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Satira e antisemitismo: una sorprendente opera prima

Alberto Caviglia incontra i giovani del Fiuggi Film Festival e parla del suo film “Pecore in erba”

In occasione della proiezione di Pecore in erba, che ha inaugurato l’arena all’aperto del Fiuggi Film Festival, il regista Alberto Caviglia ha incontrato i giovani giurati della rassegna, approfondendo con loro le tematiche trattate dal film.

Opera surreale e dissacrante, Pecore in erba affronta in chiave satirica l’antisemitismo. “Trattando questo tema con una chiave di lettura inconsueta –  ha raccontato Caviglia –  ho ritenuto che il genere cinematografico più adatto fosse il mockumentary (genere in cui eventi fittizi e di fantasia sono raccontati in chiave realistica attraverso il linguaggio documentaristico ndr.)”.

La svolta lavorativa per Alberto Caviglia è arrivata con la proposta di diventare assistente alla regia di Ferzan Özpetek, che gli ha permesso una reale esperienza sul campo e la comprensione di quanto fosse importante imparare a scrivere cinema prima ancora di diventare regista.

“Mentre cercavo di promuovere la mia prima sceneggiatura – ha continuato il regista – in modo del tutto inaspettato ho avuto l’idea di Pecore in erba. Inizialmente lo avevo pensato come corto e invece la produzione mi ha proposto di farne un lungometraggio. Per quanto sia onnivoro di cinema, non avrei mai pensato che il mio primo film sarebbe stato di satira. È un film contro gli estremismi, presuppone apertura mentale e la capacità di mettere in discussione le proprie posizioni”.

Concentrandosi sull’antisemitismo e il pregiudizio in senso lato, Caviglia indaga con il suo film la natura dell’uomo, e le motivazioni che lo spingono a discriminare l’altro. Ad essere criticato è anche il mondo mediatico, in particolare quel genere d’informazione priva di contenuto e di spessore, diventata tristemente dominante e a cui spesso siamo abituati a credere.

“Ho cercato di creare situazioni che avrebbero divertito – ha concluso Alberto Caviglia – per un senso di spaesamento che portasse alla riflessione. Il film infatti non fa altro che estremizzare fenomeni esistenti, li esagera ma non li inventa. Per questo ritengo che, essendo oramai tutto così esasperato e malato, la satira sia l’unico linguaggio che permette di parlare di certi argomenti”.

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