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Utero in affitto: nuova frontiera della criminalità organizzata?

In Nigeria sempre più orfanotrofi vengono trasformati in “fabbriche di bambini”: un business più redditizio e con minori rischi rispetto alla prostituzione

Uscito dall’oblio mediatico in cui è stato confinato a lungo, il tema della maternità surrogata ha iniziato finalmente a suscitare dibattiti franchi, tra chi è contro e tra quei pochi che sono a favore. Provoca un senso d’inquietudine dover rilevare che in quest’ultimo alveo potrebbero schierarsi presto, oltre ai fautori del “diritto al figlio” ad ogni costo, anche i gruppi criminali.

Impiantare un business di maternità surrogata, del resto, implica minori rischi e costi rispetto ad altre attività alle quali è sistematicamente dedita la criminalità organizzata. Lo testimoniano dei dati tratti dal III Rapporto Mondiale sulle Tratte Sessuali della Foundation Scelles, che si occupa del contrasto al traffico di esseri umani.

Come spiega a ZENIT Emmanuele Di Leo, presidente della Steadfast Onlus, impegnata in prima linea a combattere lo sfruttamento delle donne e dei bambini nei Paesi in via di sviluppo, “alla luce di alcuni numeri prodotti da questo Rapporto, si può evidenziare come il business della maternità surrogata potrebbe essere più redditizio rispetto a quelli già conclamati della prostituzione e dell’immigrazione clandestina”.

Quello che Di Leo rileva oggi impugnando i dati della Foundation Scelles, nasce da un sentore che ha iniziato a maturare nel corso dei suoi viaggi in Nigeria per i progetti di Steadfast Onlus. Egli riferisce che “ascoltando la voce dei villaggi, in quei luoghi si percepisce come stia mutando il fenomeno dello sfruttamento delle donne”. Non più il mercato sessuale come fine ultimo di questi infidi traffici, bensì quello procreativo.

In questi ultimi due anni, infatti, stanno fiorendo sempre più società che si occupano di fornire ‘uteri in affitto’. “Secondo un recente studio pubblicato sul portale scientifico Reproductive BioMedicine Online – afferma Di Leo – si sta diffondendo la tendenza a trasformare gli orfanotrofi e i centri medici in vere e proprie ‘fabbriche di bambini’”.

“Se questo fenomeno di trasformazione dello sfruttamento sta attecchendo nel tessuto sociale africano, ultimo custode della tradizione familiare, figurarsi cosa sta avvenendo sottotraccia in Paesi nei quali regna una visione relativista della vita”, riflette il presidente di Steadfast Onlus.

In base ai dati della Foundation Scelles, la Nigeria risulta essere uno dei Paesi più colpiti dalla tratta di esseri umani, giacché fornisce ogni anno 600mila vittime al mercato della prostituzione internazionale; tra queste vittime, 20mila sono destinate ai marciapiedi italiani. “Soltanto a Lagos – spiega Di Leo – ogni notte sono operanti 13.680 prostitute”.

Spostando il raggio dell’attenzione in Asia, oltre 500mila vittime l’anno, di cui il 40% composto da bambini, proviene dall’India. “È inquietante venire a conoscenza attraverso il Rapporto che di media ogni vittima ha 40 clienti giornalieri”, commenta Di Leo. Il quale resta non meno inquietato dai dati che giungono dalla Cambogia, dove su 220mila vittime, 70mila sono bambini, il cui mercato è destinato soltanto alla Thailandia e alle Filippine.

Anche in Paesi in cui la prostituzione è vietata la situazione è altrettanto drammatica. Il Messico, ad esempio, produce 500mila vittime di cui 25mila bambine. “Se in Messico il fenomeno riguarda in gran parte minori di sesso femminile – rileva Di Leo – in Kenya invece di 200mila vittime, 15mila sono di sesso maschile”.

Passando all’Europa, si possono scorgere volumi economici di 1,1 miliardi di euro l’anno sviluppati da oltre 100mila vittime di origine ucraina. Cifra che lievita enormemente se si analizza quanto avviene in Italia. Qui il volume d’affari oscilla tra i 2 e i 6miliardi d’euro l’anno. “Nel nostro Paese, su 90mila vittime, 26mila sono di importazione straniera, tra le quali 20mila nigeriane”, afferma Di Leo.

Il presidente di Steadfast Onlus prova dunque a ipotizzare una cifra di incasso derivante, per un’organizzazione criminale nel nostro Paese, dal traffico della prostituzione: “Considerando un guadagno medio giornaliero di 160euro per ogni vittima, il volume d’affari annuo ruota intorno ai 53mila euro”. Secondo i dati de La Stampa del 2015, solo in Italia ogni anno l’immigrazione clandestina coinvolge 36mila vittime, le quali producono un volume economico annuo di 1miliardo e 80milioni d’euro.

Cifre altissime, che risultato tuttavia meno redditizie di un potenziale nuovo business legato non più alla prestazione sessuale o all’illusione della libertà, bensì alla procreazione. “Prendendo in esame 70mila vittime di maternità surrogata, con un potenziale economico annuo di 80mila euro ognuna, questo nuovo business produrrebbe un volume d’affari annuo di 5miliardi e 600milioni d’euro”, afferma Di Leo.

“Le organizzazioni criminali potrebbero diventare – continua – procacciatrici di madri surrogate per cliniche situate in Paesi nei quali la maternità surrogata è legale, mettendo a disposizione ‘materiale umano’ a prezzi più bassi, oppure aprirsi il proprio business ‘familiare’ presso uno di quegli ex orfanotrofi citati dal portale Reproductive BioMedicine Online”.

A questo punto Di Leo si pone una ficcante domanda: “Crediamo davvero che una proposta di legge come il ddl Cirinnà, che apre all’utero in affitto, sia improntata al bene comune e contro le discriminazioni? Non è che forse ne diventa, al contrario, il loro canale di promozione?”.

La risposta affermativa a questa seconda domanda è il detonatore che il 30 gennaio spingerà non solo il popolo italiano, ma anche i rappresentanti delle comunità straniere qui residenti, a gremire il Circo Massimo di Roma. Lo spiega Di Leo, tra i fondatori del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, incaricato ai rapporti con le comunità etniche. “La schiavitù è un dramma che angoscia quanti, provenienti da Paesi in via di sviluppo, oggi vivono stabilmente in Italia”, commenta. E conclude: “Costoro tremano all’idea che una legge italiana possa sdoganare questa nuova forma di sfruttamento procreativo nei loro Paesi natii”.

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