili, luoghi di ritrovo, intrattenimento organizzato…), fino a generare un ethos diffuso e aggressivo.
In un quadro economico, civile e sociale, che ben può essere riassunto dallo scenario di una modernizzazione senza sviluppo, desidero mettere in luce, molto brevemente, tre aspetti che mi sembrano particolarmente interessanti:
1) Innanzitutto, ritengo particolarmente rilevante il problema della legalità, divenuta apertamente rottura del patto sociale tra aree dello stesso Mezzogiorno (come ha evidenziato anche la “questione rifiuti”), rottura ancor più profonda di quella generata dall’esistenza di diverse vocazioni economico-territoriali che ha indotto a parlare di “tanti mezzogiorni”. Rispetto allo sfilacciamento di questo tessuto – che smembra sentimenti comunitari antichi e radicati – l’invasività della criminalità si presenta con una capacità politica inedita nelle forme e negli obiettivi, in grado di condizionare pesantemente larghi abusi sociali. La questione della legalità ha sommato ai profili antichi, nuove caratteristiche. Non permane soltanto l’antica, consolidata diffidenza per lo Stato, ma essa addirittura si salda con il nuovo individualismo insofferente ad ogni regola, legale o non legale.
La stessa questione dell’ossequio alla legge ha mutato aspetto: il problema della legalità non è costituito semplicemente dal mancato rispetto delle regole, ma dal disconoscimento di esse, anche negli atti della vita comune. Un tale disconoscimento si nutre della percezione che le regole non valgano più per nessuno. È questa una malattia mortale che tende a sgretolare la società e portarla alla decadenza . Prendere sempre più coscienza di queste realtà è un dovere imprescindibile.
Giuseppe Capograssi tranquillizzava sulla presenza del male nella storia: finché saremo capaci di riconoscerlo e contrapporre ad esso il bene, potremo salvarci, scriveva con speranza costruttiva. La vera, grave questione morale insorge quando il male viene chiamato bene e, in qualche modo, anche giustificato.
Anche in questo caso la seducente tentazione del relativismo – irrompendo nell’intimo dei valori del Sud – rischia di far divenire invincibile il male e puramente formale il richiamo alla legalità. In questa prospettiva il Sud vive la minaccia del suo più insidioso nemico nella negazione di ogni principio condiviso.
2) Un secondo aspetto riguarda le difficoltà oggettive create dal mancato sviluppo economico e delle difficoltà di accesso al lavoro per intere generazioni. Questa realtà costituisce la premessa di un tragico paradosso, esploso nella situazione sociale meridionale. La modernizzazione esteriore che ha riguardato, in una certa misura, la nostra società nei consumi e negli stili di vita, non corrisponde in realtà ad un effettivo sviluppo, finendo invece per accentuare il divario tra aspirazioni al benessere e al miglioramento della condizione sociale dei singoli e delle famiglie in tutti i ceti sociali, e la possibilità concreta,soprattutto, per la parte più indigente o più esposta culturalmente, di soddisfare quelle aspirazioni.
Ma è proprio l’individualismo che mina alle fondamenta le possibilità di riscatto e di sviluppo. È utile ricordare quanto raccomanda il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. (Parte prima, Capitolo Terzo, III. La persona umana e i suoi profili, 125): «la persona non può mai essere pensata come assoluta individualità, edificata da se stessa e su se stessa, quasi che le sue caratteristiche proprie non dipendessero da altri che da sé. Né può essere pensata come pura cellula di un organismo, disposto a riconoscerle, tutt’al più, un ruolo funzionale all’interno di un sistema».
Se non si parte dalla piena verità dell’uomo non è possibile avere alcuna nozione del bene comune. Essa non sopporta né l’individualismo destoricizzante ed esaltatore di una verità astratta sull’uomo, privo di connotazioni sociali, né il comunitarismo relativizzante, che annulla la persona ed i suoi diritti in una dimensione di clan, che rifiuta l’universalismo della verità ed il valore non arbitrario del bene comune. Il bene comune, come ricorda il citato Compendio (Capitolo Quarto. I principi della dottrina sociale della Chiesa II. Il principio del bene comune § 165), in riferimento al Concilio Vaticano II (Gaudium et spes), é «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».
Nelle regioni del Sud la crescita media – positiva a tutti gli effetti – delle condizioni di vita, ha creato una crescita dei consumi che ha però generato una temporanea illusione di sicurezza, in grado di provocare traumi tanto più grandi quanto più invece i destini personali dei singoli giovani rischiano di essere compromessi dalla perdita di senso, dalla carenza di realizzazione personale e di identità sociale, dal mancato inserimento sociale. A
ccade così checapitale umano nel Sud vada sprecato: l’alta scolarizzazione e la stessa spesa per l’istruzione – come documentato anche dalla Banca d’Italia – non si traduce in offerta di lavoro qualificato per le difficoltà di trovare un’adeguata domanda, nonostante la presenza di una formazione universitaria diffusa, con il documentato allontanamento di un’alta percentuale dei laureati meridionali verso altre aree del paese, che finisce per impoverire proprio il capitale umano, indispensabile allo sviluppo meridionale.
La fuga soprattutto dei giovani dalle nostre città sta determinando nuove e, purtroppo, frequenti forme di emarginazione con il conseguente depauperamento non solo demografico, ma anche culturale del Meridione. Se i giovani migliori se ne vanno, non ci rimane altro che una mediocrità contraria ad ogni possibile sviluppo.
3) Un terzo aspetto si riferisce alla formazione. L’effetto scoraggiamento – già registrato e denunciato in relazione per la ricerca dell’occupazione, specie nel Sud e per il lavoro femminile, con gravi conseguenze sociali e morali – si estende negli ultimi tempi anche all’atteggiamento circa la formazione, in specie quella scolastica: recenti indagini mettono in luce come tra i giovani l’istruzione non sia considerata né necessaria né utile, venendo considerati altri e differenti percorsi, meno faticosi e più seducenti, i più adatti a conseguire i propri obiettivi, benché effimeri. Non più impegno e dedizione, ma adesione all’effimero e al gradito. Ciò segna una grande differenza con le generazioni che hanno considerato – anche in condizioni assai più difficili – la scuola come l’occasione di riscatto morale e sociale per il proprio futuro e per quello della propria famiglia. Proprio la perdita della prospettiva del futuro nei giovani sembra la minaccia più grave e incombente sul destino del Mezzogiorno.
Questo rilevante aspetto andrebbe affrontato: occorre saldare il progetto di istruzione, in grado di animare il mercato del lavoro qualificato, ad un progetto formativo che inserisca il lavoro in una rinnovata trama capace di ricostruire una rete di relazioni che includa la speranza, senza la quale non esiste alcuna prospettiva comunitaria. È necessario mettere in campo tutte le più sane e positive energie in modo da realizzare ipotesi concrete di sviluppo che aiutino a uscire dalle torri d’avorio pronte, come si è già dimostrato in tante occasioni, a concorrere e a lottare per il bene comune. Questa è forse l’unica strada per combattere ogni forma di morte sociale e abbattere quella cultura della disonestà, della sfiducia e del disfattismo.
Due innovazioni, una di metodo e l’altra di contenuto
I frutti del primo Seminario del Forum cattolico-musulmano