di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- Appena concluse le elezioni regionali il neo-governatore del Piemonte, seguito dal governatore del Veneto, ha dichiarato di volersi opporre alla pillola abortiva Ru486; i colleghi della Campania e del Lazio si sono espressi per un uso in ospedale in regime di ricovero ordinario. Ne sono scaturite polemiche molto accese.

Per cercare di comprendere il senso e le finalità del dibattito in corso ZENIT ha intervistato il dott. Renzo Puccetti, membro dell'Unità di Ricerca della European Medical Association, specialista in Medicina Interna e segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.

Qual è la sua valutazione circa l’opposizione di alcuni governatori alla distribuzione della pillola Ru486?

Puccetti: Estremamente positiva. Le dichiarazioni del presidente del Piemonte sono dettate dal sovrapporsi dell’inizio della fase di distribuzione con l’attesa per linee-guida applicative a livello nazionale, assieme a decisioni della giunta non confermata di prevedere l’uso del prodotto in regime di day-hospital. Mi pare logico che il neo-governatore inviti i direttori delle ASL e degli ospedali ad attendere prima di avviare un percorso di aborto chimico che sarà quasi certamente cambiato entro pochi giorni. Nelle altre regioni i governatori entranti si sono espressi per un protocollo abortivo rispettoso della legge.

Tutto qui? Molto rumore per nulla?

Puccetti: No, no. Le parole dell’onorevole Cota, benché per ora solo una dichiarazione d’intenti, sono estremamente importanti sotto un profilo bioetico.

In che senso?

Puccetti: Sono parole che esprimono una netta posizione a favore della vita. Da candidato e alla luce del sole il governatore Cota assieme a ben quattro garanti prima delle elezioni aveva stipulato un patto per la vita e per la famiglia articolato in sei punti, uno dei quali espressamente dedicato alla questione della Ru486. Gli elettori sapevano ed hanno scelto. Dimostrare coerenza programmatica è un indicatore di serietà. Ma le parole del neo-governatore del Piemonte sono importanti anche sotto altri aspetti.

Quali?

Puccetti: Esse testimoniano come il principio del rispetto della vita umana possa con diritto essere espresso nel confronto pubblico, contro quella visione malata che intende mantenere confinato nel privato il credo religioso ed il conseguente codice etico della persona impegnata in politica. Esprimere pubblicamente la contrarietà al diritto di aborto costituisce una salutare sveglia dal torpore in cui in molti rischiano di cadere per colpa di tatticismi, convenienza, ignoranza e purtroppo talora ignavia. Bisogna sempre cercare di ricordarsi che professarsi cattolico, anche in politica significa vivere nel mondo, ma senza mischiarsi con esso, conformarsi alla sua mentalità, impone di gridare sui tetti la stessa verità che si afferma nel privato.

Ma si ripete spesso che la legge 194 è una legge dello Stato e come tale va rispettata.

Puccetti: Battersi per l’abrogazione delle leggi abortiste è una prospettiva che non può, né deve essere dimenticata. Leggi ingiuste, leggi che negano il diritto primario alla vita cessano di essere obbliganti. Badi bene, non si tratta di una prospettiva puramente religiosa. La distinzione evangelica tra quello che è di Cesare e quello che appartiene a Dio implica il rispetto della vita da parte delle autorità umane, dal momento che anche il più incallito laicista avrebbe non poche difficoltà a dimostrare che la vita umana proviene da Cesare. Il non credente che accolga la prospettiva laica a difesa della dignità inalienabile ed incondizionata di ogni essere umano giunge alle stesse conclusioni.

Ma in molti hanno visto nella legalizzazione dell’aborto un mezzo per evitare guai peggiori, come gli aborti clandestini, le donne morte o menomate per tali pratiche, la gravidanza dopo uno stupro. Come risponde?

Puccetti: Abbiamo una vasta esperienza di numerosi orrori di cui deve essere conservata memoria e da cui trarre l’insegnamento per l’oggi. Schiavismo, tortura dei prigionieri di guerra, sperimentazione selvaggia sugli esseri umani, discriminazione razziale hanno potuto trovare giustificazione adottando prospettive etiche utilitaristiche, consequenzialistiche, o libertarie, ma tali giustificazioni non ne hanno mutato la natura barbarica, trasformandole in bene, piuttosto sono sempre state riconosciute come delitti e come tali sono state condannate in base a due principi:

1) ogni essere umano, a prescindere da ogni sua qualità, è portatore di diritti inalienabili (a partire dal diritto alla vita) e negarlo è un grave male;

2) quello che costituisce un grave male deve essere vietato dalla legge.

Ogni legislazione abortista, in misura più o meno accentuata, contraddice questi due principi, distingue esseri umani di serie A e di serie B sulla base delle dimensioni, della dipendenza, della capacità di comunicare. Se si riconosce l’aborto come male, lo si deve dichiarare proibito; se invece esso diventa lecito, a poco a poco finisce per essere percepito come bene. Il rispetto delle persone attraverso cui questa lotta per la verità deve passare non può fare velo alla verità dell’aborto come delitto. Il fatto che nel mondo secolarizzato ciò sia considerato un diritto e come tale riceva un vasto consenso non è qualcosa di inedito e non deve spaventare oltre un certo limite: legislazioni che negavano i diritti fondamentali in molti contesti hanno goduto dell’appoggio dei cittadini, ma vi è stato chi si è opposto ed alla lunga le persone hanno capito. È nostro compito non essere complici silenziosi, o peggio ancora, rimanere acquiescenti parlando di “buona legge”, magari solo perché si hanno in mente leggi forse ancora peggiori.

Questo dal punto di vista ideale... ma il timore che l’aborto reso di nuovo illegale provocherebbe i mali di cui si diceva è molto forte.

Puccetti: Tra la legalizzazione dell’aborto e l’abbandono delle donne con una gravidanza difficile, inattesa o non voluta, vi è qualcosa di mezzo che si chiama amore per il prossimo. Dall’amore nasce l’esigenza di prendersi cura delle persone in difficoltà, in una società solidale risalta come bene evidente il farsi carico delle difficoltà individuali da parte della comunità. Serena Taccari, presidente dell’associazione Il Dono, giustamente ha affermato pochi giorni fa che alla fine, se si escludono le strutture di volontariato pro-life, l’unica soluzione che alle donne viene offerta per uscire dalle difficoltà di una gravidanza è, di fatto, l’aborto. Una via di uscita che ha sempre una vittima immediata, il bambino, una vittima a distanza, la madre che ha soppresso il proprio figlio in grembo pagandone spesso a distanza di tempo le conseguenze psicologiche, e la società, che in Italia ha legalmente rinunciato in trent’anni alla popolazione pari a quella di Toscana e Liguria. È chiaro che dichiarare certe azioni illegali non impedisce che esse siano compiute, ma stabilisce il giudizio di una comunità rispetto all’azione, fornisce un supporto pedagogico e costituisce elemento dissuasivo. Tutti, proprio tutti gli indicatori espressi negli studi scientifici esprimono il dato che l’ampliamento dell’accesso all’aborto costituisce un incentivo a ricorrervi.

Questo ultimo discorso può costituire un elemento di disistima nei confronti delle donne che decidono di abortire, nei confronti della loro capacità di decidere e della loro autodeterminazione.

Puccetti: Sì, mi rendo conto che le mie parole possono essere travisate e fatte passare per un’offesa rivolta alle donne che abortiscono, ma solamente se si teorizza una situazione marginale, quella di una donna che con fredda determinazione decide di abortire. Assai più frequente è invece la situazione di profondo coinvolgimento emotivo e di forte ambivalenza psicologica. In tali condizioni un piccolo particolare è in grado di spostare la decisione da una parte o dall’altra. Vi sono nazioni che in nome di una falsa interpretazione del diritto all’auto-determinazione hanno affrontato, peraltro in modo scientificamente superficiale, la questione dell’aborto dal solo versante sanitario. Il risultato di un tale approccio è evidente: in Francia 210.000 aborti, nel Regno Unito i numeri sono uguali a quelli della Francia, in Svezia il tasso di abortività è doppio rispetto a quello dell’Italia, in Spagna l’aborto è in crescita continua.

Ma una volta deciso, perché non lasciare alla donna il diritto di scegliere il modo in cui abortire?

Puccetti: Perché l’aborto non è una cura, con esso non si cura niente. Allargando l’orizzonte si può dire che il suo ricorso genera patologia sia a livello individuale che sociale. È evidente che il modo con cui il bambino viene soppresso non fa alcuna differenza sotto il profilo morale. Ma opporsi ad una dinamica che tende ad accreditare l’aborto attraverso la sua domiciliazione come diritto di privacy, è un atto di responsabilità che può svolgersi anche ostacolando l’invito rivolto alle donne, spesso per motivi di economicità, o di comodità organizzativa dei servizi, ad abortire da sole a casa, in auto, o sul sedile della metropolitana.


Promuovere le imprese per sconfiggere la disoccupazione

di mons. Angelo Casile*

ROMA, giovedì, 1° aprile 2010 (ZENIT.org).- L’enciclica Caritas in Veritate sottolinea il nesso diretto tra povertà e disoccupazione come «risultato della violazione della dignità del lavoro umano» (CV 63), perché l’uomo viene limitato nella possibilità di esprimersi e sia perché vengono svalutati i diritti che scaturiscono dal lavoro, «specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia».[1]

La disoccupazione può essere sconfitta solo se si creano posti di lavoro, solo se esistono imprenditori che scommettono sulla riuscita della loro impresa. Esistono profondi legami tra l’impresa e il territorio su cui opera. La gestione dell’impresa deve caratterizzarsi per una responsabilità sociale che tenga conto non solo degli «interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento» (CV 40). Fare impresa è fare un patto per la crescita del territorio.

I problemi della mobilità lavorativa e della deregolamentazione sono stati causati dalla «ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni». La mobilità anche se da una parte è «capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse», dall’altra genera «incertezza circa le condizioni di lavoro» e crea «forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio» (CV 25).

La delocalizzazione non è lecita, se realizzata per «godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento». Può essere positiva se comporta del bene alle popolazioni del Paese che la ospita, investimenti e formazione alla società locale, «un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile» (CV 40).

Promuovere il turismo e la cooperazione

L’essere estromessi dal lavoro per lungo tempo o anche la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale». È importante ribadire che: «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”[2]» (CV 25).

Promuovere il turismo può costituire un impegno lavorativo a misura d’uomo, un notevole fattore di sviluppo economico e di crescita culturale», se non diviene «occasione di sfruttamento e di degrado morale» e se offre l’opportunità di «esperienze imprenditoriali significative», che, combinate con la cultura del territorio e attente all’educazione, siano capaci di «promuovere una vera conoscenza reciproca… grazie anche ad un più stretto collegamento con le esperienze di cooperazione internazionale e di imprenditoria per lo sviluppo» (CV 61).

Anche la cooperazione può essere vincente se si pone al servizio dell’economia reale e dei bisogni delle persone attraverso microprogetti, che vivono in profonda armonia con il loro territorio e sulla «mobilitazione fattiva di tutti i soggetti della società civile, tanto delle persone giuridiche quanto delle persone fisiche». C’è bisogno di persone che vivano il «processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto» (CV 47) ed agiscono in campo economico e finanziario «in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell’uomo e dei popoli… Se l’amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito» (CV 65).

In queste espressioni non possiamo non ritrovare le peculiarità del Progetto Policoro.

Accogliere gli immigrati

Un altro campo su cui poter concentrare la propria azione è quello dell’organizzare, nella legalità, l’accoglienza e il lavoro degli immigrati. Il fenomeno delle migrazioni è un problema che merita tutta la nostra attenzione: «impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale». Occorre puntare su lungimiranti politiche di cooperazione internazionale, «salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati».

I lavoratori stranieri apportano un «contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione»[3] (CV 62).

Ricordiamoci delle parole solenni di Paolo VI: «Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il Nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente».[4] Parole riprese da Giovanni Paolo II: «Nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo».[5]

Costruiamo insieme un nuovo umanesimo

Il nostro impegno a favore della promozione del lavoro va vissuto alla luce di un’affermazione di Benedetto XVI: «solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale» (CV 78).

Occorre riconoscerci figli di Dio per poter promuovere sviluppo, far rifiorire la speranza nei cuori, puntare sull’educazione dell’uomo e sulla promozione di un nuovo umanesimo, vivere la fraternità, e assumere la virtù della speranza come compito quotidiano.

Ciascuno di noi deve riscoprire l’invito antico e perenne di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). «Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale. Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù… La conversione è il “sì” totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita, come colui che solo lo libera e lo salva».[6]

Lo sviluppo di ciascuno di noi e delle nostre comunità «ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera» (CV 79) poiché «senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (CV 78). Il vero sviluppo umano integrale è impossibile senza uomini retti che si impegnino nella fraternità, nella solidarietà e nella sussidiarietà, che privilegiano l’educazione guidata da una visione integrale dell’uomo, per un lavoro “decente”
per tutti, nella cooperazione sociale basata sulla convivialità, nell’economia e nella finanza finalizzate al sostegno di un vero sviluppo.

Per promuovere il lavoro nelle nostre terre, occorre anzi tutto rinnovare i nostri cuori, essere uomini nuovi, per poter usare a pieno della nostra intelligenza e del nostro cuore, talenti che il Signore ci ha donato per farne un dono gratuito e quotidiano a noi stessi, agli altri e a Dio stesso.

Gesù, divin lavoratore, accompagni il nostro cammino e ci aiuti a realizzare la Sua opera: donare Dio al mondo nella carità e nella verità.

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Dichiarazione del Cardinale Scola sui sacerdoti e consacrati pedofili

ROMA, giovedì, 1° aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della dichiarazione sulla questione del peccato e del crimine di pedofilia commesso da sacerdoti e consacrati che il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, ha letto questo giovedì al termine della Messa del Crisma, tenutasi nella Basilica di San Marco (Venezia).